giovedì 17 aprile 2014

Achille Totaro e Fabrizio Quattrocchi



Achille Totaro è grasso e di Scandicci.
Sicché fa il candidato alcalde alle elezioni amministrative di Firenze.
La cosa ha una logica ineccepibile: se a Firenze è stato borgomastro un boiscàut di Rignano, non si capisce perché non possa diventarlo uno grasso di Scandicci.

Il 14 aprile 2014 è trascorso ovviamente nell'indifferenza generale il decimo anniversario della morte di un panettiere genovese.
All'epoca la propaganda "occidentalista", prima tra tutte quella della formazione politica cui apparteneva Achille Totaro, ne fece praticamente una icona del suprematismo razziale. Un Macht ist Recht c'a' pummarola 'n coppa a coronare la tracotanza con cui lo stato che occupa la penisola italiana ne aveva aggredito  deliberatamente uno in ginocchio, dopo aver maramaldescamente atteso che gli yankee facessero il grosso del lavoro, e dopo aver ancor più maramaldescamente atteso il via libera di un'ONU calpestata.
Una delle varie schedature a nome Achille Totaro reperibili sul Libro dei Ceffi riporta le righe che seguono: sono compresi gli errori di ortografia ed il registro linguistico da retrobottega di maccheronificio salentino.
Ovviamente c'è anche un riferimento preciso alla sfera sessuale dell'interessato; non avendo dati affidabili sulle competenze pallonistiche, palloniere e palloneggianti di costui, lo stesore del testo ha dovuto rinunciare all'utilizzo di metafore tratte da quell'ambiente ed ha pensato di ricorrere all'unico altro campo con cui i sudditi dello stato che occupa la penisola italiana pensano di avere una qualche familiarità.
Il 14 Aprile è stato il 10°anniversario dell'assassinio di Fabrizio Quattrocchi commesso da un gruppo di terroristi vigliacchi..in una nazione dove troppo spesso primeggiano tanti buffoni e servi ricordiamo un nostro conazionale con gli attributi.."vi faccio vedere come muore un italiano" Onore a Fabrizio Quattrocchi!
L'incipit della considerazione fa pensare che dell'anniversario si fossero di primo acchito scordati persino quanti devono alla propaganda "occidentalista" una parte non piccola della propria fortuna politica. In ogni caso, fuori dagli ambienti "occidentalisti" si ebbe all'epoca -e si continua ad avere a tutt'oggi- ben altra considerazione delle circostanze in cui si compì il destino del loro conazionale.
SI ricorderà il comunicato stampa oltremodo rivelatore con cui sedicenti "amici" di Fabrizio Quattrocchi ne comunicarono la scomparsa:
16.09 - GLI AMICI DI QUATTROCCHI SCRIVONO LETTERA-COMUNICATO. "Questo comunicato è alla memoria ed in onore del nostro concittadino Fabrizio Quattrocchi costretto a morire in uno Stato straniero per avere quella gratificazione economica che la nostra Costituzione dovrebbe garantirgli". Inizia così una lettera-comunicato che i colleghi e gli amici di Fabrizio Quattrocchi hanno voluto leggere ai giornalisti che tuttora presidiano l'ingresso dell'abitazione dove si trovano i familiari dell'ostaggio ucciso.
Non c'è precario o cassintegrato che non dovrebbe ritenerlo un lodevole esempio di intraprendenza; un manager di se stesso, come andava di moda dire prima che la faccenda delle partite IVA e delle "collaborazioni" si rivelasse per quello che è, ovvero il modo per trasferire di fatto le conseguenze del rischio d'impresa sulle ultime ruote del carro.
Resta da capire, se mai, quali "garanzie" di "gratificazione economica" offrissero ai loro cittadini le costituzioni della Repubblica Irachena e della Repubblica Islamica dell'Afghanistan. C'è da pensare che siano persino morti gratis.
Vale la pena sottolinare anche qualche altro fatto. Più o meno nello stesso periodo e negli stessi anni ci furono altri casi di rapimenti o di disavventure di vario genere, in cui incapparono abitanti della penisola italiana poco inclini ad impugnare le armi ma curiosi di realtà mediorientali diverse dai topless di Sharm el-Sheikh. Nei loro confronti politicanti e gazzettieri, con specifico riferimento ad uno noto per la repulsiva grassezza e per le repellenti "posizioni" da "ateo devoto" o roba del genere, furono molto meno concilianti arrivando a ventilare nero su bianco l'addebito per intero ai malcapitati delle cifre resesi necessarie per rimpatriarli, vivi o morti che fossero. Un utilizzo molto disinvolto dei due pesi e delle due misure che è proprio quello che ci si aspetta da un aggregato di sovrappeso viziati e irresponsabili in cui ogni "occidentalista" che si rispetti può ritrovare le proprie istanze.
Negli anni successivi all'aggressione yankee all'Iraq il mainstream, e purtroppo non solo quello, è stato saturato reclutando chiunque fosse in grado di mostrare incompetenza qualunquista, qualunquismo incompetente, piccineria, obesità mentale e cattiveria spicciola. Il trionfo di un kali yuga in cui la diciassettenne mal depilata che vanta su un rotocalco il proprio passato di ladra di merendine all'asilo costituisce per i sudditi dello stato che occupa la penisola italiana un soggetto politicamente molto più rappresentativo di un Nobel per la medicina.
La vicenda Quattrocchi fu commentata in modo molto appropriato da Wu Ming, che pubblicò le considerazioni di qualcuno mandato su tutte le furie dal comunicato di cui sopra. Non resta che riportarle tali e quali, ricordando ai più giovani che il titolo dell'articolo è lo slogan che caratterizzò, nel 1994, la prima campagna elettorale di uno degli uomini politici più rappresentativi che la scena politica peninsulare abbia mai prodotto.
Un milione di posti di lavoro - di Wu Ming 1

Leggo che, dopo la morte di Quattrocchi, le varie "aziende che si occupano di sicurezza" e "protezione ravvicinata" sono state inondate di richieste d'ingaggio da parte di baldanzosi giovini e nemmeno-più-tanto, tutti aspiranti eroi.
"Franco, 35 anni, di Genova, ex marò della San Marco, ho operato nelle missioni italiane di pace in Kosovo. Body guard davanti alla discoteca (omissis) di Pietra Ligure. Chiedo di partire per l'Iraq. Attendo risposta presso l'indirizzo di posta elettronica (omissis)"
"Enrico, 27 anni, di Bologna... [già] paracadutista nella Folgore, altezza un metro e novanta, peso 88 chili, esperto in judo, maneggio con disinvoltura Beretta 92S. Pronto a partire in zona di guerra. Attendo risposta".
Queste, tratte da La Repubblica del 18 aprile, sono due delle numerose mail spedite compilando questo modulo:
https://secure.bodyguardservers.com/upload/maianuploader.php
L'Unità del giorno dopo, a pag. 5, ci informa che gli ingaggi passano anche "attraverso una rete speciale, alcune chat collegate ai siti porno". Nulla di strano, è dal rapimento di Elena che si mischiano guerra e patonza.
Nel box a fianco, veniamo a sapere che Roberto Gobbi, titolare dell'agenzia Ibsa, è furibondo con l'intermediario genovese che ha ingaggiato e spedito in Iraq i suoi amici, tra i quali Quattrocchi: "E' uno schifo, lui sapeva bene com'è la situazione in Iraq e sapeva anche che non erano all'altezza di un compito del genere."
Io faccio un'accorata richiesta al signor Gobbi e ai suoi colleghi delle varie DTS, DynCorps etc.: non siate troppo severi, date una possibilità a questi virgulti d'Italia. Assumeteli, prendetene quanti più potete. I nostri ragazzi hanno bisogno di faticare per comprarsi la casa, e purtroppo gli tocca farlo all'estero, che ormai qui in Eurabia i lavori migliori se li prendono gli arabi e i negri e a noi ariani tocca emigrare con la valigia di cartone (e armati fino ai denti).
Assumeteli tutti, e smollateli nel carnaio iracheno. Tutta esperienza, non può che fargli bene. Ma soprattutto farà bene a noialtri, con svariati fasci tolti dalle strade e scarse probabilità che tornino.
Anche l'ingresso della discoteca (omissis) diventerà un posto migliore.
Per non parlare di Bologna, che senza Enrico e la sua Beretta sarà di certo più vivibile.
(19 aprile 2004)
Non resta che ringraziare il "partito" di Achille Totaro e il repellente cicaleccio sul Libro dei Ceffi che riporta il suo nome e cognome.
Ricordare di che cosa siano fatti gli "occidentalisti" e quali siano i loro "valori" non fa certo male.

mercoledì 16 aprile 2014

La crisi in Ucraina e le sue conseguenze sul comportamento della NATO e dell'Occidente secondo Conflicts Forum


 Barricate filorusse a Donetsk nell'aprile 2014 (fonte: The Telegraph).

Traduzione da Conflicts Forum.

La scorsa settimana abbiamo sottolineato come tutte le più importanti questioni di politica mediorientale del Presidente Obama avessero girato in aceto all'improvviso, proprio alla vigilia del breve viaggio di Obama e Kerry nella regione. E' stato come se gli Stati Uniti fossero rimasti vittime di una epidemia di scarogna, e forse le cose sono andate in questo modo: per molti dei massimi politici della zona, che pure hanno punti di vista molto differenti tra di loro, la distonia tra la realtà oggettiva che si sta vivendo in Medio Oriente (il collasso di uno status quo consolidato, con lo scatenarsi delle forze distruttive che questo ha liberato) e la realtà virtuale costituita dall'interpretazione occidentale degli stessi eventi filtrata con l'ottica dell'Illuminismo è diventata troppo grande da sostenere. Il punto fondamentale è questo, anche se ci sono differenze marcate in come ciascun leader politico definisce questa realtà e i demoni ad essa associati. Detto in maniera semplice, i paesi occidentali si pensa abbiano poco da offrire, a fronte di un intero "sistema" -quello arabo- che si sta sgretolando e che sta andando in pezzi e a fronte della paura che ha preso il sopravvento.
Che cosa è cambiato dunque, dopo una settimana di intenso lavoro diplomatico ameriKKKano? Eloquentemente poco. Il Presidente Obama è andato a pranzo con Re Abdullah: è stato come se una coppia formata da soggetti ormai estranei l'uno all'altro si fosse ritrovata per cercare di porre un qualche rimedio al fallimento del proprio matrimonio. Dalle parole educate e dalle dichiarazioni confidenziali in cui la coppia dice di aver deposto ogni irritazione e ogni divergenza sul conto di un legame in cui non si riconosce più emerge con chiarezza una cosa: non ci sarà (ancora) alcun divorzio, ma ci sarà una separazione. La visita di Obama "è stata più un cerotto che una cura vera e propria per i contrasti che esistono tra i due paesi". Essi manterranno rapporti decorosi davanti agli altri, ma in privato ciascuno di essi andrà per la sua strada, libero se del caso di scegliersi un amante differente.
Nel campo dei rapporti tra palestinesi e stato sionista, è evidente che né gli uni né l'altro considerano o intendono considerare la soluzione che al momento va per la maggiore, quella basata sui due stati, quanto il mediatore John Kerry vorrebbe che facessero. Il fatto che riguardo ad una possibile soluzione il mediatore si mostri più coinvolto e più entusiasta di chi è direttamente coinvolto nel problema non è mai stato un buon segno. L'idea che predomina in giro è che il processo di pace sia giunto ad un punto morto, ma questo non è molto probabile. E' la formula dei due stati che è vecchia di vent'anni e che per un po' è giunta a un punto morto laddove prevede l'instaurazione di uno stato palestinese sovrano e indipendente; tuttavia, i leader di entrambe le parti hanno bisogno di un processo di pace di un qualche genere, per trarne un qualche utile. Sembra probabile tuttavia che questo processo di pace consista nell'indebolire progressivamente la posizione palestinese a suon di contentini (per esempio, con qualche scambio di prigionieri) e che finirà per provocare il rovesciamento della leadership palestinese. I palestinesi non sono mai stati tanto deboli, tanto poveri di autostima, tanto a corto di carte da giocare che è difficile pensare che questo "processo di affossamento del processo di pace" possa durare indefinitamente. Ci sarà un sovvertimento di palazzo, come successo a Yasser Arafat. La cosa peggiore è che sarà probabilmente Mohammed Dahlan a venir foraggiato dall'estero per occuparsi della cosa.
I negoziati con la Repubblica Islamica dell'Iran somigliano ogni giorno di più ai negoziati con i palestinesi: sono un "processo di affossamento del processo di pace", come lo hanno chiamato gli ambienti dell'opposizione conservatrice iraniana sin dal loro primo abbozzo. Le dichiarazioni di alcuni funzionari di alto livello dell'amministrazione statunitense fanno pensare che la "soluzione" non sarà ampia come annunciato all'inizio, e non contemplerà una completa caduta del regime sanzionatorio; alcune sanzioni -diciamo pure molte- sono destinate a rimanere: "Wendy Sherman ha suggerito per la prima volta che c'è la possibilità che il processo abbia un esito meno che completo e meno che totale".  Sembra che il governo statunitense, proprio come nel caso dei colloqui con i palestinesi, si sia accontentato di fare il gesto simbolico di approntare una "road map" per passarla poi a chi seguirà, invece di andare alla sostanza della cosa perché farlo avrebbe significato una levata di scudi da parte dell'opposizione politica ameriKKKana ed un potenziale smacco per il governo stesso.
Dopo l'incontro tra Obama ed il re saudita Abdullah, anche per la Siria pare ci si trovi in un contesto gattopardesco. David Ignatius riferisce in termini assai vaghi che il Presidente Obama sembra intenzionato ad estendere gli aiuti sotto copertura all'opposizione siriana, ma soltanto perché servano ad esercitare pressioni su Assad affinché prenda i negoziati più seriamente. Chi decide la rotta a Washington sa benissimo che inviare qualche mitra in più a questi "moderati" che non si sa neanche bene cosa siano, è un gesto privo di effetti
In Medio Oriente ed in Afghanistan, il risultato di una settimana di contatti diplomatici è stato scarso. Per quello che riguarda l'Ucraina, è verosimile che gli Stati Uniti si sitano man mano risolvendo a raffreddare la situazione e che il risultato finale sarà una sorta di federazione  dai legami ampi, non allineata e che consenga una sostanziale autonomia a tre regioni distinte.
Ora, è proprio questo il campo in cui sono implicite le potenzialità di cambiamento di più vasta portata, anche per il Medio Oriente: l'Ucraina e le relazioni tra Stati Uniti e Russia. Obama sta cercando di raffreddare le tensioni con Putin senza troppo chiasso, ma è uno sforzo che ha i suoi oppositori. Oltre ai ben noti sostenitori della guerra fredda interni al governo, un esperto di lungo corso in materia di difesa, l'inglese Richard Norton Taylor, ha scritto: "Secondo un ex segretario alla Difesa di Sua Maestà che si riferiva ai diffusi timori circa il futuro dell'alleanza militare occidentale, 'l'operato di Putin in Crimea per la NATO è stato una specie di frustata' ".
Norton Taylor prosegue scrivendo che "Il timore era che con la fine delle operazioni di combattimento in Afghanistan sostenute dalla NATO, prevista per quest'anno, l'alleanza si ritrovasse senza niente da fare e che i suoi membri situati nell'Europa occidentale operassero ulteriori tagli alle spese per la difesa". Secondo il professor Malcolm Chalmeers, del think tank londinese Royal United Services Institute, "Al quartier generale della NATO si spera che gli avvenimenti in Crimea e in Ucraina siano una scossa per i governi dei paesi membri e facciano loro abbandonare un atteggiamento che i funzionari considerano connivente. Dopo tante dispute sul perché della NATO in Afghanistan, la crisi in Crimea ha fornito all'alleanza una nuova ragione di esistere. Se Putin attaccasse il territorio di uno stato membro, come la Polonia o la Lettonia, gli altri paesi della NATO compreso il Regno Unito sarebbero obbligati a rispondere militarmente".
Non è assolutamente realistico che nei confronti della Russia si arrivi a tanto, ma resta il fatto che l'Ucraina rimane in condizioni di volatile instabilità. Se le cose in Ucraina peggiorano e si arriva alla guerra civile, alla Russia non resterà molto altro da fare se non intervenire per proteggere la popolazione russa. In questo caso la NATO e le lobby delle armi useranno senz'altro questa scusa per spremere ogni dollaro che possono in favore delle spese militari, e in favore di una ampliata ragion d'essere della NATO basata sul pretesto della risorta minaccia russa.
La strategia di de-escalation di Obama è rimasta molto indigesta alla lobby degli armamenti, dai gruppi di pressione della NATO fino ai nostalgici della guerra fredda; lo si nota anche da eventi all'apparenza non collegati e che si verificano all'interno del sistema ameriKKKano: la scorsa settimana J.P. Morgan ha bloccato un trasferimento di denaro proveniente dalla Russia, "col pretesto delle sanzioni antirusse imposte dagli Stati Uniti".
A differenza delle sanzioni fin qui imposte alla Russia dall'Occidente, considerate in larga misura uno scherzo dall'establishment russo, in questo caso in Russia sono davvero andati su tutte le furie. Secondo Bloomberg il ministero degli esteri russo ha bollato la decisione della J.P. Morgan come "illegale e assurda". L'operazione è stata sbloccata, ma se così non fosse stato si sarebbe potuti arrivare sia ad una guerra delle valute, con la Russia che smette di usare il dollaro per il mercato dell'energia, e ad una ritorsione statunitense diretta contro le forniture russe di petrolio e gas (cosa già invocata da qualcuno, al Congresso).
Non c'è dubbioe che il Presidente Obama non abbia alcuna intenzione di percorrere questa china, ma all'interno del sistema statunitense esistono anche un sacco di quelli che i russi e Putin conoscono come "destabilizzatori automatici": il NED (National Endowment for Democracy), USAID, il Dipartimento di Stato, la CIA, i gruppi lobbystici della K street e anche le forze speciali. Tutta gente che usa quei sistemi legati alle operazioni sotto copertura di cui una volta era la CIA ad avere l'esclusiva per destabilizzare i nemici dell'AmeriKKKa. Sono così tanti che fatti come questo di J.P. Morgan che decide in proprio di sanzionare le transazioni russe rimangono una possibilità concreta. In un caso simile, il Medio Oriente si troverebbe sulla linea del fronte sia nella guerra del dollaro, sia in quella dell'approvvigionamento energetico, che avrebbe implicazioni di vasta portata.
I paesi occidentali credono davvero alla loro stessa retorica, quando dicono che Putin ha mire espansionistiche e vuole ricostruire l'impero sovietico? E' questo quello che intendeva l'ex Segretario di Stato Hillary Clinton quando ha detto che il comportamento dei russi in Crimea somiglia a "quello che ha fatto Hitler negli anni Trenta"? Frank Furedi, interrogato da un giornalista russo sul perché l'Occidente rifiuta di ammettere o di riconoscere che le sue azioni possano aver avuto un qualche ruolo nella crisi in Ucraina, giunge "alla sconfortante conclusione che gli argomenti che stanno dietro l'attuale campagna di demonizzazione della Russia si basano su convinzioni sincere".
"Naturalmente c'è un sacco di propaganda, ci sono distorsioni deliberate ed anche un considerevole apporto di pura fantasia in questa campagna mediatica", scrive Furedi, "ma la posizione che essa esprime è stata così ben interiorizzata da tante persone in Occidente che ha finito per diventare, ai loro occhi, la realtà". In effetti, Obama nel suo discorso di Bruxelles non ha fatto altro che dar voce alla consueta narrativa di progresso storico lineare che porta verso valori illuministici condivisi. Quando Obama ha pronunciato il suo discorso, abbiamo pensato che fosse stato in qualche modo obbligato a farlo, anche solo per discostarsi dalla narrativa russa che indica la complicità dell'Unione Europea nella destabilizzazione dell'Ucraina.  Furedi ammonisce che questo atteggiamento superficiale, fatto di moralismo vuoto, che sembra emergere dallo spirito del momento rappresenta un pericolo molto concreto di arrivare ad una escalation con la Russia, e dunque un pericolo per la stabilità mondiale.

domenica 13 aprile 2014

Marco Stella e il suo "Progetto per Firenze". Adesso ci divertiamo noi.


A fine novembre 2013 Marco Stella parlò con i gazzettieri di un costruendo "Progetto per Firenze"; un qualcosa che doveva dare una patina di "partecipazione popolare" alla campagna elettorale per le elezioni amministrative previste per il maggio successivo.
Lo fece, ovviamente, nell'indifferenza generale.

Beh, quasi generale.

Un progetto per Firenze - Una necessaria premessa

C'è anche il Cinguettatore.

sabato 5 aprile 2014

La politica estera statunitense in Medio Oriente tra fallimento e disimpegno. L'opinione di Conflicts Forum.



Traduzione da Conflicts Forum.

Nel corso dell'ultima settimana le iniziative in politica estera del Presidente Obama non hanno fatto altro che girare in aceto. E, cosa anche peggiore, pare che lo abbiano fatto tutte insieme. Non è facile dire per quale motivo questa costellazione di eventi si sia verificata all'unisono, ma non c'è nessun dubbio sul fatto che Obama in Medio Oriente deve ora vedersela con una monolitica parete di scarogne. Che sia perché i sauditi hanno le mani in pasta in ogni cosa, che sia per Abu Mazen e per la Lega Araba sul riconoscimento dello stato sionista come stato ebraico fino alla liberazione dei detenuti, che sia perché Moshe Yaalon è tutt'altro che contento per il regalino statunitense che si chiama piano di sicurezza, che sia perché in Egitto la fa da padrone lo sdegno per il disgusto con cui in AmeriKKKa si sono accolte le uccisioni e le sentenze collettive contro i Fratelli Musulmani, che sia perché Assad sta mettendo in tavola carte che mostrano che è lui a condurre il gioco sul terreno delle operazioni militari, che sia perché in Iran la musica è cambiata e per il "cinque più uno" le prospettive sono peggiorate, che sia perché ad Ankara sta uscendo di testa un bestione ferito e con il sangue agli occhi, in complesso il Presidente Obama si ritrova ad affrontare un periodo tutt'altro che facile per la politica estera, e -cosa peggiore di tutte- capitato proprio nello scorcio di tempo che porta alle elezioni di metà mandato.
Tanto per essere chiari, i sauditi hanno detto chiaro e tondo che Obama non ha da aspettarsi che a Riyadh gli facilitino la vita, a meno che non cambi registro sull'Iran, non sia favorevole all'intervento militare in Siria e sostenga senza lesinare lo stritolamento dei Fratelli Musulmani in cui è impegnato al Sissi. Nel caso il messaggio non fosse stato abbastanza chiaro, alla vigilia della visita di Obama in Arabia Saudita è stato reso noto il fatto che il principe Muqrin sarà il prossimo nell'ordine di successione dopo l'attuale pretendente al trono. In altre parole, il regno sta dicendo "AmeriKKKa, non pensare di poter intrometterti nella successione per mezzo del tuo favorito, il principe Mohammad bin Naif". Perché fosse chiaro ad Obama che nemmeno i colloqui di pace tra palestinesi e stato sionista sarebbero stati una passeggiata, la Lega Araba si è attenuta, assieme ad Abu Mazen, a dichiarazioni secondo le quali gli appartenenti alla Lega Araba sarebbero d'accordo sull'"assoluta esclusione" di un qualsiasi riconoscimento dello stato sionista come stato ebraico. Abbastanza perché il Segretario di Stato Kerry lasciasse Roma in tutta fretta alla volta di Amman, per cercare di far sì che almeno i colloqui si protraggano oltre la fine di aprile e che continui ad esistere una "road map" che pure fa acqua da tutte le parti. In Egitto, proprio il giorno prima della visita di Obama, al Sissi ha dato il tanto atteso annuncio della sua candidatura alla presidenza. Come per dire agli Stati Uniti "Io sono qui per rimanere. non avete altra scelta che avere a che fare con me, che vi piaccia o no".
A sovrastare il tutto ci sono le relazioni degli Stati Uniti con la Russia. La settimana scorsa abbiamo avanzato l'idea che la politica mediorientale di Obama dipenda fortemente dai buoni rapporti con il Presidente Putin, sia pure non ammessi ufficialmente e mantenuti nell'àmbito del privato. secondo ambienti vicini alla presidenza, si è reso necessario agire senza dare nell'occhio e in modo informale perché certe braci residue della guerra fredda sono ancora accese, anche e soprattutto all'interno della "squadra di oppositori" dell'amministrazione Obama, irritati per la Siria, irritati per i negoziati con l'Iran e animati da un profondo risentimento per una Russia nuovamente in ascesa.
Sembra che, messo all'angolo dai neoconservatori di turno per il suo confronto con Putin su una delle materie più spinose -ossia messo alle strette dai segmenti antirussi e neoconservatori del suo stesso governo- il Presidente Obama non abbia potuto che ammettere che l'Ucraina, dopo tutto, per molti ameriKKKani costituisce un simbolo dalla forte portata psicologica. Per quale altro motivo la situazione politica di uno stato fallito, lontano e di second'ordine dovrebbe assumere un significato tanto forte ed una portata emotiva tanto vasta presso le élite della politica?
L'intraprendenza dei russi è stata percepita come profondamente disturbante, ed ha fatto montare un senso di rabbia, parzialmente sublimato, dovuto al fatto che la storia del mondo non ha preso quella strada dritta che avrebbe dovuto prendere. Di fatto, il Presidente Putin sta incarnando la negazione di quella narrativa che prevedeva "la fine della storia", in cui tutti avrebbero fatto cerchio attorno alla globalizzazione liberale ameriKKKana e alle "regole del gioco" che, autoriproducendosi, l'avrebbero accompagnata. I russi stanno mettendo in dubbio elementi basilari del concetto che ameriKKKani ed europei hanno di se stessi, del modo in cui si vedono ed in cui si definiscono.
Di tutto questo Obama pare essersi accorto, e che abbia capito che se non riesce a rispondere in qualche maniera alle pressioni psicologiche di questo momento, la rabbia sublimata diretta verso la Russia finirà per riverberarsi su di lui. Per questo, a Bruxelles, ha incanalato la questione dell'Ucraina su binari narrativi semplici: nello sfidare Putin, Obama afferma che gli eventi in Ucraina non hanno nulla a che vedere con i tentativi dell'alleanza occidentale di puntare al ventre molle della Russia, ma vanno considerati come null'altro che una scelta dell'occidente civilizzato, una scelta che sostiene una lineare e progressiva spinta verso la libertà, l'individualismo e la democrazia. Siamo tutti in movimento secondo questa traiettoria, e siamo tutti per natura portati ad accettare le "regole del gioco" che governano questo mondo interconnesso e globalizzato e ne presiedono l'espansione. Non c'è posto per chi rifiuta l'ordine internazionale o per chi sabota le regole che sovrintendono all'interconnettività del liberalismo mondiale e ne sovrintendono l'espandersi.
Probabilmente Obama non aveva molte altre scelte che non rilasciare questa generica dichiarazione in sostegno della linearità della storia; doveva mettersi al riparo dalle accuse di corresponsabilità nell'aver lasciato indebolirsi e venir meno una supremazia ameriKKKana che non aveva precedenti. Questa narrativa della storia lineare rappresenta dopotutto la principale giustificazione alla condizione priva di paragoni in cui si trovano gli Stati Uniti. Solo che un approccio del genere, nonostante Obama sia forse obbligato ad attenervisi per tener buono il fronte interno, lo estrometterà d qualsiasi ruolo in Medio Oriente. Negando alla Federazione Russa, all'Iran o alla Siria anche la cortesia di potersi permettere una visione alternativa del futuro, gli Stati Uniti cercano di imporre la narrativa che li considera dominatori mondiali e di avocarsi il ruolo di moralizzatori ed arbitri di quanto è normale o non normale in tutto ciò che è pensiero e comportamento. Questa pretesa finirà inevitabilmente per rendere inestricabile e complesso qualunque negoziato in politica estera, che diventerà ancora più difficile. L'Europa è già divisa (si veda sotto); i russi ed i cinesi rifiuteranno di averci a che fare, ed in Iran ne trarrà ulteriore vantaggio chi si oppone alle richieste degli ameriKKKani.  
In pratica Obama, trovandosi a che fare con un Medio Oriente tanto ostile, deve sperare che le tensioni con la Russia possano in qualche modo essere acquietate senza troppo chiasso, nonostante i discorsi di Bruxelles, e che con Putin si possano di nuovo mettere in piedi relazioni grosso modo funzionanti. In questo modo potrebbe anche sperare di salvare qualcosa della sua politica estera dall'assalto di chi lo avversa ideologicamente sul piano politico. Si tratta di qualcosa che è possibile realizzare perché anche se la Russia riorienterà senza dubbio la sua politica estera in modo diverso alla luce degli eventi in Ucraina, Putin si è sempre dimostrato capace di distinguere caso per caso; potrebbe mostrarsi inflessibile su alcune questioni fondamentali, ma rimanere collaborativo sulle altre.
Angela Merkel sarà molto probabilmente la persona su cui Obama potrà contare di più nel tentativo di salvare qualcosa dal pasticcio ucraino. Il cancelliere tedesco ha detto che "non gli interessa far salire" la tensione con la Russia. "Al contrario", ha affermato, "io sto lavorando perché diminuiscano le tensioni". La Merkel ha detto che l'Occidente "non è arrivato ad un punto che implichi l'imposizione di sanzioni economiche" contro la Russia. "Spero che sarà in grado di evitarlo", ha aggiunto.
C'è un altro politico tedesco, l'ex cancelliere Helmut Schmidt, che scrive regolarmente dei corsivi sul Die Zeit. Secondo Schmidt il modo in cui Putin ha affrontato la questione della Crimea è "perfettamente comprensibile" e le prime sanzioni occidentali, dirette contro singoli individui, sono "perfettamente idiote". "Sanzioni economiche più serie finiranno per colpire tanto l'Occidente quanto i russi", afferma; la decisione di far diventare il G8 un G7 per "punire la Russia" è un errore grave: "Sarebbe stato meglio ritrovarsi tutti attorno ad un tavolo. [Se così fosse stato, a questo punto] la cosa si sarebbe rivelata più utile per la pace di quanto non lo sia la minaccia di sanzioni".
Obama deve anche sperare ardentemente un'altra cosa. Ci sono in giro un sacco di combattenti della guerra fredda, di vecchia e di nuova generazione, sia negli USA che in Europa, che temono sopra ogni altra cosa che in Europa si affermi un asse russo-tedesco. L'affare ucraino ha già aperto delle crepe tra Europa e Stati Uniti, laddove l'intenzione era -come possiamo ricordare secondo le dichiarazioni di John Kerry alla conferenza sulla sicurezza di Monaco- quella di far sì che la situazione in Ucraina ricompattasse l'Europa dietro una rinvigorita leadership degli Stati uniti e della NATO.
Oggi come oggi la NATO non ha alcuno scopo credibile, e mancando uno scopo manca anche una giustificazione alle spese per la difesa. L'Ucraina ha appena fornito alla NATO una causa presentabile per rafforzare una linea Maginot che va dall'Estonia all'Azebaigian e dunque di riformulare i propri obiettivi di fondo. L'industria della difesa non è un cancelliere tedesco, ed il suo interesse è proprio quello di far sì che le tensioni con la Russia si inaspriscano.

martedì 1 aprile 2014

Stendardi d'Occidente


Nei contesti normali uno stendardo è un'insegna che caratterizza stati sovrani, enti pubblici, istituzioni o associazioni ed è costituita da un drappo rettangolare "di seta, cotone o velluto, ricamato, dipinto e spesso listato e frangiato" [*], fissato per tutta la sua larghezza a un pennone sostenuto da un’asta verticale.
Nel contesto contemporaneo invece tocca accontentarsi di stendardi pubblicitari come quelli della foto, accomunati agli stendardi veri soltanto dalla forma e dal sistema di ancoraggio. I materiali sono i più vili che si possano immaginare ed un lampione qualunque funziona egregiamente da asta parodistica. La campagna pubblicitaria in alto ha impestato tutte le superfici verticali di Firenze nel marzo del 2014.
Aria quasi sveglia per lui, a suggerire indulgente dedizione a cattive abitudini, e aria quasi seducente per lei, a suggerire indulgente dedizione a cattive abitudini di altro genere.
Per tutti e due una buona passata al fotoritocco.

E così conciati, pastranelli compresi, possono anche andare insieme ad approfittare dell'offerta di quest'altro stendardo.
Un'ascella per uno, certo.



 [*] Dalla definizione Treccani.

domenica 30 marzo 2014

La Russia mette limiti all'intraprendenza "occidentale". I fatti in Ucraina e le conseguenze in Medio Oriente secondo Conflicts Forum



Traduzione da Conflicts Forum.

Una fonte ben informata ci fa sapere da Washington che "per quanto riguarda la Siria, l'attenzione degli Stati Uniti è venuta meno di colpo. Gli esperti dei servizi dicono che Assad sta conseguendo vantaggi sul terreno che sarà praticamente impossibile togliergli. Uno ci ha detto che 'Assad ha praticamente vinto'".
Da questo punto di vista, l'effetto Ucraina si fa già sentire. I funzionari statunitensi avevano qualche grattacapo per l'impatto dei colloqui dei "cinque più uno" con l'Iran e stavano tirando un po' il fiato perché la Russia, almeno durante l'ultimo giro di colloqui, aveva mostrato un po' di collaborazione anche se sapevano che uno degli effetti dello stallo tra Stati Uniti ed alleati da una parte e Putin dall'altra avrebbe potuto essere un riavvicinamento tra Russia ed Iran. Cosa meno esplicita ma più importante, la crisi in Ucraina ha reso molto difficile -se non impossibile- mandare avanti il lavoro di squadra tra Obama e Putin per quanto riguarda la Siria e l'Iran. Un risultato di cui qualcuno, a Washington, può anche essere contento.
A Tehran si pensa che stabilire relazioni più strette con la Russia non sia solo probabile, ma inevitabile. C'è la diffusa convinzione che l'Ucraina, e l'ondata emotiva di biasimo contro la Russia ed il suo Presidente che gli eventi hanno causato, abbia rafforzato la posizione di Tehran nei confronti degli USA e dell'Europa perché la Russia reagirà consolidando la sua alleanza con l'Iran. L'idea predominante è questa, anche se, in qualche modo paradossalmente, accanto ad essa troviamo la molto diffusa convinzione che i colloqui siano destinati al fallimento o, nel migliore dei casi, a sfociare in un'ulteriore proroga di sei mesi dopo la conclusione della tornata in corso. Questa forte sensazione che l'Iran stia traendo vantaggio da quanto succede non pare collegata solo al desiderio di rivalsa che i russi hanno contro l'Ucraina, le cui ripercussioni sono favorevoli all'Iran, ma sembra radicata nella convinzione che gli ultimi avvenimenti possano recare conseguenze geopolitiche di più ampia portata. Di cosa si tratta?
Come abbiamo scritto nel nostro ultimo commento agli eventi della settimana, qualcuno all'interno del governo ha messo Obama con le spalle al muro. Obama pensava di poter sistemare le cose direttamente con il Presidente Putin. Quello che colpisce è il fatto che a Washington si è molto preoccupati che Putin posdsa aver mal compreso la determinazione dell'Occidente di fargliela pagare. A questa preoccupazione fa da pendant la sorpresa con cui in Russia e in gran parte della zona interessata è stato accolto il fatto che gli Stati Uniti e i loro alleati possano aver così mal interpretato la possibile reazione di Putin alle mosse occidentali in Ucraina, vista la storia dell'Ucraina e della Crimea così come la si intende in Russia. I mass media hanno dato la stura alla retorica anti Putin e la cosa può aver sorpreso qualcuno, ma non avrebbe dovuto essercene motivo perché gli indizi per capire come sarebbe andata c'erano comunque tutti.
Alla conferenza sulla sicurezza tenutasi a Monaco a febbraio i segretari statunitensi Hagel e Kerry si sono dati molto da fare per demolire la narrativa ora in voga che considera in declino la potenza statunitense; hanno negato che le cose stiano in questo modo, anche se hanno dovuto dare atto del fatto che l'alleanza con i paesi oltre l'Atlantico è un po' inflaccidita perchè manca una leadership statunitense. Hagel ha detto: "Gli stati Uniti stanno uscendo da un impegno bellico lungo tredici anni; per noi è chiaro, e lo è anche per il Presidente Obama, che il nostro futuro avrà bisogno di un'epoca di rinnovate ed estese relazioni con i nostri amici ed alleati... C'è bisogno di un rinascimento atlantico". "Il fondamento della nostra relazione di sicurezza collettiva con l'Europa è sempre stato costituito dalla cooperazione nei confronti delle comuni minacce... L'elemento centrale della difesa atlantica continuerà ad essere la NATO".
In breve, agli europei si è dovuta dare prova del fatto che nulla è cambiato nella qualità della potenza e della guida statunitensi facendo assumere alla NATO un atteggiamento più aggressivo. Nel caso qualcuno non avesse capito, ci ha pensato John Kerry a spiegare le cose senza mezzi termini: "In nessun luogo come in Ucraina è oggi in corso una lotta più importante per il futuro della democrazia in Europa". In poche parole la NATO deve riprendere vigore, e l'Europa tornare sotto l'ala della guida ameriKKKana, facendo fronte comune contro la comune "minaccia" di una Russia in nuova ascesa. In questo modo la NATO potrà essere "riorientata", via dal lungo fallimento della guerra in Afghanistan, verso una uova missione in Ucraina. In questo modo la NATO continuerà ad avere un senso, perché servirà a tenere un piede nella porta dell'Eurasia. I mass media si sono levati come un solo uomo contro Putin: si può star sicuri che la NATO e gli altri hanno preparato bene il terreno, con qualcuno di quegli incontri di cui portano per intero la responsabilità morale. 
E questa responsabilità morale esiste eccome. Come nota l'esperto giornalista investigativo statunitense Robert Parry, fin da settembre del 2013 Carl Gershman, che è presidente dell'organizzazione finanziata dagli statunitensi chiamata National Endowment for Democracy si è accaparrato pagine sullo Washington Post per scriverci che l'Ucraina ora era "la posta in gioco più grossa". Il NED aveva sessantacinque progetti in corso in Ucraina: addestramento di "attivisti", sostegno a "giornalisti" e organizzazione di gruppi di affari, almeno secondo il suo ultimo resoconto. Gershman però ha aggiunto anche che in realtà l'Ucraina era solo un primo passo verso una posta in gioco ancora più alta: il rovesciamento di Putin, che ha mostrato forte volontà e mentalità indipendente e che secondo Gerhsam "alla fine può trovarsi sconfitto non solo nel cortile di casa [l'Ucraina] ma anche nella stessa Russia". In altre parole, si sperava in un "cambiamento di governo" sia a Kiev che a Mosca.
Dunque, i russi hanno semplicemente mal interpretato la volontà della NATO di imporre a Putin un prezzo per qualsiasi reazione all'assorbimento dell'Ucraina nell'orbita occidentale, come afferma qualche funzionario statunitense? Non è che Putin ha un quadro anche troppo chiaro della situazione, ovvero che i fatti in Ucraina rappresentano non tanto una ritorsione sproporzionata per la Siria, quanto una minaccian esistenziale al suo paese e alla base navale di Sebastopoli?
Un analista russo di primo piano, Fyodor Lukyanov, contestualizza gli eventi dal punto di vista russo. Quanto successo in Ucraina non è un fuoco di paglia, ma l'anticipazione della fine di venticinque anni di politica estera russa. Quando Gorbaciov formulò il suo "nuovo pensiero" il mondo si teneva in equilibrio su due superpotenze grosso modo equivalenti. Solo che "la rapida dissoluzione dell'Unione Sovietica pose fine al sogno gorbacioviano di un riavvicinamento su pari basi e di un reciproco arricchimento ideologico, consegnando al vincitore il diritto di interpretare a proprio arbitrio i valori umani e lre rgole delle relazioni internazionali".
Lukyanov afferma che per tutto questo tempo la Russia si è attenuta pedissequamente a queste regole non scritte, anche nei momenti in cui più profonda era la sua debolezza in politica estera. La Russia ha subìto vessazioni sempre più grandi in proporzione diretta con la potenza che recuperava. Eppure, nonostante le frustrazioni e gli interventi occidentali di rovesciamento dei governi a cui la Russia si opponeva tenacemente, essa ha continuato nonostante tutto a custodire il principale retaggio dei tempi di Gorbaciov: la convinzione che avere relazioni costruttive con l'Occdeinte fosse un valore irrinunciabile.  
Solo che al tempo stesso in cui la Russia formalizzava volta per volta la decisione di ridurre al minimo i possibili danni per le proprie relazioni con l'Europa e gli Stati uniti, a Mosca ci si rendeva anche conto che così facendo non si sarebbe mai usciti dalla condizione di "potenza sconfitta", col risultato di essere trattati come il Giappone. Divenne chiaro che la Russia sarebbe stata sempre un outsider, cui si sarebbe guardato con sufficienza come ad una potenza emergente destinata a non emergere mai.
Questo senso di amarezza è diventato sempre più forte perché i russi non credono di aver perso la guerra fredda. Pensano di esserne stati tirati fuori dai loro capi politici prima che fosse finita. Secondo Lukyanov, "L'obiettivo del Cremlino, adesso, non è quello di restaurare il paese andato in pezzi nel dicembre del 1991, ma quello di rigiocare la fase finale della guerra fredda".
I russi pensano che il vecchio modello di Gorbaciov non abbia nulla da offrire. La Russia non è stata accettata, e non lo sarà mai, come partner su un piano paritario. Nessuno intende discutere con la Russia di nuove regole del gioco e i massimi responsabili politici del mondo sono convinti che il sistema del dopo guerra fredda sia sufficientemente valido e non abbia alcun bisogno di essere corretto. Questo significa che intrattenere relazioni costruttive con le potenze occidentali non soltanto non ha protetto la Russia, ma l'ha esposta alle macchinazioni di gente come il National Endowment for Democracy ed alla loro pianificata crerazione di entità filooccidentali in grado di fare da base per la disaffezione popolare e da infrastrutture per lo scopo ultimo rappresentato dal rovesciamento del governo. 
Secondo Lukyanov i massimi rappresentanti politici della Russia hanno deciso che il paese non può limitarsi ad uscire dall'angolo rappresentato dalle condizioni in cui si trova oggi. Deve diventare uno dei principali paesi del mondo, o almeno stabilire un "equilibrio di confronto" basato su alleanze con partner non occidentali che gli consenta di porre un limite preciso: non devono esserci superbasi della NATO nel cuore del continente euroasiatico. 
Probabilmente è proprio questo che in Iran si tiene presente quando si guarda all'Ucraina come ad un punto di svolta geopolitico inevitabilmente destinato a portare dei vantaggi. La stessa cosa ha spinto il Presidente Assad ad offrire ogni aiuto possibile a sostegno della posizione di Putin in Ucraina ed in Crimea. In Medio Oriente non mancheranno i sostegni -assieme alla silente condiscendenza della Cina- affinché si metta un freno all'ambizione della NATO di reinventarsi in Eurasia.
La cosa che può causare autentica sorpresa in molti è che l'Europa non ha mostrato consapevolezza alcuna delle possibili conseguenze di tutto questo quando ha cercato di "togliere il trofeo ucraino dalle grinfie di Putin". Pare proprio che gli europei si siano fidati delle analisi dei principali think tank occidentali, che davano per scontato che Putin non si sarebbe mosso. Adesso che Putin ha fatto resistenza, e che sembra che sconfiggerà gli Stati Uniti e la NATO, tutti si rendono conto che l'Europa non ha alcuna carta in mano, retorica anti Putin nonostante.
In tutto questo, c'è appena un'ombra di quello che fu la crisi di Suez. La crisi in Ucraina gioverà alla NATO e alla sua leadership statunitense, così come si sperava Suez avrebbe ripristinato il prestigio francobritannico? Oppure l'Ucraina, così come successe a Suez per le potenze coloniali di allora, non farà che sottolineare la mancanza di ogni plausibile ragion d'essere per la NATO? Non ci resta che aspettare.
Come osserva Lukyanov, "Mosca ha dato il via ad una partita impegnativa. Il rischio di perdere è considerevole, ma la posta in gioco è innegabilmente attraente. Il vecchio ordine mondiale è diventato completamente privo di efficacia e andrebbe sostituito con qualcosa di nuovo. Mikhail Gorbaciov fece il suo annuncio nel 1986 [si tratta della sua idea sul come superare il conflitto tra due sistemi politici diversi], ma non riuscì a portare a termine il compito. Putin è ritornato a quel punto di svolta, per prendere un'altra strada".

sabato 29 marzo 2014

Il governo e (soprattutto) le riforme del boiscàut secondo un lettore di Militant Blog


Anni fa eravamo convinti che a pubblicare sistematicamente immagini in cui il boiscàut Matteo Renzi figura con un'espressione non troppo acuta
fossero soltanto i suoi avversari o, più spesso ancora, i sedicenti tali.
Abbiamo dovuto ricrederci.

Alla fine di marzo 2014 Militant Blog ospita uno scritto intitolato Fra realtà e percezione dei fenomeni politici, opera di qualcuno che si presenta come lettore affezionato.
Le righe che ne riportiamo illustrano con stringata completezza le basi essenziali della popolarità di cui sta godendo in queste settimane il boiscàut cui fanno fare il Primo Ministro nell'esecutivo in carica.
Il nome dello stato che occupa la penisola italiana compare nel testo citato; ce ne scusiamo come sempre con i nostri lettori, specie con quanti avessero appena finito di pranzare.

L’altra sera ero a cena da una coppia di distinti amici dalle parti di San Pietro. Gente coi soldi, abituata a disinteressarsi alla politica, men che meno alle contraddizioni sociali di cui questa ne è la rappresentazione. [...]
Nella discussione, immancabile è arrivato il commento sulle vicende di palazzo e sui mille mali dell’Italia. E immancabile, l’accenno a una decisa sterzata che rimettesse in piedi il paese, lo agganciasse alle economie produttive, eliminasse i lacci e lacciuoli che frenano lo sviluppo del mercato: “ci vorrebbe un dittatore”, concludevano i padroni di casa. In questo paese “c’è troppa democrazia”, serve qualcuno che non stia più a sentire questa o quella lobby, questo o quel partito o sindacato, e agisse con forza approvando quelle riforme di cui il paese avrebbe bisogno: abbassare le tasse, smantellare la burocrazia statale, liberalizzare definitivamente il mercato del lavoro, liberarci dei sindacati, eccetera. Non ho avuto il coraggio di intavolare una discussione seria su questi punti di vista, troppo ampia la distanza fra le parti e l’incomunicabilità l’avrebbe fatta da padrona. Forse, solo il tentativo di non rovinare una serata altrimenti gradevole. Le certezze dei commensali mi hanno però stimolato una serie di riflessioni che vorrei qui spiegare.
Anzitutto, tale bisogno di “dittatura” è molto più diffuso di quanto sembri. Lo si sente ripetere spesso, il più delle volte come boutade, ma in fin dei conti valutata positivamente. E’, in fondo, lo stesso motivo per cui piace Renzi, che incarna un certo spirito decisionista di cui, si dice, ci vorrebbe un gran bisogno. Queste riflessioni cozzano però con la realtà dei fatti, ed è interessante questa discrasia evidente tra realtà e percezione della stessa. Stiamo vivendo una lunga fase storica di svuotamento di ogni forma, sostanziale e formale, di democrazia. Uno spostamento netto verso una “esecutivizzazione” della vita pubblica, un trasferimento di potere dalle assemblee di dibattito agli organi decisionali. Oggi, come mai nel corso della nostra storia, la politica si identifica col potere esecutivo, la possibilità, per un singolo, di proporre ed approvare politiche di suo pugno, senza tenere in conto alcuna mediazione. Davvero difficile capire questa esigenza, da parte della popolazione, di più decisionismo in una fase di superfetazione decisionista.
Il corollario al bisogno di dittatura sembrerebbe essere quello per cui, almeno in Italia, ci sarebbe “troppa democrazia”. Anche qui, la distanza tra realtà e immaginazione sembrerebbe abissale. E qui la colpa parrebbe essere degli agenti mediatici del consenso, che chiamano “democrazia” quella serie di scontri tra lobby economiche o élite di potere che investono permanentemente la politica di palazzo. [...]
Quello che tale massa di persone pensa è che le “improrogabili” riforme di cui necessiterebbe il paese siano frenate da passaggi troppo democratici in cui non viene mai presa una decisione. La realtà dei fatti, come riporta giustamente questo blog quotidianamente, è a dire il vero opposta: c’è una direzione politica chiara, che viene perseguita ogni giorno senza alcun intoppo sostanziale, e che nel suo prodursi cerca di tener conto di tutte quelle componenti che da tale processo cercano di trarre fuori qualche tornaconto. Nulla di questa dinamica può essere qualificato come democratico, mentre tutto è interno a logiche di potere elitario che vengono invece descritte dai media come forma democratica del processo decisionale. [...]
C’è però un altro passaggio sostanziale che salta agli occhi dalla strana discussione avuta con i simpatici anfitrioni. Le ricette che questo presunto “dittatore” dovrebbe portare avanti sarebbero in definitiva il proseguo ossequioso delle riforme che hanno caratterizzato questo ventennio abbondante. Lo smantellamento di ogni forma di welfare; l’abbattimento dei salari; la precarizzazione contrattuale di ogni rapporto lavorativo; la marginalizzazione dei sindacati; il blocco del turn over nella pubblica amministrazione; il processo costante di privatizzazione del settore pubblico; la dismissione del patrimonio pubblico. Tranne sulla politica fiscale, che però in questi anni è servita a redistribuire verso l’alto margini di guadagno non più possibili nel mercato, sono esattamente tutte le riforme che hanno contraddistinto i governi di ogni colore e composizione. Perché allora questa percezione fuori senso, questo non riconoscere una direzione lampante, evidente anche al più disinteressato agli eventi politici? Anche qui, il ruolo dei media può spiegare una parte della domanda. A forza di ripetere che in Italia c’è un sistema di sviluppo cripto-socialista, con uno Stato ipertrofico e un mercato ristretto e imbrigliato, alla fine ci si crede pure. E si crede che la soluzione sia nello smantellare un sistema che è già bello che smantellato, in ogni sua forma.