domenica 24 settembre 2017

Alastair Crooke - Trump getta nel fuoco la politica di Washington


Durante l'ultima settimana di agosto il presidente Trump ha scagliato una bomba a mano nei meccanismi della politica statunitense. I rottami adesso sono sparsi per terra tutto attorno a Washington. Probabilmente ci vorrà del tempo per stimare con cura gli effetti di questo gesto incendiario; di sicuro nei prossimi mesi e probabilmente fino alla fine del processo elettorale di metà mandato regnerà l'incertezza, e difficilmente la politica estera riuscirà a guadagnarsi la priorità agli occhi dei piani alti.
Una fonte democratica ha descritto in questo modo il fulmineo corso degli eventi nell'Ufficio Ovale: "All'inizio i repubblicani volevano un innalzamento del [limite per il] debito a diciotto mesi, poi a dodici, poi a sei, a quel punto Trump li ha zittiti e si è messo d'accordo con noi per tre mesi... L'Ufficio Ovale funziona veloce con Trump alla Casa Bianca."
ovviamente la questione essenziale è: si tratta del posto di comando di una nave che va avanti a vista, oppure c'è in gioco una strategia di più ampio respiro? In poche parole, ecco che cosa ha fatto Trump.
Prima cosa, ha approvato lo stanziamento di otto miliardi di dollari per l'emergenza uragano Harvey senza dare corso alla richiesta dei repubblicani conservatori che vi fosse un diretto taglio alle spese di pari importo.
Seconda cosa, ha consentito che questo stanziamento si unisse all'innalzamento del tetto del debito, ignorando così i repubblicani del caucus della libertà, quella base del tea party che ha contribuito così direttamente alla sua elezione e che aveva chiesto esplicitamente che le due questioni venissero messe al voto separatamente.
Terza cosa, Trump si è schierato con i capi della rappresentanza democratica al congresso piuttosto che con quella repubblicana, approvando un aumento del tetto del debito per soli tre mesi.
Quarta cosa, Trump a quanto sembra a approvato il ricorso ad una risoluzione continuata lunga tre mesi. Questo significa che se il Congresso non approva la legislazione finanziaria per il governo prima che inizi il nuovo anno fiscale il 1 ottobre, la Casa Bianca può approvare le leggi necessarie a far funzionare determinate operazioni federali ai livelli di spesa in vigore. Tali leggi vengono chiamate "risoluzione continuata". Questo era quello che i capi democratici, la repubblicana Nancy Pelosi dalla California e il senatore Chuck Schumer di New York volevano, e che hanno ottenuto. Il partito repubblicano non ha avuto in cambio niente di niente.
In ultimo, Trump ha poi meditato se sia possibile eliminare del tutto il tetto per il debito.


Il debito cresce

Il tetto per il debito è una questione cruciale perché quando si fissa il bilancio annuale degli Stati Uniti non ci si trova a fare un mero esercizio di raffronto fra uscite ed entrate. La maggior parte delle spese federali sono assegnate in automatico perché derivano dalla passata legislazione che in qualche caso risale a decenni fa; questo intrinseco automatismo le fa crescere inesorabilmente. Senza un tetto per il debito il debito interno statunitense resta privo di controllo e tende inesorabilmente a crescere; oggigiorno cresce sempre più velocemente.
Le spese coperte da questi automatismi ammontano già nel bilancio statunitense ad una cifra che oscilla fra i diecimila e i dodicimila miliardi di nuovi debiti di qui al 2027. Queste cifre -non verificate- potrebbero comportare per il 2027 un debito pari a 35.000 miliardi di dollari, che equivalgono al 140% del PIL.
Bene, i capi del partito repubblicano sono rimasti furibondi per l'accordo che Trump ha stretto con i democratici. Una voce repubblicana ha confidato ad Axios: "Non va dato eccessivo peso alla rabbia dei repubblicani."
Inoltre, praticamente tutti nel caucus della libertà che è lo zoccolo duro dei sostenitori di Trump hanno votato conto l'accordo fra Trump, Schumer e Pelosi che punta a posticipare la soluzione del problema, e lo stesso hanno fatto novanta dei centocinquanta appartenenti al più ampio Gruppo di Studio Repubblicano. In breve, né la dirigenza repubblicana né la base sono soddisfatte, anche se considerano la situazione posizionandosi ad estremi opposti dell'areale del partito.
Da un altro punto di vista, pur rimanendo comprensibile l'irritazione dei repubblicani al pari del loro giustificao lamentarsi per aver perso le proprie carte negoziali a favore dei democratici nel tetto per il debito e nelle negoziazioni per il bilancio, la cruda verità è che la leadership repubblicana si è rivelata incapace di qualsiasi iniziativa in materia di legislazione mirante ad un preciso scopo, assorbita com'è dalle lotte intestine e dalle scissioni.
In altre parole, il sistema politico statunitense fondato sui due partiti non funziona ormai più. Non può esercitare un'azione legislativa vera e propria, e neppure affrontare in maniera minimamente significativa il problema del deficit fiscale che aumenta a vista d'occhio. Questo rappresenta un grosso ostacolo per qualsiasi presidente aspiri a introdurre cambiamenti con un aiuto esterno. Forse per questo il Presidente Trump ha deciso all'improvviso di procedere ad accordi con i democratici?
Ora, la bomba a mano che ha lanciato nella palude del suo stesso partito contribuirà alla sua agenda, che prevede una legislazione fiscale all'insegna di una reflazione radicale? David Stockman ha a lungo sostenuto che non esiste una maggioranza repubblicana che approvi un bilancio per l'anno fiscale 2018 in cui decine di migliaia di miliardi di dollari vengono stanziati per la difesa, il controllo delle frontiere, i veterani, le infrastrutture di Trump, senza contare i tagli fiscali privi di copertura. Che vanno ad aggiungersi ai diecimila o dodicimila miliardi di nuovo debito che già si sta accumulando da qui al 2027.
Probabilmente Stockman ha ragione. Ed ha probabilmente ragione anche quando afferma che il minimo che possa succedere è che l'unica legge fiscale che potrà essere approvata prima della fine dell'anno non può che essere una legge dettata dai democratici, da Schumer e dalla Pelosi come contropartita per il prossimo rinvio del problema rappresentato dall'ampliamento del tetto per il debito e per le leggi di risoluzione continuata per l'anno fiscale in corso. I repubblicani insomma affronteranno sguarniti le elezioni di metà mandato: non avranno nulla da far vedere ai propri elettori. Per questo il partito repubblicano teme un bagno di sangue.


Trump e i suoi ammonimenti sulla bolla

Cosa sta succedendo, insomma? Sembra quasi che Trump stia andando a cercarsela, una crisi da debito; e con essa una sostanziale corsa alle vendite nei mercati. Questo paradosso ci mette a tu per tu con la più grande lacuna della comprensione del fenomeno Trump: fin dal 2000 egli ha lanciato coerenti ammonimenti su un'incombente crisi finanziaria negli Stati Uniti, "chiunque sia alla Presidenza". Durante la campagna elettorale per la Presidenza ha parlato di "gran brutte bolle"; ha avvertito che la crisi finanziaria che sarebbe arrivata sarebbe stata peggiore, molto peggiore di quella del 2008.
Insomma, adesso è diventato incoerente, cosa che non è da lui. Solo che nel corso della campagna elettorale in cui era candidato ha spesso lanciato ammonimenti su una crisi finanziaria, ma non ha detto nulla su come avrebbe cercato di affrontarla. In un comizio ha ripetuto questo pressante ammonimento nei confronti della crisi incombente affermando poi che gli elettori non avrebbero dovuto preoccuparsi: ce l'avremmo fatta. Ci saremo barcamenati.
Più che lanciarle con noncuranza, queste bombe a mano che renderanno praticamente impossibile da raggiungere il bilancio per l'anno fiscale 2018 che aveva in mente (a tutt'oggi l'intero parlamento non è riuscito nemmeno a mandare in dibattito una risoluzione) sembra che Trump a fare il guerrigliero ci si diverta proprio. Di più. Per affrontare una situazione economica che secondo le sue stesse considerazioni si sta avviando alla crisi, Trump si è deliberatamente circondato di consiglieri finanziari della Goldman Sachs. Come chiedere a un pasticcere dei consigli per perdere peso...
Trump sta forse pensando di servirsi della crisi finanziaria da lui stesso profetizzata come occasione per una catarsi economica? Come una terapia d'urto nello stile di Naomi Klein? C'è anche questa possibilità. Trump non ha mai avanzato l'idea, ma Steve Bannon è stato abbastanza chiaro, prima di unirsi alla squadra di Trump, sul fatto che il primo bersaglio politico che si intendeva smantellare era proprio lo stesso partito repubblicano. Si dovevano sconfiggere i democratici, certo, ma il principale nemico erano i repubblicani che, denunciava Bannon, sono pappa e ciccia con gli oligarchi delle multinazionali.
La strategia di Trump è dunque quella di fare enormi promesse alla propria base, di dare la colpa all'establishment del Congresso perché non si sono concretizzate e di servirsi infine della susseguente crisi come terapia d'urto per rifondare il partito repubblicano?


Il ruolo di Bannon

Più o meno all'inizio di agosto secondo lo Washington Post Steve Bannon è tornato sul sentiero di guerra dopo essere stato quanto sembra estromesso dal suo posto alla Casa Bianca.
"Recenti resoconti hanno rivelato che l'ex uomo ombra di Trump e l'ideologo ultranazionalista Steve Bannon sta guidando il tentativo di scagliare un fuoco di fila di sfide di vasta portata contro gli eletti repubblicani che sembrano opporsi alla sua agenda. Questa offensiva diretta contro i personaggi in carica potrebbe macroscopicamente riplasmare il panorama delle primarie del 2018, se solo giunge a realizzarsi," ha scritto Politico. "Essa vorrebbe a fronte dei legislatori in carica e percepiti come più vicini alla corrente principale un gruppo di sfidanti favorevoli a Trump."
In un'intervista al 60 minutes della CBS Bannon si è scagliato contro i vertici del partito che a suo dire hanno boicottato le promesse fatte da Trump in campagna elettorale e non sono riusciti a esercitare pressione in favore di fondamentali provvedimenti legislativi cui la Casa Bianca teneva, ivi compresa l'abolizione dell'Obamacare.
"Lo establishment repubblicano sta cercando di annullare l'elezione del 2016," ha detto Bannon dalla sua abitazione di Washington, che fa da ufficio vero e proprio per il sito web di estrema destra Breitbart. "Essi non vogliono che l'agenda populista ed economicamente nazionalista di Trump si trasformi in realtà... Vero come il sole."
Bannon, che una volta ha descritto Trump come "un mero strumento" della propria agenda, vede per gli Stati Uniti un futuro assai diverso. "L'unica questione è se si tratterà di un populismo di sinistra o di un populismo di destra," ha detto alla CBS. "La risposta l'avremo nel 2020."
Si sta dunque facendo politica alla rovescia? Trump ha messo fuori i suoi luogotenenti più vicini, e ha tenuto dentro i generali dello establishment (che gli hanno fatto mangiare il cappello per quello che riguarda l'Afghanistan) e le icone della Wall Street più agguerrite di casa Goldman, in modo che siano loro a prendersi le colpe e facciano le vittime sacrificali per gli dèi della terapia d'urto quando sarà l'ora di rifondare il partito repubblicano a immagine di Trump? Forse che la rottura dei tradizionali partiti francesi operata da François Macron e la costruzione di un terzo partito virtuale, reclutato su internet, sta esercitando in questo caso la propria influenza?
Altrimenti è possibile che Trump abbia soltanto agito di impulso, e che consideri il debito "una cosa positiva": un debito abbondante e a buon mercato in fin dei conti è proprio la cosa che lo ha fatto diventare miliardario. Prima di diventare Presidente era un uomo d'affari liberale di New York, con tutta la flessibilità che questo comporta: se i repubblicani non ti possono aiutare, ti accordi con i democratici.
Come per tutte le cose, è bene sapere quando fermarsi, quali sono i limiti: cercare di barattare il programma DACA -gli interventi a posteriori per i giovani arrivati negli USA- con un "muro" messicano (soltanto di nome) potrebbe rivelarsi una cosa troppo azzardata.
L'arma politica di Bannon, il Breitbart, è immediatamente sceso in campo e in un titolo feroce ha battezzato Trump "Amnesty Don".
I fedeli alleati conservatori del Presidente Trump sono scoppiati di rabbia e di incredulità dopo che i democratici mercoledi scorso hanno annunciato che il presidente aveva acconsentito ad un accordo legislativo che avrebbe protetto dall'espulsione migliaia di giovani immigrati non in regola, ma che non avrebbe assicurato la promessa elettorale che era il sigillo della campagna di Trump: la costruzione di un massiccio muro lungo la frontiera tra USA e Messico.
Attorno a mezzanotte e poi per tutto il giovedì gli account sui social media si sono attivati man mano che gli eletti e gli attivisti di destra buttavano giù messaggi su Twitter e scritti vari per condividere il proprio stupore.
Fra tutti questi post, una grandinata di chiamate e di SMS imbestialiti che denunciavano un crepitante incendio politico fra i più strenui sostenitori di Trump.
Il repubblicano Steve King (Iowa), in materia di immigrazione uno dei più intransigenti falchi del partito, ha ammonito in toni drammatici il presidente dopo aver scorso i titoli delle agenzie di stampa. "Se AP dice il vero, la base di Trump è saltata, distrutta, irreparabile, disillusa al di là del rimediabile," ha scritto King su Twitter riferendosi ad un articolo della Associated Press sull'accordo bipartisan raggiunto. E poi: "Nessuna promessa è credibile..."
La polemista conservatrice Ann Coulter, autrice del libro 'In Trump We Trust', non ha creduto alla spiegazione del Presidente. "A questo punto, chi è che NON vuole la messa in stato di accusa di Trump," ha scritto su twitter la Coulter giovedì mattina.


L'incendio politico

Sembra che avremo non tanto la promessa legge fiscale, per metà parto dei democratici, ma  proprio quella conflagrazione politica che Bannon ha predetto e che sarà tra populismo di destra e populismo di sinistra. Entrambe le parti in conflitto sono decise a prendersi l'AmeriKKKa, ma nel corso della contesa possono finire con saccheggiare sia l'AmeriKKKa che la sua economia. La questione del DACA ha messo in luce la latente e rabbiosa intransigenza della base di Trump, e la resa dei conti sembra vicina.
Cosa significa questo per la politica estera? Significa non avere una direzione precisa su nulla: in qualche caso qualche linea politica contraddittoria andrà avanti col pilota automatico, un pilota automatico regolato dalla precedente amministrazione, al pari di altre che sono state concepite ma non portate avanti da un'amministrazione Trump già preda delle divisioni. La politica estera sarà questione largamente ignorata, Corea del Nord a parte, perché gli ameriKKKani sono dentro fino al collo nel conflitto interno prossimo venturo. E così sarà fino a quando in politica estera una qualunque cosa scoppierà come una bomba e atterrerà davanti alla porta di Washington.


Nessun commento:

Posta un commento