giovedì 7 gennaio 2010

Massimo Pieri: dedicare una strada di Firenze a Fabrizio Quattrocchi


Massimo Pieri è un consigliere comunale fiorentino, in quota piddì con la elle, che deve essersi legato al dito certe questioni. Prima di disfare il nodo ha atteso con pazienza un certo pronunciamento della magistratura -per una volta tanto non tacciata di filocomunismo, sembra- e poi ha proposto di intitolare a Fabrizio Quattrocchi una strada del Comune di Firenze.
Altre amministrazioni meno pacifinte e pensabeniste pare abbiano già provveduto da anni; a giudicare dalle condizioni e dalla collocazione delle strade e delle piazze che toccano ai beniamini della politicanza "occidentalista", non sapremmo dire se Fabrizio dovrebbe sentirsi più lusingato o più offeso dalle intenzioni espresse da Massimo Pieri.
Fabrizio Quattrocchi, per chi non lo ricordasse, fu una delle "guardie del corpo" rapite da chissà chi in Iraq nel 2004, l'unico a concludere nel peggiore dei modi la disavventura del rapimento.
In questa sede non si fanno dietrologie -per quanto possibile- e non si avanzano supposizioni di alcun genere su che cosa abbia portato Fabrizio Quattrocchi a recarsi nell'Iraq appena aggredito ed in preda ad almeno quattro guerre l'una dentro l'altra: sunniti contro sciiti, curdi contro tutti, yankee contro "fedelissimi di Saddam", regolamenti di conti tra bande criminali... Un ambientino in cui i margini di utile di tanti "ricostruttori" yankee sono stati annullati dalle enormi cifre necessarie a mantenere un apparato privato di protezione accusato nel corso degli anni di essersi arrogato arbitrii di ogni genere. Un mare magnum di insidie, delazioni, colpi di mitra e bombe a bordo strada nel quale non si capisce bene come intendesse muoversi uno che faceva il panettiere a Genova.
A detta di Pieri la magistratura ha sentenziato che “Non ci sono prove né testimonianze che possano dimostrare che Fabrizio Quattrocchi svolgesse compiti da mercenario, ovvero compisse azioni di guerra o guerriglia al soldo di un Paese straniero”.
E' verissimo.
E' una cosa che siamo in grado di confermare appieno, servendoci di un certo comunicato stampa, rilasciato a caldo da non meglio identificabili "amici di Quattrocchi" il 15 aprile 2004:

16.09 - GLI AMICI DI QUATTROCCHI SCRIVONO LETTERA-COMUNICATO. "Questo comunicato è alla memoria ed in onore del nostro concittadino Fabrizio Quattrocchi costretto a morire in uno Stato straniero per avere quella gratificazione economica che la nostra Costituzione dovrebbe garantirgli". Inizia così una lettera-comunicato che i colleghi e gli amici di Fabrizio Quattrocchi hanno voluto leggere ai giornalisti che tuttora presidiano l'ingresso dell'abitazione dove si trovano i familiari dell'ostaggio ucciso.

Niente bandiere straniere da servire: la cosa era chiara già allora. Tutto pro domo sua.
Non c'è precario o cassintegrato che non dovrebbe ritenerlo un lodevole esempio di intraprendenza; un manager di se stesso, come andava di moda dire prima che la faccenda delle partite IVA e delle "collaborazioni" si rivelasse per quello che è, ovverosia il modo per trasferire di fatto le conseguenze del rischio d'impresa sulle ultime ruote del carro.
Vale la pena sottolinare anche un altro fatto: più o meno nello stesso periodo e negli stessi anni ci furono altri casi di rapimenti o di disavventure di vario genere, in cui incapparono abitanti della penisola italiana poco inclini ad impugnare le armi ma curiosi di realtà mediorientali diverse dai topless di Sharm el-Sheikh; nei loro confronti politicanti e gazzettieri, specie uno noto per la repulsiva grassezza e per le sue repellenti "posizioni" da "ateo devoto" o roba del genere, furono molto meno concilianti arrivando a ventilare nero su bianco l'addebito per intero ai malcapitati delle cifre resesi necessarie per rimpatriarli. Un utilizzo molto disinvolto dei due pesi e delle due misure: esattamente quello che ci si aspetta da quei grassoni viziati e irresponsabili in cui ogni "occidentalista" che si rispetti può ritrovare le proprie istanze.
Alla spaventosa fine di Fabrizio Quattrocchi la marmaglia gazzettara e gli appastati alla greppia della politica istituzionale imposero di conferire un'aura di martirio. Come se da allora ad oggi centinaia di iracheni e di afghani non fossero morti in modo altrettanto atroce; i progressi in fatto di drones e di elettronica mettono le perdite collaterali addirittura in condizione di non sapere neppure chi devono ringraziare. Non è dato sapere quali "garanzie" di "gratificazione economica" offrano, ai loro cittadini, le costituzioni della Repubblica Irachena e della Repubblica Islamica dell'Afghanistan. C'è perfino da pensare che siano morti gratis...
La nostra convinzione è che l'intera vicenda Quattrocchi sia stata solo uno dei molti casi -ormai sono quotidiani, non val più la pena contarli- in cui la sedicente "classe politica" peninsulare e la correlata e coreferente gang di gazzettieri sono riusciti a dare di se stessi il più miserando degli spettacoli. Uno spettacolo che è perfetto campionamento e rappresentazione dei desideri, dei "valori" e degli interessi dei sudditi: su questo nessuno ha da ridire e neppure da farsi illusioni.
I primi anni dopo l'aggressione yankee all'Iraq hanno in un certo senso costituito una sorta di passerella per il peggio che il mainstream, e purtroppo non solo quello, fosse in grado di produrre in materia di incompetenza qualunquista, qualunquismo incompetente, piccineria, obesità mentale e cattiveria spicciola. Il trionfo di un kali yuga in cui la diciassettenne mal depilata che vanta su un rotocalco il proprio passato di ladra di merendine all'asilo costituisce per i sudditi dello stato che occupa la penisola italiana un soggetto cui delegare la propria rappresentanza politica più volentieri che ad un premio Nobel.
Lo scritto pubblicato all'epoca da Wu Ming, probabile prodotto di qualcuno mandato su tutte le furie dal comunicato di cui sopra, espose considerazioni assai più caustiche delle nostre. Lo riportiamo tale e quale, ricordando ai più giovani che il titolo dell'articolo è lo slogan che caratterizzò, nel 1994, la prima campagna elettorale dell'individuo che a tutt'oggi ricopre la carica di primo ministro nello stato che occupa la penisola italiana.

Un milione di posti di lavoro - di Wu Ming 1

Leggo che, dopo la morte di Quattrocchi, le varie "aziende che si occupano di sicurezza" e "protezione ravvicinata" sono state inondate di richieste d'ingaggio da parte di baldanzosi giovini e nemmeno-più-tanto, tutti aspiranti eroi.
"Franco, 35 anni, di Genova, ex marò della San Marco, ho operato nelle missioni italiane di pace in Kosovo. Body guard davanti alla discoteca (omissis) di Pietra Ligure. Chiedo di partire per l'Iraq. Attendo risposta presso l'indirizzo di posta elettronica (omissis)"
"Enrico, 27 anni, di Bologna... [già] paracadutista nella Folgore, altezza un metro e novanta, peso 88 chili, esperto in judo, maneggio con disinvoltura Beretta 92S. Pronto a partire in zona di guerra. Attendo risposta".
Queste, tratte da La Repubblica del 18 aprile, sono due delle numerose mail spedite compilando questo modulo:
https://secure.bodyguardservers.com/upload/maianuploader.php
L'Unità del giorno dopo, a pag. 5, ci informa che gli ingaggi passano anche "attraverso una rete speciale, alcune chat collegate ai siti porno". Nulla di strano, è dal rapimento di Elena che si mischiano guerra e patonza.
Nel box a fianco, veniamo a sapere che Roberto Gobbi, titolare dell'agenzia Ibsa, è furibondo con l'intermediario genovese che ha ingaggiato e spedito in Iraq i suoi amici, tra i quali Quattrocchi: "E' uno schifo, lui sapeva bene com'è la situazione in Iraq e sapeva anche che non erano all'altezza di un compito del genere."
Io faccio un'accorata richiesta al signor Gobbi e ai suoi colleghi delle varie DTS, DynCorps etc.: non siate troppo severi, date una possibilità a questi virgulti d'Italia. Assumeteli, prendetene quanti più potete. I nostri ragazzi hanno bisogno di faticare per comprarsi la casa, e purtroppo gli tocca farlo all'estero, che ormai qui in Eurabia i lavori migliori se li prendono gli arabi e i negri e a noi ariani tocca emigrare con la valigia di cartone (e armati fino ai denti).
Assumeteli tutti, e smollateli nel carnaio iracheno. Tutta esperienza, non può che fargli bene. Ma soprattutto farà bene a noialtri, con svariati fasci tolti dalle strade e scarse probabilità che tornino.
Anche l'ingresso della discoteca (omissis) diventerà un posto migliore.
Per non parlare di Bologna, che senza Enrico e la sua Beretta sarà di certo più vivibile.
(19 aprile 2004)

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