lunedì 22 maggio 2017

Markos Troulis - Il Caucaso nel dopo Guerra Fredda: da sede di repubbliche sovietiche a preziosa zona cuscinetto



Traduzione da Central Asia and the Caucasus, volume 18 numero 1, 2017

Nel dopo Guerra Fredda il Caucaso ha attirato l'interesse delle potenze vicine per la sua importanza sul piano geopolitico e geoeconomico oltre che per i profondi legami che esse intrattengono con i popoli della regione. L'articolo illustra dal punto di vista storico gli obiettivi regionali di Russia e Turchia, il modo in cui sono stati perseguiti negli ultimi venticinque anni e il dibattito esistente dietro l'uso delle narrazioni storiche come strumento di potere morbido.
Sia Mosca che Ankara hanno sentito il bisogno di conferire legittimità alla loro presenza nel Caucaso meridionale, regione in cui dopo la Guerra Fredda sono nati tre nuovi paesi indipendenti. Dal canto suo, fin dal 1994 Mosca ha considerato le ex repubbliche sovietiche come "estero vicino", protetto dal proprio ombrello nucleare. La Turchia invece non ha mai cessato di rappresentare una presenza nella regione, sotto i paludamenti rappresentati dagli strumenti del potere morbido. Questi strumenti si fondano sullo sfruttamento dell'identità turca o di quella islamica e delle relative relazioni, che vengono coltivate con impegno sia dalla stessa Ankara che da varie organizzazioni non governative come quella di Fetullah Gulen, impegnata in questo campo fino a poco tempo fa. Lo scopo di costrutti ideologici di questo genere è quello di rafforzare l'influenza dell'Islam e quella della Turchia in paesi alle prese con la ricerca di un'identità postsovietica, libera dal protettorato di Mosca.
Si considerano qui la correlazione e l'intreccio tra potere morbido e potere rigido; in vari livelli, nel contesto delle narrative storiche di lungo termine e del desiderio dei due attori di affermare il proprio ruolo geopolitico, emergono evidenze di vario genere. Gli sforzi della Russia e della Turchia sono sfociati in una battaglia ideologica, che ha al centro la questione dei legami storici di ciascun contendente con gli stati di nuova fondazione.
Per questo motivo la parte sostanziale della ricerca è costituita da un esame delle strategie di massima seguite da Russia e Turchia nel Caucaso meridionale, e se esse siano state -e come- influenzate dalla narrazione storica. In questo senso, si cerca anche di considerare in che modo la retorica dei due paesi sia diventata uno strumento a servizio del potere, o, per dirla altrimenti, in che modo essa sia diventata parte dei loro strumenti strategici. L'autore ha per questo applicato un'analisi teorica multilivello alla situazione della regione, e cerca di mettere in luce i tipi rilevanti di narrazione storica e gli obiettivi strategici dei due paesi.  


Introduzione

Questo lavoro cerca di identificare e di analizzare il significato di fenomeni importanti, in grado di rafforzare o di indebolire le strategie di massima di Russia e Turchia in Asia Centrale e nel Caucaso del sud. L'analisi si fonda sulla ricerca bibliografica, con particolare riguardo alle tracce reperibili di linee politiche storicamente documentate, e sulla comparazione di dati nel bilancio del potere rigido dei due paesi e nella disamina delle minacce reciproche. I rapporti fra causa ed effetto vengono presentati secondo il metodo del process tracing[1], consentendo di trarre conclusioni in merito ai legami fra le strategie odierne e gli analoghi trascorsi del passato. Il processo viene agevolato mettendo in luce il ruolo storico degli attori principali, il loro tradizionale posizionamento geopolitico e il modo in cui esso si collega alle tattiche del presente. In altre parole, la storia servirà da guida per un'analisi, basata sui dati di fatto delle relazioni internazionali e della strategia teorica, il cui intento è quello di arrivare a conclusioni specifiche sulle iniziative delle grandi potenze e i dilemmi per la sicurezza dei piccoli stati. Inoltre, il complesso della ricerca sul Caucaso e sull'Asia Centrale del dopo Guerra Fredda rende lo scritto uno studio di caso fondato su una grossa mole di dati, dal momento che la pronta disponibilità di fonti primarie e secondarie è fondamentale per analizzare i rapporti di causa ed effetto.
A questo scopo l'A. cerca innanzitutto di rispondere all'interrogiativo di come le strategie di massima dell'epoca contemporanea originino nuove versioni delle narrazioni del passato. L'altro interrogativo, strettamente connesso al primo, riguarda il modo in cui la storia influenza le attuali strategie in considerazione degli obiettivi strategici che Russia e Turchia hanno avuto nel passato, ovvero l'impegno russo per arrivare ai mari caldi e il suo arginamento da parte turca.
A questo punto sarebbe il caso di domandarsi in che modo e fino a che punto una riedizione di una narrazione storica sia in grado di legittimare decisioni strategiche nell'epoca contemporanea, quanto sia importante una narrazione storica per affrontare i problemi interni di un determinato paese, come l'intraprendere una revisione di una narrazione storica possa dipendere dalle opportunità sistemiche a disposizione, e infine in quali circostanze l'adottare una versione rivista di una narrazione storica si sviluppa fino ad acquisire concretezza politica oggettiva e ad essere integrata in una strategia corrispondente.
In questa sede non tutti questi interrogativi ricevono una risposta esauriente. L'analisi è macrostorica e si concentra sulle tendenze complessive del comportamento strategico a causa della soggiacente impossibilità di predire con esattezza il comportamento umano e della limitata utilità che possiede l'analisi di eventi specifici, al contrario dell'analisi delle tendenze generali nello sviluppo di una situazione politica. All'interno della concezione positivista della scienza si assume che il comportamento umano non si presti a misurazioni quantitative e anche se una descrizione in termini generali di un comportamento aiuta a comprenderlo e a considerare concettualmente i rapporti entro un sistema di governo e tra sistemi di governo, la componente comportamentale non può essere oggetto di somma meccanica con le altre componenti del potere e con gli elementi del comportamento strategico fino ad arrivare ad essere espressa in termini matematici secondo i criteri della metodologia e dell'epistemologia.
A questo punto occorrono alcuni richiami all'importanza storica del Caucaso, situato al centro di tensioni e conflitti irriducibili nel mezzo dell'Eurasia. Zibignew Brzezinski ha chiamato questo supercontinente "la grande scacchiera"[2]; Sir Halford Mackinder ha invece riassunto in questi termini la sua importanza: "Chi controlla l'Europa Orientale controlla lo Heartland, il cuore continentale. Chi controlla il cuore continentale controlla l'Isola-Mondo [l'Eurasia e l'Africa, N.d.A.] chi controlla l'Isola-Mondo, controlla il mondo intero."[3] Affermazioni di questo genere enfatizzano l'importanza geopolitica del Caucaso e l'apparente ruolo dei paesi di questa regione. Di qui l'oggettiva importanza del Caucaso nel tempo e nello spazio.[4]
Il Caucaso è molto importante dal punto di vista geopolitico e geoeconomico, essenzialmente a causa degli enormi giacimenti di petrolio e di gas del Caspio, e per l'importanza potenziale o concreta che Azerbaigian, Armenia e Georgia hanno come paesi di passaggio.
Un altra constatazione riguarda la dissoluzione dell'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche e la fine del sistema bipolare, che costituiscono un esempio estremamente pregnante di riequilibrio di potere su vasta scala e di grandi mutamenti di livello sistemico. Da una parte questo fattore è strettamente collegato all'affermarsi di aspirazioni egemoniche da parte di vari organismi della politica internazionale interessati ad espandere il proprio potere e la propria sfera di influenza. Dall'altra, a causa di questo fattore, il comportamento strategico della Turchia merita una considerazione approfondita. Dal 1991 in avanti la sua strategia si è ovviamente adeguata alle nuove opportunità a livello di sistema appena accennate. Oltre a questo, segmenti differenti della catena di analisi delle relazioni tra cause ed effetti indicano un'ampia dispersione di valori all'interno del contesto considerato: il comportamento dei vari enti nel periodo studiato varia in modo molto ampio. Pochi mesi prima del crollo dell'Unione Sovietica la Turchia aveva evitato qualsiasi contatto diplomatico di qualunque genere con le distinte repubbliche dell'U.R.S.S.. Quando nel 1990 fu posta a Turgut Özal una domanda sull'instabilità dell'Azerbaigian sovietico, Özal rispose che si trattava di un problema interno dell'Unione Sovietica e che la Turchia "si occupava soltanto dei propri problemi interni."[5]
Dopo il golpe contro Mikhail Gorbaciov, invece, la Turchia è stata il primo paese a riconoscere i nuovi stati, fondando al tempo stesso istituzioni internazionali e affermandosi come mediatore tra repubbliche dell'ex U.R.S.S. e resto del mondo.
Per ultimo ma non ultimo, il contesto ed il retroterra di questo studio coincidono in buona misura con acuti problemi politici della nostra epoca. Il sussistere della stesssa struttura sostanziale, il permanere di un equilibrio di poteri nella regione ed i simili interessi vitali delle entità coinvolte, con particolare riguardo alla produzione e al trasporto degli idrocarburi, fanno sì che gli interessi politici e strategici delle parti in causa rimangano invariati. Inoltre sia la Russia che la Turchia devono affrontare problemi e conflitti interni, ed una retorica fondata sulla forza e sulla potenza può aiutare entrambi i paesi ad uscire dai vicoli ciechi delle loro questioni interne.


La transizione strategica

La situazione su descritta illustra l'importanza di un'analisi dello stato delle cose nel Caucaso, della transizione degli stati caucasici dall'assetto sovietico all'occidentalizzazione e degli interessi mutevoli delle vicine Russia e Turchia. Nell'epoca del dopo Guerra Fredda il Caucaso meridionale è diventato una zona cuscinetto molto importante. La fine delle repubbliche sovietiche è stata seguita da un periodo di instabilità e dalle pretese di potenze vicine come la Russia e la Turchia.  
Nel caso del Caucaso meridionale è importante il fatto che dpo la Guerra Fredda si è verificato un passaggio dal predominio moscovita ad una nuova realtà fatta di autodeterminazione e di indipendenza. La massa continentale del Caucaso ha cessato di essere considerata in termini di "repubbliche" controllate da Mosca perché questo assetto è stato sostituito dagli stati indipendenti di Georgia, Armenia ed Azerbaigian. 
Almeno nei primi tempi si trattava di stati estremamente deboli e che ambìvano integrarsi nella comunità internazionale, pressoché pronti a qualsiasi accordo di compromesso. Una situazione che costituì la base, il punto di partenza affinché la Turchia si intromettesse con maggior decisione e perché la Russia tornasse invece ad interessarsi, per mantenere la posizione strategica che aveva ai tempi dell'Unione Sovietica. La Turchia sentì da parte sua l'opportunità strategica, l'occasione per espandere la propria influenza in una regione che considerava affine per motivi storici, ed in alcuni casi anche per motivi religiosi o etnici. Inoltre, in una prospettiva più ampia, il Caucaso poteva rappresentare un ponte verso l'Asia Centrale, in cui un'altra transizione sistemica stava avendo luogo nello stesso momento. Dalla sua, la Russia poteva vantare una presenza di lunga data nella regione del Caspio.
I problemi legati alla pressione strategica di Mosca sul Mar Nero, le risorse energetiche del Caspio, la vicinanza geografica del Mediterraneo e la presenza di attori influenti come l'Iran, la particolare posizione degli stati del Caucaso che si trovano al crocevia tra Islam e cristianità, costituiscono ulteriori dimostrazioni dell'importanzxa che il Caucaso ha non solo per il ruolo guida di Russia e Turchia, ma anche per la stabilità di una più ampia regione. Il ruolo del Caucaso meridionale, il fatto che venga riconosciuto come una regione di primaria importanza geoeconomica e il suo status di asse geografico, nel contesto dell'intenzione di esercitare un controllo strategico sufficiente, si sono riflessi anche nelle priorità globali e regionali degli Stati Uniti.
Nel quadro delle strategie complessive di Russia e Turchia il Caucaso del sud rientra nella definizione di zona cuscinetto o di vuoto di potere data da Martin Wight, quella di una zona "occupata da una o più potenze più deboli, compresa fra due o più potenze più forti"[6]. In questo senso nel Caucaso meridionale del dopo Guerra Fredda si è instaurato un particolare equilibrio di poteri fra attori internazionali e regionali e sicuramente fra Russia e Turchia, che nella regione sono coinvolte direttamente. Di conseguenza la definizione di Wight ne è risultata estesa, così da riflettere il ruolo potenziale di questi paesi più deboli, definendoli "manipolatori", "neutrali" o "satelliti" a forte probabilità di divenire dei protettorati. Destino di questi paesi è dunque quello di adottare e di seguire una politica estera passiva, completamente dipendente dagli esiti della competizione fra potenze più forti. In termini pragmatici questo equilibrio di poteri significava che un predominio potenziale dell'una o dell'altra potenza sarebbe stato quasi inconcepibile, a meno di un prezzo esorbitante. Con questo, non è che le potenze interessate avrebbero trascurato di sftuttare l'occasione.
Wight specifica nel dettaglio la sua definizione sottolineando il fatto che nel caso di una zona cuscinetto in cui si viene a creare un vuoto di potere "Ciascuna potenza forte avrà in genere come interesse vitale impedire che l'altra prenda il controllo, e peseguirà questo interesse in uno di questi due modi, a seconda della propria forza. Cercherà di mantenere neutrale e indipendente la zona cuscinetto, oppure di prenderne il controllo, cosa che nel lungo termine può sfociare nell'annessione della zona cuscinetto e nella sua trasformazione in provincia di frontiera. Gli stati cuscinetto si possono dunque suddividere grosso modo in 'manipolatori', 'neutrali' e 'satelliti'. I manipolatori sono paesi dalla politica estera prudentemente orientata a mettere i loro potenti vicini l'uno contro l'altro; il delimitatore europeo più celebre è stato il Ducato di Savoia, che è riuscito a diventare prima un regno, e poi ad egemonizzare una penisola italiana unificata... Neutrali sono gli stati che non perseguono attivamente alcuna politica estera. La loro speranza è quella di mantenere un profilo basso e di evitare di attirare l'attenzione. I satelliti sono stati la cui politica estera è controllata da un'altra potenza. Se lo stato più debole ne ha formalmente concesso per trattato il controllo, cedendo a tutti gli effetti pratici e giuridici parte della propria sovranità, viene definito protettorato."[7]
Trattare il Caucaso come una zona cuscinetto porta alla questione degli interessi, delle pretese, degli scopi e degli obiettivi di Russia e Turchia. Fin dal 1994 Mosca ha dichiarato che lo stato delle ex repubbliche sovietiche è quella di "estero vicino" (blizhneye zarubezhye), sotto la protezione del suo "ombrello nucleare." La Russia considera l'equilibrio di poteri nell'area post sovietica vitale per la propria sopravvivenza e per il proprio ruolo di protagonista del sistema internazionale. Senza una solida possibilità di proiettare potere ed influenza nel Caucaso meridionale, in Asia centrale, in Bielorussia e in Ucraina -se teniamo presente che i paesi baltici (Lituania, Lettonia ed Estonia) hanno già preso le distanze dal proprio passato sovietico, la Federazione Russa retrocederebbe alle condizioni di media potenza.
Dopo la fine dell'U.R.S.S. in Russia si affermarono due scuole di pensiero sulla linea da seguire per il futuro.[8]
- La prima favoriva l'orientamento filoatlantico del paese e l'adozione di pratiche di governo occidentali. Era la linea di pensiero sostenuta dalle élite europeizzate e dedite alla concezione occidentale della legge e ai principi generali dell'economia di mercato. Queste élite, spesso intendendo la Russia come un paese europeo (occidentale), erano favorevoli all'integrazione di Mosaca nelle  principali istituzioni ed organizzazioni internazionali.
- La seconda indicava il futuro della Russia nel mantenimento del suo predominio nell'ex spazio geografico sovietico, ed era definita eurasianismo.
In buona sostanza l'euroasianismo fa capo a quattro obiettivi strategici interconnessi:
1) Sottolineare l'identità "fisica" della Russia come paese che ha frontiere ed interessi sia in Europa che in Asia;
2) giustificare la necessità di portare avanti una politica estera equilibrata, che non privilegi i rapporti con l'Occidente a scapito della dimensione orientale;
3) interpretare la natura multiculturale e multietnica dell'identità "euroasiatica" della Russia, per sostenere il diritto di cittadinanza del paese presso organizzazioni internazionali di vario tipo, come l'Organizzazione della Conferenza Islamica;
4) infine, soprattutto, fornire base razionale al diritto della Russia di essere una grande potenza (velikaya derzhava), con relativo ruolo geopolitico negli affari mondiali e regionali.[9]
All'interno della macchina statale russa questo conflitto tra élite è culminato in una sorta di convergenza delle posizioni: le élite in contrasto hanno concordato un concetto comune di cosa siano gli interessi nazionali della Russia e di quali debbano essere gli obiettivi della sua politica. Nonostante le divergenze tra le élite, la macchina statale funziona ancora senza contrasti perché tutte le parti coinvolte concordano nel considerare prioritario il mantenimento dello status di grande potenza. Quindi, anche se al governo di Eltsin hanno preso parte al tempo stesso esponenti delle due diverse scuole di pensiero, la strategia generale della Russia è stata messa in pratica senza soste e senza mutamenti di rotta. Abbastanza considerevole è il fatto che nientemeno che Andrei Kozyrev, il ministro degli esteri filoatlantico dell'inizio degli anni '90, durante il vertice di Stoccolma della Conferenza per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (CSCE) abbia parlato in favore della fondazione della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI) e per primo abbia usato l'espressione "estero vicino."[10] La posizione privilegiata della Russia nel Caucaso non venne messa in dubbio e i vertici della politica russa hanno sempre considerato la regione come cosa propria.
Anche in Turchia ci sono stati due diverse concezioni del come affermare il ruolo del paese nello spazio post sovietico.[11] Alcuni osservatori consideravano imperativo strategico per la Turchia instaurare rapporti stretti con i paesi post sovietici per costruire un'alternativa al suo orientamento filooccidentale.[12] Consideravano la regione, che dal punto di vista politico era appena nata, come uno scudo per la Turchia in caso di pressioni occidentali oltre che come un'affidabile e preziosa alternativa nel caso gli interessi nazionali turchi non fossero più stati garantiti dall'identificazione del paese con il campo occidentale. In un caso del genere, anche mutando orientamento, il ruolo e l'importanza del paese sarebbero usciti rafforzati dal suo ingresso nel sottosistema del Caucaso. Altri osservatori invece consideravano la redistribuzione dei poteri nel dopo Guerra Fredda come l'opportunità di compiere scelte strategiche ulteriori e non mutualmente esclusive. La Turchia avrebbe potuto diventare ago della bilancia tra Est ed Ovest, e proprio questo ruolo avrebbe potuto incrementare il suo peso strategico agli occhi dei suoi alleati occidentali -primi fra tutti gli USA- e al tempo stesso tirare la volata ai suoi sforzi di entrare nell'Unione Europea. Paul Henze ha fatto riferimento alle opportunità che si aprivano per la Turchia nel "vasto" spazio post sovietico definendole non "contraddittorie o in competizione", ma "complementari".[13] Le potenzialità della Turchia, al pari della sua identità, della sua storia e della qualità del suo orientamento religioso avrebbero prontamente consentito un orientamento strategico duplice.


Iniziative e retaggi storici nel dopo transizione

Come già evidenziato, nel 1994 Mosca ripose finalmente agli ambiziosi intenti della Turchia nel Caucaso prendendo posizione nell'àmbito del potere forte, proclamando la dottrina dell'"estero vicino" e dichiarando l'esistenza di un "ombrello nucleare." La Turchia non lasciò comunque la regione e ricorse agli strumenti del potere morbido. Si trattava di strumenti il cui fondamento si identifica con la comune appartenenza alla mondo turco e a quello islamico. Il rafforzamento di questi concetti fu curato direttamente da Ankara o dalle organizzazioni non governative, come la rete diFethullah Gülen. Gli sforzi di Fethullah Gülen si concentravano su campagne ed istituzioni educative. Durante il rifiorire delle relazioni tra Turchia ed Azerbaijan nel corso degli anni 90, per esempio, all'unica scuola e alle due università dell'Istituto di Ricerca per il Mondo Turco dell'Azerbaijan undici altre scuole ed un'altra università si aggiunsero ad opera della comunità di Fethullah Gülen.[14] l'orientamento concettuale ed ideologico di Fethullah Gülen era fatto in modo da rafforzare l'influenza turco-islamica in paesi bramosi di costruire una autoidentificazione post sovietica lontano dalla tutela di Mosca. Inoltre era fondamentale interesse della Turchia tenere la Russia quanto più lontano possibile dal Caucaso. Alla base di questo intendimento non c'erano soltanto le nuove opportunità del dopo Guerra Fredda, ma anche le preoccupazioni della Turchia per la propria stessa sopravvivenza.
Durante i trascorsi decenni della Guerra Fredda il Caucaso era una provincia di frontiera della Russia, e questo le consentiva di mettere in discussione la condizione delle province turche di Kars e di Ardahan, e quella dello stesso Bosforo. Nel dopo Guerra Fredda l'integrità territoriale della Turchia non è mai stata messa in discussione. Il mutamento negli equilibri di potere nella regione che fu una delle conseguenze del crollo dell'Unione Sovietica portò comunque dei cambiamenti negli interessi e nelle priorità della Turchia e di conseguenza anche nelle iniziative del paese. La strategia russa del 1994, basata sulla deterrenza strategica, non è stata sufficiente a tenere la Turchia lontana da un Caucaso che veniva considerato "mondo turco" e compreso nell'ottica del panturchismo. Dopo aver iniziato a tenere "vertici del mondo turco", la Turchia ha cercato di inserire la regione sotto la propria egida di potenza regionale egemone. I vertici del mondo turco non sono diventati una organizzazione internazionale ufficiale fino all'ottobre del 2009, quando la Turchia il Kazakhstan, il Kirghizstan e l'Azerbaijan hanno fondato il "consiglio del mondo turco" (Türk Kenesi), o Consiglio di Cooperazione tra Stati Turcofoni (Türk Dili Konusan Ülkeler Isbirligi Konseyi)
Turgut Özal è stato il primo ad avere l'idea di un simile schema di cooperazione ed ospitò il primo vertice ad Ankara nel 1992. Il suo successore Süleyman Demirel ha proseguito sulla stessa linea prendendo parte al vertice importante nel 1994, nel 1995, nel 1996. Il successivo presidente turco Ahmet Necdet Sezer ha a sua volta partecipato al vertice del 2001.[15] L'importanza di questi vertici tuttavia declinava costantemente. In una dichiarazione rivelatrice, Recep Tayyip Erdogan ha detto: "Gli abitanti di questo da specifica regione non possono permettersi il lusso di star seduti a guardare quello che succede nel mondo... O saremo noi a fare la politica mondiale, o la subiremo... Un Commonwealth turco ci permetterebbe di avere un ruolo più attivo ed efficiente nelle sedi internazionali, di proteggere gli interessi della nostra gente e di contribuire alla pace e alla stabilità nella nostra regione."[16] 
nel 1992 inoltre la Turchia ha fondato l'Agenzia Turca per il Coordinamento e la Cooperazione (Türk Isbirligi ve Koordinasyon Ajansi—TIKA). La TIKA è un'emanazione del ministero degli affari esteri turco e si occupa di cooperazione nel settore educativo, in quello dell'intercultura e in quello tecnico svolgendo opera di mediazione tra finanziatori privati e burocrazia statale. In sostanza, la TIKA è servita a creare collegamenti tra l'identità nazionale degli stati di recente formazione e l'identità della "madre Turchia". In quest'ottica sono state prese varie iniziative, come l'abolizione dell'alfabeto cirillico e l'adozione dell'alfabeto latino nel giugno del 1992.[17] un anno prima, nel 1991, la Turchia e l'Unione Sovietica avevano ratificato un Trattato di Amicizia e di Coopeazione che "diventò il modello per accordi simili con le repubbliche dell'Asia centrale dell'ex Unione Sovietica."[18] questi trattati ratificavano una pratica in linea con la decisione di portare al massimo la presenza economica turca all'interno del territorio post sovietico. La presenza turca nella regione era consolidata con investimenti nel settore bancario e in quello delle costruzioni, e incrementata tramite la sua espansione negli ambiti della cultura e dell'educazione. Nel caso dell'Azerbaijan per esempio "oltre all'influenza della stampa e dei libri in turco," i programmi televisivi e radiofonici cominciarono a diffondere quelli turchi dopo l'indipendenza del paese "su una scala che aveva iniziato ad influenzare anche la lingua azera corrente."[19] Le università turche hanno proseguito senza soluzione di continuità a garantire internati a studenti dall'ex Unione Sovietica e a donare attrezzature alle nuove repubbliche.
La stessa considerazione sulla promozione delle affinità culturali ha guidato la creazione, nel 1994, della Organizzazione Internazionale per la Cultura Turca (TURKSOY), il cui obiettivo è quello di rafforzare su diversi piani i rapporti con le ex repubbliche sovietiche. L'organizzazione cura a livello istituzionale regolari incontri fra ministri della cultura di questi paesi, finalizzati ad un'ulteriore integrazione nel campo culturale ed educativo.[20]
lo scopo di questa integrazione era quello di facilitare l'emancipazione dei paesi del Caucaso dal controllo di Mosca e dall'influenza dell'identità nazionale russa, rafforzate invece dalla presenza, nel territorio di questi paesi, di una significativa quota di popolazione russa.
Nel 1990, un anno prima che gli stati del Caucaso dichiarassero indipendenza, il 6% della popolazione dell'Azerbaijan era di origine russa.[21] Al contrario di quella che era la situazione negli Stati dell'Asia centrale, si trattava di una percentuale gestibile e che non avrebbe causato grosse preoccupazioni, ma che era comunque notevole. In Kazakhstan la minoranza russa rappresentava il 38% della popolazione totale, in Kirghizstan il 22%, in Turkmenistan il 10%, in Uzbekistan ed in Tagikistan l'8% in ciascun paese.[22]
Da parte sua, la Russia ha ribadito i legami di lunga data che intrattiene con i popoli della Transcaucasia ed oltre. La Russia considera strategicamente il Caucaso come propria immediata vicinanza, ma la considera anche come una regione in cui i russi e la cultura russa hanno un ruolo prestigioso. Ad esempio, in Georgia Mosca ha finanziato un ampio programma di influenza mediatica creando nel novembre del 2014 -cosa che dovrebbe di per sé essere indicativa- Sputnik, un'agenzia di stampa legata al gruppo mediatico Russia Today (RT).[23] la pratica politica di potere morbido della Russia comprendeva la presentazione della Russia e del suo mercato del lavoro come una terra ricca di occasioni per i poveri disoccupati cittadini dei paesi del Caucaso. Le politiche russe e turche nel Caucaso, ivi comprese quelle che fanno capo al potere morbido vanno concepite in termini di attriti secolari tra queste due potenze periferiche. In quest'ottica ogni retorica che fa capo a concezioni universalistiche è soggetta ai limiti degli interessi nazionali. Secondo le parole di Fouad Ajami, "Non sono le civiltà a controllare gli stati, ma gli stati a controllare le civiltà. Ogni volta che gli è utile gli stati si dimenticano dei legami di sangue; fraternità, comunanza di fede e affinità le vedono quando è loro interesse vederle. La nostra condizione resta quella del doverci aiutare da soli. L'isolamento dei nostri paesi continua... Il fenomeno che abbiamo chiamato fondamentalismo islamico non è tanto un segno di resurrezione quanto di panico, di imbarbarimento, di ammissione di colpa circa il fatto che il limite con l'altro è stato superato."[24]
Joseph Nye, riferendosi al potere morbido, afferma: "Un sistema importante per ottenere sostegno internazionale è quello di detenere valori culturali e politici e una politica estera che altri paesi considerano legittimi e dotati di autorità morale."[25] nel mondo contemporaneo le strategie che fanno capo al potere morbido sono fatte di un insieme di scopi ed obiettivi che rientrano in politiche di potere e traguardi a lungo termine. Nel caso della Russia si tratta del desiderio annoso di raggiungere i mari caldi, il Mediterraneo. Questo potrebbe unire la Russia alle vie dei traffici internazionali e soprattutto al movimento che porta petrolio, materie prime e ogni altro genere di beni da oriente verso occidente. Allo stesso modo il posizionamento geopolitico della Turchia è stato modellato dall'atteggiamento storico della Russia e dalla necessità delle potenze occidentali di trovare un deterrente ed un contrappeso per l'influenza di Mosca nel sud dei Balcani, nel Mediterraneo Orientale, in Asia Minore, in Medio Oriente ed oltre. L'Impero Ottomano prima e la Turchia poi hanno sempre avuto relazioni di tipo clientelare con le potenze occidentali, in modo particolare con la Gran Bretagna e con gli Stati Uniti; si trattava sostanzialmente di relazioni informali tra contraenti che non stavano sullo stesso piano, dalle quali derivavano reciproci vantaggi.[26]
Di conseguenza, le iniziative di Russia e Turchia nel periodo successivo alla transizione si spiegano al meglio se le si inquadrano in una prospettiva (ed in una retrospettiva) strategica di lungo termine e se prendiamo in considerazione il desiderio di giustificare pretese basate su vecchie narrative. Da un lato "Il panslavismo sviluppato in Russia da Nicholas Danilevsky e Rostislav Fadeyev, contemplava l'applicazione di una concezione slavofila agli affari esteri, ed esortava ad espandere una monarchia che riunisse gli slavi cristiani ortodossi sotto un unico impero."[27] Si noti, in ogni caso, che questo punto di vista non vale per il Caucaso.
Ovviamente una concezione di questo genere non poteva sopravvivere duranteil comunismo nella Russia dei Soviet e nell'U.R.S.S. Un concetto come quello di "rivoluzione mondiale" venne ignorato da Stalin, ma non perché egli avesse fatto propria l'antica prospettiva panslavistica degli zar. Stalin e i suoi successori perseguirono una strategia complessivamente interventista, ma senza legittimarla con il concetto marxista di "guerra di classe."
Con l'inizio della transizione iniziata con l'eliminazione del collettivismo ed il ritorno in tutta l'ex Unione Sovietica al retaggio dei tempi nuovi rappresentato dall'affermarsi degli stati nazionali che sono sorti dopo il collasso dell'U.R.S.S., la cura di Mosca per quelli che sono i suoi tradizionali interessi si è manifestato come ritorno all'idea che sia importante proteggere gli interessi nazionali in quella che in quel momento appariva come la periferia del paese. Il Caucaso non faceva eccezione; Mosca lo ha sempre considerato come postazione di frontiera in una provincia e su un percorso che portavano ai mari caldi, e dunque come una pedana di lancio per le iniziative volte ad accrescere il ruolo della Russia nel mondo.
Dall'altro lato, il panturchismo ha avuto obiettivi simili, nella propria missione storica che è quella di fare da contrappeso all'influenza russa. Il panturchismo è un'ideologia irredentista, ed invita all'unificazione dei popolio in un'entità indivisibile, "in cui evidenti siano i segni di legami sia culturali (lingua, storia, costumi) sia materiali (sangue, razza). Il vocabolo 'turco' riferito a tutti coloro che sono di origine turca: i Tatari, gli Azeri, i Kirghisi, gli Yakuti ed altri."[28]
Sia dal punto di vista concreto che ipotetico, il panturchismo prende in considerazione tutti i popoli che vivono dentro o fuori i vecchi confini ottomani e di conseguenza dentro o fuori dalle frontiere degli stati turchi di oggi. In questo stesso àmbito è bene ricordare l'esistenza del panturanismo, che si è prefisso lo scopo di unificare i popoli dell'intera Eurasia centrale sulla base di radici mitologiche e per un'estensione spaziale indefinita. Non è dunque una coincidenza che il panturanismo abbia riguardato popoli e paes al di là del caucaso, come la Finlandia, l'Ungheria e l'Estonia.[29]
Secondo Nye, le politiche basate sul potere morbido hanno fornito una struttura culturale e politica che legittima e che conferisce autorevolezza morale alle grandi strategie di Russia e Turchia. Questo è fondamentale, perché i due paesi hanno bisogno di giustificare le proprie decisioni strategiche agli occhi del pubblico, dei loro alleati e dei popoli degli stati del Caucaso. Essi ricorreranno al potere morbido per cercare di imporre ad elettori e macchina statale le proprie strategie, per attirare sostegni economici o diplomatici dagli alleati e limitare i costi dei propri sforzi per ampliare il proprio potere. Quest'ultimo punto è l'essenza stessa della logica del potere morbido. Coercizione ed imposizione sono le caratteristiche dell'esercizio del potere in politica internazionale; il potere morbido aiuta a temperare le conseguenze dell'esercizio del potere inteso come "messa in atto delle proprie prerogative nel tentativo di mutare in determinati modi il comportamento di qualcun altro."[30]
L'esercizio del potere presuppone dei costi; il potere morbido controbilancia le eccessive spese militari e le possibili perdite materiali ed umane. Soprattutto, il potere morbido cura le condizioni per il raggiungimento di traguardi strategici particolari senza comportare la destabilizzazione delle alleanze in essere e senza provocare reazioni di senso contrario.


Conclusione

Questo articolo descrive ed analizza le condizioni in cui il Caucaso meridionale ha superato il periodo di transizione nel dopo Guerra Fredda. Il principale interrogativo che ci si poneva era in che modo le moderne strategie complessive russa e turca sono collegate al passato alla luce del dibattito storico, dei riferimenti e delle associazioni. Inoltre si è preso in esame il contesto generale dello scontro sugli obiettivi strategici che ha visto Russia e Turchia faccia a faccia, con i tentativi russi di raggiungere i mari caldi ed il ruolo di contenimento della Turchia. Dal punto di vista concettuale l'analisi di questi obiettivi risale alle definizioni di Sir Halford Mackinder sul cuore continentale[31] e all'analisi del Rimland di Nicholas Spykman[32], oltre che all'influenza di esse sulle strategie complessive delle grandi potenze, con particolare riguardo a quella navale del Regno Unito. Una più ampia analisi di questa concatenazione concettuale da Mackinder a Spykman e delle prove empiriche fa concludere che le potenze occidentali hanno l'obiettivo di impedire qualsiasi monopolio di potere nell'Eurasia Centrale. Se non è possibile arrivare a tanto, come successo con il caso dell'U.R.S.S., allora tocca alle potenze periferiche che circondano il cuore continentale arginare la potenza egemone, e dissuaderla per contro dei loro alleati-partner-protettori occidentali dal tentare di accedere alle vie di traffico tra Oriente ed Occidente. I rapporti di interessi prima, durante e dopo la Guerra Fredda erano questi, e questo spiega anche il ruolo geopolitico della Turchia in tutto il periodo, fin dai tempi dell'Impero Ottomano.
Storicamente il Caucaso è stato l'asse geografico del conflitto russo-turco. In questo contesto la stabilità dell'epoca della Guerra Fredda garantita dal predominio sovietico è stata seguita da una certa fluidità geopolitica, evidente ad esempio nel Nagorno Karabakh. La presenza diretta di Mosca è venuta meno, e questo ha fornito occasioni ideali per la confinante Turchia, propensa ad utilizzare i propri forti legami storici, linguistici, religiosi ed etnici con i popoli e con gli stati della regione. Attraverso pratiche politiche specifiche e le alleanze strategiche a due fra Russia ed Armenia e fra Turchia e Azerbaijan, sia Mosca che Ankara hanno trasformato il Caucaso meridionale in un'area focale per le politiche di potenza. Questo processo di transizione dalle repubbliche sovietiche -una condizione che comportava l'inclusione del Caucaso meridionale nel territorio di sovranità sovietico- alla condizione di zona cuscinetto di primaria importanza ha fissato fra due attori geostrategici la ripartizione del potere e dei rispettivi scopi, obiettivi ed interessi. Infine, è in completo accordo con le narrative storiche che sostengono la strategia di Turchia e Russia, costruite tenendo presente il reciproco bilanciamento dei poteri nel Caucaso ed oltre.


[1] Cfr. St. Van Evera, Guide to Methods for Students of Political Science, Cornell University Press, New York, 1997, p. 64.
[2] Zb. Brzezinski, The Grand Chessboard: American Primacy and its Geostrategic Imperatives, Basic Books, New York, 1998.
[3] H. Mackinder, Democratic Ideals and Reality: A Study in the Politics of Reconstruction, Henry Holt and Company, New York, 1919, p. 104.
[4] Per argomentazioni dettagliate a sostegno delle scelte fatte in questo caso, cfr. St. Van Evera, op. cit., pp. 77-88.
[5] M. Aydin, “Foucault’s Pendulum: Turkey in Central Asia and the Caucasus,” Turkish Studies, Vol. 5, No. 2, 2004, pp. 3.
[6] M. Wight, Power Politics, Leicester University Press and the Royal Institute of International Affairs, Londra, 1978, p. 160.
[7] M. Wight, op. cit.
[8] Cfr. N. Nassibli, “Azerbaijan: Policy Priorities towards the Caspian Sea,” in: The Caspian: Politics, Energy and Security, a cura di Sh. Akiner, Routledge Curzon, Londra 2004, p. 141.
[9] I. Torbakov, “Making Sense of the Current Phase of Turkish-Russian Relations,” The Jamestown Foundation, Occasional Paper, Ottobre, 2007, p. 12.
[10] Cfr. N. Nassibli, op. cit.
[11] Cfr. W. Hale, Turkish Foreign Policy: 1774-2000, Frank Cass, Londra, 2003, pp. 193-194.
[12] Cfr. G. Fuller, I. Lesser, Turkey’s New Geopolitics: From the Balkans to Western China, Westview Press, Oxford, 1993, pp. 73-74.
[13] Citazioni da W. Hale, op. cit., p. 194.
[14] Cfr. B. Aras, “Turkey’s Policy in the Former Soviet South: Assets and Options,” Turkish Studies, Vol. 1, No. 1, 2000, p. 50.
[15] Cfr. M.B. Olcott, Central Asia’s Second Chance, Carnegie Endowment for International Peace, Washington, 2005,p. 73.
[16] M. Katik, “Turkic Summit to Explore Commonwealth Possibility,” Eurasianet, 16 Marzo 2016, in http://www.eurasianet.org/departments/insight/articles/eav111506.shtml.
[17]Cfr. K. Kirisçi, “New Patterns of Turkish Foreign Policy Behavior,” in: Turkey: Political, Social and Economic Challenges in the 1990s, ed. by Ç. Balim et al., Brill, New York, 1995, p. 16.
[18] T. Swietochowski, “Azerbaijan’s Triangular Relationship: The Land between Russia, Turkey and Iran,” in: The New Geopolitics of Central Asia and its Borderlands, ed. by A. Banuazizi, M. Weiner, Indiana University Press, Bloomington ed Indianapolis, 1994, p. 127.
[19] Ibid.
[20] G. Turan, I. Turan, I. Bal, “Turkey’s Relations with the Turkic Republics,” in: Turkish Foreign Policy in Post-Cold War Era, a cura di by I. Bal, Brown Walker Press, Boca Raton, 2004, p. 306.
[21] H. Malik, “New Relationships between Central and Southwest Asia and Pakistan’s Regional Politics,” in: Central Asia: Its Strategic Importance and Future Prospects, ed. by H. Malik, Macmillan Press, Londra, 1994, p. 268.
[22] Ibid.
[23] Cfr. S. Kapanadze, “Russia’s Soft Power in Georgia—A Carnivorous Plant in Action,” The Different Faces of “Soft Power”: The Baltic States and Eastern Neighborhood between Russia and the EU, ed. by T. Rostoks, A. Spruds, Latvian Institute of International Affairs, Riga, 2015, p. 175.
[24] Cit. in A. Balci, “The Alliance of Civilizations: The Poverty of the Clash/Alliance Dichotomy?” Insight Turkey, Vol. 11, No. 3, 2009, p. 98.
[25] Cir. in W. Yanushi, D. L. McConnell, “Introduction,” in: Soft Power Superpowers: Cultural and National Assets of Japan and the United States, ed. by W. Yanushi, D. L. McConnell, M.E. Sharpe, New York, 2008, p. xvii.
[26]Per una definizione di relazione di tipo clientelare, cfr. M. Handel, Weak States in the International System, Frank Cass, Londra, 1990, pp. 132-133.
[27] Sh. Cross, “Russia and NATO toward the 21st Century: Conflicts and Peacekeeping in Bosnia-Herzegovina and Kosovo,” NATO Academic Affairs 1999-2001, relazione finale del NATO-EAPC Research Fellowship Award, Agosto 2001, pp. 10-11.
[28] J.M. Landau, Pan-Turkism: From Irredentism to Cooperation, Hurst & Company, Londra, 1981, p. 43.
[29] Ibid., p. 1.
[30] K. Waltz, Theory of International Politics, Addison-Wesley, Reading MA, 1979, p. 191.
[31] Cfr. H. Mackinder, op. cit.
[32] Cfr. N.J. Spykman, The Geography of Peace, Brace & Company, Harcourt, 1944.

domenica 14 maggio 2017

Dedicato a Stefano Esposito. Renato Curcio (a cura di) - L'egemonia digitale. L'ìimpatto delle nuove tecnologie nel mondo del lavoro.


Ogni promessa è debito e qualche mese fa avevamo promesso ai nostri lettori una recensione de L'egemonia digitale curato da Renato Curcio.
Motivo della promessa, rispondere nell'unico modo possibile ad uno zero di nome Stefano Esposito -detto Ser Cappelletto- che non aveva gradito che un centro sociale torinese ne ospitasse la presentazione.
Nel corso degli anni avevamo già fatto la stessa cosa con il Dossier Foibe di Giacomo Scotti per deridere Achille Totaro (che è grasso e di Scandicci), e con Armi e bagagli di Enrico Fenzi, per dileggiare un ben vestito di nome Valerio Vagnoli.
Nella misura del possibile continueremo a farlo ogni volta che individui del genere daranno fiato alle gazzette per additare al pubblico le voci non gradite.
I nostri lettori avranno ben chiari, fin dalle prime righe della recensione, per quali motivi il testo potrebbe levare indignazione da parte governativa. Che il signor Esposito abbia preso in considerazione l'idea di leggerlo è invece cosa che ci sentiamo di escludere tranquillamente.

Il drone che colpisce a distanza l'obiettivo per cui è stato programmato realizza il suo compito "intelligente" anche se i "danni collaterali" si possono contare in molte unità cadaveriche. Cadaveri ai quali non sarà riservata alcuna pietas, alcun pensiero. Il drone lanciato dall'esercito israeliano o USA, per esempio, colpisce e uccide chissà dove un "terrorista" e chi lo ha lanciato esulta per il buon successo della "operazione", stappa una birra e se ne torna a casa a giocare con i figli e col gatto perché il badge gli ricorda che il tempo del suo lavoro è terminato. A fianco del "terrorista" ucciso molte famiglie attonite, guardandosi attorno spaesate, piangono con lacrime vere i loro morti di carne.
L'egemonia digitale è frutto di un lavoro di gruppo, di un  "cantiere socioanalitico" cui hanno partecipato una quarantina di persone e che, partendo dalle esperienze dei partecipanti, si è interessato all'impatto delle tecnologie informatiche e delle reti sociali sull'attività e sulla stessa vita lavorativa. I contesti specifici presi in esame sono quelli delle aziende di servizi, della grande distribuzione, del lavoro bancario, degli studi legali, della scuola, della tutela della salute e dei trasporti pubblici; un ultimo capitolo è dedicato alle conclusioni.
Gli autori sottolineano le trasformazioni imposte dalle tecnologie e la loro sostanziale valenza liberticida, livellatrice, oggettivante e quantificante, cui si accompagnano la svalutazione delle competenze acquisite dal lavoratore ed una serrata compulsione a produrre.
I temi del volume vengono accennati in una introduzione in cui si cita il caso di un lavoratore di una azienda multiservizi che lamenta il fatto di sentirsi teleguidato dal tablet in dotazione, e si sviluppano per cinque seguenti capitoli.
La confisca degli atti e il dominio delle menti ha al centro la sovversione del rapporto con gli strumenti di lavoro di cui sono responsabili tablet e palmari, che controllano il lavoratore invece di venirne controllati, permettono il monitoraggio incessante dell'attività e tendono a far scomparire non soltanto qualsiasi pausa informale, ma anche qualsiasi aspetto (anche sostanziale) dell'attività lavorativa non possa essere quantificato e rendicontato.
I casi specifici del lavoro bancario e di quello degli studi legali è preso in esame in Professioni intermedie e sistemi digitali. La registrazione completa dell'intera attività lavorativa in sistemi gestionali che producono solo quantificazione disumanizza ogni rapporto lavorativo, espelle tutti i lavoratori le cui competenze possono essere assunte da un sistema e mette in cattiva luce quanti non rispettino tempistiche ed obiettivi di produzione. Uno dei lati oscuri dell'egemonia digitale consiste tra l'altro nell'espulsione dal tessuto produttivo di crescenti numeri di lavoratori le cui funzioni vengono sussunte da software e dispositivi.
La scuola: registri e valutazioni esamina l'impatto delle tecnologie informatiche sul mondo della scuola e sull'istruzione in genere. L'introduzione dei rilevatori di presenze e di badge personali, il registro elettronico e l'estensione degli algoritmi alla valutazione scolastica si uniscono alle possibilità di "evasione" che di contro le nuove tecnologie consentono a studenti e professori: dal copia ed incolla per l'esecuzione dei compiti al vario utilizzo dei cellulari in classe.
Nel capitolo sulla salute digitalizzata si valuta la presenza di "ibridazioni" dubbie, se non pericolose, tra interessi delle industrie farmaceutiche e tutela della salute considerando il caso, a quanto pare frequente, dei software gestionali offerti (per non dire imposti) a determinati servizi sanitari dalle stesse aziende produttrici dei farmaci; si considera anche l'effetto dell'introduzione delle cartelle elettroniche sul rapporto tra medico e paziente, con riguardo all'uniformazione delle informazioni e al rischio di una loro parzializzazione. Vengono considerati anche i profondi e diffusi effetti che le reti sociali, i motori di ricerca, gli applicativi per smartphone e le ultime innovazioni in materia di A.I. hanno avuto per lo stesso contesto. La quantificazione di ogni evento della vita contempla anche la possibilità che servizi sanitari facilmente quantificabili in termini di costi, come determinate analisi, possano essere venduti on line come tali, isolatamente da qualsiasi percorso diagnostico o terapeutico.
Il digitale sta egemonizzando anche il trasporto persone, in un processo simboleggiato dal passaggio dal taxi ad Uber. L'interazione tra applicativi per smartphone supera qualunque radiotaxi per puntualità e precisione ed in alcuni paesi del mondo le stesse aziende di trasporto ferroviario controllano quelle di car sharing accampandone l'utilità in sostituzione di tratte ferroviarie poco redditizie e destinate alla chiusura. Il testo considera anche il fenomeno della costruzione di una "reputazione digitale" per il singolo utente ed il singolo erogatore di servizi, destinato di fatto ad influenzare con poche possibilità di appello la vita reale degli uni e degli altri.
Il brano su riportato viene invece dalle conclusioni in coda al volume e fa riferimento ad uno dei molti casi in cui certo autismo digitale tutto ignora al di là del risultato, con particolare riguardo alle implicazioni di esso per la vita e per il futuro delle persone coinvolte, nel migliore dei casi ridotte a quantità numeriche. Fra le conclusioni si constatano e si sottolineano anche i rischi di una obesità tecnologica dovuta alla smodata esposizione alle informazioni e all'assenza oggettiva di limiti a questo proposito, che porta alla disintegrazione dei costrutti percettivi che hanno guidato fino ad oggi il comportamento umano.

mercoledì 3 maggio 2017

Alastair Crooke - Il Grande Gioco in Medio Oriente: un radicale mutamento della narrazione... ed i suoi lati negativi



Da Sic semper tyrannis, 28 aprile 2017

Adesso le cose sono più chiare. Trump è in cerca di una radicale metamorfosi della narrazione. L'AmeriKKKa non deve più mostrarsi debole: dev'essere forte. La retorica statunitense contro la Corea del Nord, contro la Russia e contro l'Iran è di nuovo lardellata di ultimatum e di stridente bellicismo. Chiaro che la retorica di per sé ha fatto miracoli sul piano interno, nei sondaggi sulla presidenza, e magari può anche servire a portare avanti al Congresso le fondamentali sfide di Trump in materia di bilancio. Naturalmente non è così sicuro che livelli tanto alti di gradimento si riveleranno di lunga durata se la tattica di un'"AmeriKKKa intransigente" dovesse portare ad una guerra vera e propria.
Forse non è chiaro fino a che punto gli accenti bellicosi sono utili con l'opinione pubblica statunitense per questioni di politica interna; fino a che punto si tratta dello sfoggio che Trump fa della capacità di bluffare da uomo d'affari impegnato in una trattativa? Non è chiaro neppure fino a che punto si intenda dar concreto seguito alle minacce, nel caso venga fuori che Trump sta bluffando. Se il bluff viene scoperto, l'AmeriKKKa verrà considerata ipocrita e ne uscirà indebolita. Non è chiaro neppure fino a che punto le minacce serviranno concretamente a "dare una possibilità alla pace". Minacciare può servire a mostrare che la nuova amministrazione ha fatto proprie quelle rigide posizioni dicotomiche che altrimenti la squadra di Trump non avrebbe assunto. Tutte cose che restano in sospeso. 
In Medio Oriente comunque esiste più dimestichezza che altrove con questa strategia, che lo stato sionista usa da tempo: "Il capoccia è uscito di testa! Fate attenzione, può succedere di tutto! Per favore, calmatelo alla svelta!" Il più delle volte la versione sionista del "capoccia che è uscito di testa" si è davvero rivelata essere null'altro che un bluff teatrale. Di sicuro l'Iran ha fatto il callo a queste schermaglie, non ci crede, e tanto basti. Si potrebbe dire che lo stato sionista ha svalutato il proprio capitale.
La tattica di Trump che ha al centro questo mutamento di narrazione può anche rivelarsi un fenomeno passeggero, ma avrà in ogni caso un impatto diretto ed un'influenza sostanziale in Medio Oriente, almeno nell'immediato; per lo meno possiamo cercare di trarre qualche conclusione sul significato di tutto questo, dopo un lungo periodo di disorientamento. Di sicuro, nel caso l'atteggiamento da negoziatore intransigente di Trump dovesse portare ad un buco nell'acqua con la Corea del Nord (un contesto in cui è assai possibile che la Cina non condivida il desiderio degli USA di vedere i nordcoreani che alzano bandiera bianca, disarmano e si trasformano in agnellini) o portasse gli USA più vicini ad una guerra vera e propria contro quel paese, è possibile che Trump ritorni a comportarsi da pacificatore. In pratica, potrebbe cercare di tornare indietro... sempre che nel frattempo non si sia tagliato troppi ponti alle spalle. Si tratta in ogni caso di ponti che, se non proprio tagliati del tutto, sono di sicuro in pessime condizioni. Forse in condizioni persino peggiori di quanto non si pensi a Washington.
Il primo punto è una semplice constatazione di fatto: se l'AmeriKKKa vuole sul serio proiettare una propria immagine di forza a livello mondiale, il Pentagono insisterà sicuramente per mantenere la catena di basi statunitensi nel Golfo Persico. Gli USA di conseguenza resteranno allineati alle posizioni dell'Arabia Saudita, ed ovviamente anche a quelle dello stato sionista, che nella regione ha interessi suoi peculiari.
Il secondo punto è dato dal fatto che l'Arabia Saudita ed i suoi alleati si serviranno ovviamente dell'intesa militare e di intelligence tra USA, paesi del Golfo e stato sionista contro l'Iran in modo da danneggiare quest'ultimo. Sfrutteranno la situazione per far crescere ancor di più l'iranofobia di Washington, dove sia i paesi del Golfo sia lo stato sionista finanziano ed impartiscono ordini ad estese "rappresentanze" politiche. 
Terza conseguenza della narrazione di una "AmeriKKKa forte" è il fatto che l'Arabia Saudita e i suoi alleati nel Golfo approfitteranno del ritrovato vigore della loro posizione presso l'amministrazione statunitense per soffiare (un'altra volta) sul fuoco della ribellione sunnita in Iraq e in Siria, e per continuare a cercare di infliggere una sconfitta umiliante agli Houti e ad Ansar al Allah nello Yemen. Pare che Mohammed bin Salman al Saud abbia detto a Trump che gli Houti devono accettare la risoluzione delle Nazioni Unite così com'è.
In nessuno dei contesti su ricordati, dunque, non si potrà pensare (ammesso che sia possibile) ad alcuna soluzione politica fino a quando durerà l'attuale tendenza. Vale a dire, fino a quando le cose non cambieranno, in un qualche modo.
In ultimo, la lobby dei fiancheggiatori del Golfo in Europa ed in AmeriKKKa, eccitata dagli uomini di John Brennan a tutt'oggi alla testa dei servizi di intelligence<7i> <7i>occidentali che sono per intero politicizzati, cercherà di fissare nel rovesciamento del governo l'orientamento politico nei confronti della Siria, fabbricando altre prove false sull'uso di armi chimiche da parte del governo siriano. Questa campagna unisce in maniera efficace l'obiettivo del movimento dei fiancheggiatori del Golfo (e dei loro alleati sionisti), che è quello di indebolire l'Iran, con quelli della fazione pro guerra fredda che sta cercando di indebolire il Presidente Putin e con lui la Russia. Iran e Russia arriveranno alla conclusione che le alternative sono poche, a parte il che chiudere alla svelta la guerra in Siria e prevenire i tentativi ameriKKKani di inserire un cuneo sunnita wahabita tra di essa e l'Iran. Un cuneo che i falchi occidentali pensano caratterizzato dall'ulteriore merito di poter mettere fine a qualunque velleità iraniana di costruire un oleodotto che serva l'Europa passando dalla Siria.
Ripetiamo una cosa. Tutto quanto sopra scaturisce di per sé da una sola premessa: che Trump abbia l'intenzione di presentare l'AmeriKKKa come nuovamente forte a livello mondiale, ed abbia dunque il bisogno di allinearsi ai paesi del Golfo. Non è chiaro se la squadra di Trump avesse pensato a questa sequenza di eventi, o se avesse proprio l'intenzione di far rinvigorire i neoconservatori (che è quello che è stato fatto). Non è probabile che si pensasse a portare acqua al mulino dei neoconservatori;  è più probabile che l'idea di apparire forti sul piano militare apparisse in quanto tale come abbastaza corrispondente alla dottrina presidenziale dell'uomo d'affari impegnato in una trattativa, e che poi non si sia posta sufficiente attenzione alle conseguenze.
Si riuniscono le forze che vogliono la testa di Assad: tutto questo fa dunque presagire un rovesciamento geostrategico in Medio Oriente? Probabilmente no. In un'intervista con Adam Shatz della London Review of Books il professor Joshua Landis, tra gli altri, ha citato la ragione più importante per cui questo non succederà:
<7i>London Review of Books: ...Del popolo siriano non abbiamo parlato molto; abbiamo detto soltanto che i siriani sempre più considerano molti dei loro connazionali come non più appartenenti alla stessa comunità, da tanto aspre e letali sono diventate le fratture settarie [Shatz sta parlando degli jihadisti, che in Siria molti considerano come nemici assoluti e irriducibili, e come "stranieri"]. Da questo punto di vista c'è un grosso interrogativo: che cos'è il popolo siriano? Che futuro avrà, e questo futuro sarà in Siria...?
<7i>Landis: ...Domanda da un milione di dollari. Difficile capirci qualcosa... vedere il futuro. Ora, da una parte potremmo considerare quanto sta succedendo come un macroscopico mutamento tettonico di identità e di equilibri di potere nella regione settentrionale del Medio Oriente, un qualcosa che fa il pari con quanto accaduto nel dodicesimo secolo, quando signori sciiti controllavano la gran parte della Siria settentrionale e costituivano una potente entità sostenuta dalla Persia. I Mamelucchi e poi gli Ottomani hanno cambiato le cose: hanno cacciato gli sciiti e li hanno marginalizzati. Gli sciiti sono stati privati di ogni influenza e il mondo arabo è diventato un mondo sunnita, con a capo l'impero ottomano. Oggi possiamo assistere ad un ritorno alle condizioni del dodicesimo secolo, con gli sciiti che predominano a nord... Ma si sa che il potere politico può essere molto duraturo se Iran, Hezbollah ed Iraq consolidano la propria alleanza; questo significa che i sunniti in Siria potrebbero [dover] vivere sotto un governo di questo genere -un governo sostenuto dall'Iran- per parecchio tempo. Se questo succede, è verosimile che le identità mutino di nuovo, che si rivelino malleabili e che vengano ridefinite. Non so come potrebbe succedere, ma è una possibilità...
<7i>...La cosa che mi spaventa, dal momento che considero quanto sta succedendo come una gigantesco rimescolamento, è che se l'Arabia Saudita, gli USA e gli altri continuano a sovvenzionare la ribellione delle popolazioni sunnite dell'Iraq e della Siria, è possibile che queste ultime finiscano schiacciate, dato l'attuale assetto dei poteri in Medio Oriente...
<7i>
<7i>Landis qui accenna ad un concetto importante, che c'è bisogno di specificare meglio. Dapprincipio di orientamento ismailita, la shi'a dominava non solo la Siria settentrionale ma una gran parte del nord Africa Egitto compreso, e si estendeva fino ad As Sham, ovvero la Grande Siria ed il Levante. Certo, gli sciiti finirono poi massacrati, repressi e marginalizzati nei secoli successivi. Molti dovettero forzatamente convertirsi alla fede sunnita, ma quella sciita continuò ad esistere in molti luoghi e nonostante tutto. Aleppo, per esempio, è nota fino ai giorni nostri per essere una città storicamente sciita. 
Graham Fuller, in un testo il cui sottotitolo è I musulmani dimenticati, comincia col dire che "parlare degli sciiti nel mondo arabo significa toccare una questione delicata, che molti musulmani preferirebbero non affrontare. Per alcuni si tratta di un non problema, ma per molti di più è smplicemente meglio ignorare la questione perché ad essa fanno capo interrogativi inquietanti sulla società araba e sulla politica, ed è cosa che mette in discussione posizioni consolidate e radicate sulla storia e sull'identità arabe. I sunniti preferiscono di gran lunga evitare la questione" [corsivo di Alastair Crooke, N.d.T.]
Fra l'Afghanistan ed il Mediterraneo tuttavia, in Iran, in Iraq, in Siria e in Libano, ci sono più di cento milioni di sciiti ma solo trenta milioni di sunniti, e "dal punto di vista politico la disparità è anche più grande, perché le minoranze curde in Iraq e in Siria, forti dal punto di vista militare, anche se sono di religione sunnita temono più lo Stato Islamico e gli jihadisti estremisti arabi sunniti che non chiunque altro."
Insomma, il fatto che sauditi e paesi del Golfo reclamino per i sunniti diritti politici e religiosi sul quadrante settentrionale del Medio Oriente -diritti che, a sentire i sunniti, gli sciiti hanno in qualche modo usurpato nel corso degli ultimi anni- è di dubbia fondatezza sia dal punto di vista dell'appartenenza settaria, sia dal punto di vista delle identità storiche. Inoltre, l'eterogeneo Islam sunnita del Levante è piuttosto diverso dallo wahabismo del Najd che vi è stato inoculato, che ha carattere esclusivista e che ha fatto la sua comparsa nel Levante alla fine degli anni Quaranta del secolo scorso. Questa grossa differenza spiega perché l'esercito dello stato siriano, costituito principalmente da sunniti, stia oggi combattendo contro altri sunniti dello Stato Islamico e di al Qaeda o an Nusra. L'Esercito Arabo Siriano sta combattendo contro l'imperialismo del Golfo, che sta cercando di imporre il monopolio dell'"Islam del Nejd", l'Islam del deserto, il costrutto di Abd el Wahhab che nacque nel XVIII secolo ma si affermò solo con l'avvento della manna dei petrodollari negli anni Sessanta del secolo scorso. Lo wahabismo è l'unica corrente dell'Islam che afferma di rappresentare l'unico vero Islam.
A tutto questo bisogna unire l'attuale ripartizione dei poteri in Medio Oriente. Da un lato c'è l'architettura di sicurezza che comprende Siria, Iran, Iraq, Hezbollah, Russia e Cina (che fornisce addestramento alle forze armate siriane); dall'altro ci sono le mire sullo Yemen dell'Arabia Saudita: ecco perché è probabile che il professor Landis abbia ragione: "(Arabia Saudita, gli USA e gli altri) è possibile che finiscano schiacciati, [dato] l'attuale assetto dei poteri in Medio Oriente...
Solo un deciso intervento militare da parte del Presidente Trump potrebbe cambiare le cose, ma non credo che abbia intenzione di entrare in guerra contro la Russia in Siria; col tempo, la cosa diventerà evidente. Peccato che Trump sia partito col piede sbagliato.
L'esecito statunitense è ancora una grossa minaccia, ma se il Presidente venisse messo all'angolo da consiglieri falchi e fosse costretto a ricorrervi, finirà per accorgersi di essere soltanto riuscito ad aprire il vaso di Pandora. Un vaso in cui si troveranno contenuti tutt'altro che "meravigliosi" (come di recente Trump ha definito i missili statunitensi). Nel maggio 1951, dopo che il Presidente Truman lo aveva sollevato dall'incarico, MacArthur andò a testimoniare al Congresso. Disse: "La guerra in Corea ha già quasi distrutto quel paese, dove vivono venti milioni di persone. Non ho mai visto una devastazione simile. Ho visto, credo, sangue e distruzione come qualsiasi uomo vivente; l'ultima volta che sono stato in Corea mi si è stretto lo stomaco. Dopo aver visto le rovine, e quelle migliaia di donne e di bambini e tutto quanto, ho vomitato."

mercoledì 26 aprile 2017

Alitalia fa rotta verso Fanculo - Sesta parte


Negli ultimi anni abbiamo seguito con un certo rancore le contorsioni della ex "compagnia di bandiera" dello stato che occupa la penisola italiana, segnate a volte da pagine autenticamente spregevoli.
Non abbiamo mai avuto alcuna stima per i costosissimi servizi resi da un'impresa che per decenni ha dato più importanza alla vendita di cravatte a bordo che al portare in giro persone che volevano spostarsi in aereo, e che riusciva ad essere irritante persino per la livrea dei velivoli schierati. Nel 2005, nell'unica esperienza mai fatta con questa compagnia aerea, un volo interno alla penisola italiana e neppure dei più lunghi ci venne a costare quanto un volo di andata e ritorno tra Roma ed Istanbul.
Sul volo c'erano sei passeggeri.
Il fatto è che esiste una tendenza molto radicata nel sentire comune che sostiene che quando un'impresa produce utili il merito è dei padroni e dei manager, e che quando va in perdita la colpa è dei lavoratori. Benissimo hanno fatto dunque i superstiti di dieci anni di razionalizzazioni a sbattere in faccia a padroni e sindacati l'ennesimo "accordo" del solito genere, quelli lacrime e sangue, è l'Europa che lo chiede, non ci sono alternative.
Anche chi ha un mutuo da pagare ha una dignità.

lunedì 24 aprile 2017

Ruth's - Ristorante kosher a Firenze


Tripadvisor è un "media sociale" utilizzato per lo più per valutare attività imprenditoriali nel campo della ristorazione, o -dicono i detrattori- per cantarsela e suonarsela sempre allo stesso riguardo.
Ruth's è un ristorante fiorentino che segue le regole alimentari ebraiche e si trova a ridosso della sinagoga.
La recensione qui riportata, scritta da chissà chi all'inizio del 2017, è a suo modo un capolavoro.
Uno che ha capito tutto.
“Solo la guardia fuori dalla moschea merita una mancia”
Punteggio 2 su 5 Recensito il 31 gennaio 2017 tramite dispositivo mobile

Ambiente al di sotto delle aspettative con pochissimo entusiasmo ad accoglierci. Salmone marinato appena tolto da un sottovuoto del supermercato. Hummus soddisfacente. Moussaka di pesce appena sufficiente ma solo per il sapore di arancio dell'insalatina. Falafel con pita e salsine discretamente interessante. Vino bianco della casa più ne bevi più ti scordi della qualità del cibo. Solo la vicinanza della splendida moschea ne vale una serata con una persona speciale.

Visitato a Gennaio 2017

martedì 18 aprile 2017

Alastair Crooke - Donald Trump alla deriva nel caos e nella conflittualità




Traduzione da Consortium News, 14 aprile 2017.


Sembra chiaro -così come è chiaro tutto quanto il resto- che quello che abbiamo chiamato "tweet a mezzo missili da crociera" fosse una sorta di messaggio, dal momento che i missili di per sé non hanno costituito un'azione militare strategica. Il destinatario tuttavia è ancora oggetto di discussione. A prima vista era il Presidente siriano Bashar al Assad, ma anche Vladimir Putin in Russia, Xi Jinping in Cina e Kim Jong Un in Corea del Nord vengono considerati nel numero; nessuno può dirsene certo perché le dichiarazioni statunitensi sono al tempo stesso disorientate e disorientanti.
Se prendiamo però in considerazione da vicino le dinamiche della sicurezza nazionale statunitense, notiamo chiaramente che almeno per il consigliere H.R. McMaster il primo destinatario è la Russia.
Cosa potrebbe aver provocato questo improvviso sbandamento verso l'azione militare e verso una svolta di centoottanta gradi nella politica di Trump in Siria? Apparentemente sul terreno non è cambiato nulla: Siria, Russia e Iran stanno continuando a combattere contro gli jihadisti con lenti ma concreti progressi. La cooperazione sul piano tattico con gli USA stava aumentando e stava conseguendo successi nell'arginare l'intromissione della Turchia.
Il Presidente Assad aveva anche dato segni di disponibilità alla collaborazione tra Siria e forze statunitensi nella guerra contro i "terroristi"; il Presidente Putin aveva chiaramente detto che avrebbe volentieri partecipato ad un vertice con il Presidente Trump. Intanto c'erano funzionari statunitensi che già vedevano la sconfitta simbolica dello Stato Islamico, con la caduta di Mossul in Iraq e di Raqqa in Siria, come un grosso successo per Donald Trump. Insomma, pareva che le cose avessero preso una buona piega, dal punto di vista statunitense.
Invece in meno di sei giorni si passa ad un dietrofront completo nella linea politica, e si passa dallo "Assad può rimanere" ai missili, a séguito dell'opinabile assunto secondo cui il Presidente Assad stava cercando di mettere a repentaglio i mutamenti positivi nella sua situazione bombardando con armi chimiche donne e bambini in un borgo strategicamente insignificante e da lungo tempo controllato da jihadisti di inclinazione più o meno radicale. La pretesa che l'uno o l'altro schieramento facciano ricorso ad armi chimiche difficilmente può essere considerata una novità in Siria: questa guerra è campo per la battaglia propagandistica più accanita della storia.
Per cercare di trovare una spiegazione ad una rottura di continuità nella politica statunitense repentina come un fulmine a ciel sereno dobbiamo per forza lasciarci andare a qualche speculazione, per mettere insieme i pezzi di un difficile rompicapo.
Il primo pezzo, davvero il primo, ha a che vedere con la first daughter Ivanka Trump che ha avuto un crollo emotivo davanti alle disturbanti immagini televisive di bambini morenti ed ha "spinto suo padre a farlo". A conferma abbiamo il racconto del fratello Erik, figlio di Trump, ed il telegramma inviato al Primo Ministro dall'ambasciatore britannico a Washington, in cui si afferma che il catalizzatore iniziale è stata proprio Ivanka. Erik ha detto che "sicuramente Ivanka ha avuto influenza sulla decisione di attaccare la Siria."
Anche Pat Buchanan, che è un ex candidato repubblicano alla presidenza sostenitore di Trump, a chi gli ha chiesto "quale giustificativo" Trump avesse portato a questa iniziativa ha detto che le condizioni emotive del Presidente hanno avuto un ruolo sostanziale; il New York Times è della stessa opinione.
Scrive Buchanan: "Di che idea era Trump? Ecco la sua giustificazione sul piano strategico: 'Quando uccidi bambini e neonati innocenti -neonati, dico, neonati- con un gas chimico... questo va olte molti, molti limiti, va oltre la linea rossa... E io ti dirò che sono rimasto molto, molto colpito dall'attacco di ieri contro i bambini... il mio atteggiamento nei confronti della Siria e di Assad è molto cambiato." Due giorni dopo Trump era ancora acceso: "Dei graziosi bambini sono stati crudelmente assassinati in questo oltremodo barbaro attacco. Nessun figlio di Dio dovrebbe soffrire un simile orrore."
Insomma, la prima reazione è stata emotiva e d'impeto; una decisione chiaramente presa senza indugiare ad una ponderata analisi dei dati di fatto, perché era ovvio che era stato Assad, e poi c'era Ivanka angosciata per i bambini.
A questa iniziale reazione emotiva e al desiderio di passare all'azione si è probabilmente unita la ben nota ossessione che Trump ha per il comportarsi, sempre e comunque, in modo opposto a quello di Obama. Roxanne Roberts, che aveva partecipato con Donald Trump al pranzo della associazione dei corrispondenti della Casa Bianca nel 2011, ha scritto questo nell'aprile del 2016:
Su questo enorme mistero... Perché questa miliardaria star da reality si è messa in corsa per le presidenziali? Io non lo so. Non si sa. Invece un pugno di psicoanalisti da caffè -oh, addirittura corrispondenti per grosse agenzie di stampa, nientemeno- hanno statuito che tutto è cominciato nell'aprile del 2011, al pranzo della associazione dei corrispondenti della Casa Bianca; in quell'occasione Trump è stato lo zimbello del Presidente Obama e del comico del Saturday Night Live Seth Meyers.
Trump ne fu così umiliato, si dice, che la cosa gli ha fatto scattare un qualche profondo e fino ad allora latente desiderio di rivalsa. "Quella serata di umiliazioni pubbliche, invece di far sparire il signor Trump, ha moltiplicato i suoi feroci sforzi per farsi largo nel mondo della politica", ha scritto il New York Times un mese fa.
Giudichino i lettori dalla faccia che Trump fece in quell'occasione. Quindi, se l'Obama che lo ha calpestato si è comportato in un certo modo dopo che nel 2013 girò voce che le forze armate del governo siriano avessero fatto uso di armi chimiche, Trump si è comportato nel modo opposto. Non si è fermato a riflettere, ed è passato all'azione in modo netto ed improvviso. Sia il portavoce della Casa Bianca Sean Spicer che il Segretario di Stato Rex Tillerson hanno insistito molto su questa narrativa, centrata sulla decisione e sulla rapidità con cui Trump ha agito.
A posteriori ovviamente può essere arrivata qualche considerazione razionale in più: attaccando la Siria, e attaccando quell'Assad che Putin protegge, deve aver pensato Trump, avrebbe finalmente stroncato la tiritera dei democratici che indicava in lui "l'uomo di Putin". Ecco qui le machiavelliche motivazioni all'attacco missilistico oggi sbandierate: un chiaro stratagemma per farla finita con la spregiativa asserzione che lo considera un candidato fantoccio. Una cosa del genere può essere venuta con il senno di poi: i fatti concreti fanno pensare che in realtà la decisione sia stata presa in preda alle emozioni del momento.
Fin qui tutto bene. Il Consigliere per la Sicurezza Nazionale però avrà detto a Trump che i servizi dubitavano della colpevolezza di Assad? Pare che lo abbiano fatto; sappiamo da varie fonti (si legga qui, qui e qui) che nella CIA e nella DIA erano in molti, ivi compresi gli agenti sul terreno, a non prendere per buona l'idea che il Presidente Assad fosse colpevole.
Robert Parry ha una familiarità di lunga data con l'ambiente di Washington, e scrive che
Esiste un grosso dubbio sulla foto resa pubblica dalla Casa Bianca e che mostra il Presidente Trump e una decina abbondante di consiglieri riuniti nell'appartamento di Mar a Lago dopo aver deciso di colpire la Siria con i missili Tomahawk. Dove sono il direttore della CIA Mike Pompeo e gli altri vertici dei servizi? Prima che la foto venisse resa pubblica il venerdì successivo all'attacco, un mio confidente mi ha detto che Pompeo aveva personalmente riferito a Trump il 6 aprile che la CIA era convinta che il Presidente siriano Assad non fosse -con ogni probabilità- il colpevole dell'incidente con i gas letali verificatosi due giorni prima nel nord del paese. Di conseguenza Pompeo è stato escluso dall'incontro, perché Putin aveva deciso per il contrario.
Sul momento ho avuto qualche dubbio, perché Trump, il Segretario di Stato Rex Tillerson ed altri funzionari superiori affermavano in modo piuttosto convinto che la colpa era di Assad. Ho preso atto del tono, e ho pensato che Pompeo e la CIA dovevano aver sottoscritto la conclusione che voleva Assad colpevole, anche se sapevo che alcuni esperti dei servizi statunitensi erano di parere contrario e che pensavano che quanto successo fosse stato causato da una perdita accidentale di sostanze chimiche o da un piano deliberato dei ribelli di Al Qaeda per fregare gli USA e far loro attaccare la Siria...
Nella foto di Trump e dei consiglieri non compare nessun appartenente all'ambiente dei servizi. Ci sono Trump, il Segretario di Stato Tillerson, il Consigliere per la Sicurezza Nazionale H. R. McMaster, il capo dello staff della Casa Bianca Reince Priebus, il consigliere strategico Steve Bannon, il cognato Jared Kushner ed altri funzionari di vario genere, ivi compresi consiglieri economici che si trovavano a Mar a Lago per incontrare il Presidente cinese Xi Jinping.
Non vi compaiono né Pompeo né il Direttore della National Intelligence Dan Coats né alcun altro funzionario dei servizi. Anche il New York Times ha fatto presente questa stranezza nell'edizione del sabato seguente, ed ha scritto che 'Se persone informate della CIA o di altre organizzazioni di intelligence erano presenti... nella foto non compaiono'.
Insomma: i partecipanti alla fondamentale riunione della NSA in cui è stata formalizzata la decisione del governo sono stati decisi con un certo criterio: coloro che potevano avanzare dubbi sulla versione dei fatti che considerava colpevole il governo della Repubblica Araba di Siria non vi hanno preso parte, semplicemente. McMaster era l'unico presente che si occupasse a tempo pieno di intelligence, e Trump ha ottenuto l'avallo ufficiale alla sua istintiva convinzione che il Presidente Assad fosse il colpevole.
Ed ecco qui il quarto pezzo del rompicapo. Perché la decisione formale di attaccare la base aerea siriana ha cambiato forma, passando da simbolica bacchettata sulle mani di Assad ad ultimatum? Un ultimatum, per di più, chiaramente diretto contro il signor Putin, come dire "scegli, o Assad o gli USA"? Chiunque abbia stilato la bozza dell'ultimatum ha capito che imporre una scelta del genere significava umiliare il Presidente Putin. Eppure, l'unico professionista della sicurezza e della intelligence presente era il generale McMaster. Un tale che un tempo ne ammirava la statura intellettuale ha scritto:
Sono stato costretto... a concludere che McMaster è grossa parte del problema in questa pazza corsa alla guerra in Siria che si è scatenata la settimana scorsa. Una guerra che potrebbe portare ad un confronto militare diretto con la Russia. Lo conferma il fatto che McMaster è comparso al notiziario di Fox News di domenica, ma c'erano indizi che circolavano da tempo, almeno da quando si trovava ancora al Comando Addestramento e Dottrina dell'esercito statunitense. Negli ultimi due anni prima di approdare alla Casa Bianca la sua principale preoccupazione era quella di riorganizzare le forze armate in vista di una futura guerra contro la Russia.
Nell'intervista a Fox News McMaster ha risposto a varie domande sull'attacco missilistico voluto da Trump. Ecco qualche stralcio di quanto ha detto: "L'obiettivo [dell'attacco] era quello di mandare ad Assad un forte messaggio politico. Una cosa molto significativa perché... è la prima volta che gli USA si muovono direttamente contro il governo di Assad; dovrebbe essere un messaggio forte per lui e per quanti lo sostengono."
Poi ha aggiunto: "I russi dovrebbero chiedersi: cosa stiamo facendo qui? Perché stiamo sostenendo questo regime assassino che uccide in massa la propria stessa popolazione con le armi più odiose a disposizione... Insomma: io penso che tutti nel mondo considerino la Russia come parte del problema." (Da Fox News con Chris Wallace, corsivo dell'A.)
Per inquadrare nel debito contesto questa risposta, dobbiamo far riferimento a quello che McMaster ha detto nell'aprile 2016 durante una conferenza al Centro di Studi Strategici ed Internazionali di Washington.
Quello cui stiamo assistendo oggi, quello di cui siamo consapevoli, è ovviamente la minaccia russa; la Russia sta intraprendendo guerre di portata limitata per obiettivi limitati, come l'annessione della Crimea o l'invasione dell'Ucarina, a costo zero; consolida i guadagni territoriali e presenta la nostra reazione e quella dei nostri alleati ed amici come una escalation. Per dissuadere un paese forte dallo scatenare guerre di portata limitata per obiettivi limitati in terreni che coinvolgono paesi più deboli -quelle che Thomas Mackinder chiamò tra XVIII e XIX secolo i frantumi della massa continentale euroasiatica occorre portare avanti la deterrenza, occorre essere in grado di far pagar dazio alla frontiera...
Quella che la Russia sta portando avanti è una strategia sofisticata, e la stiamo studiando assieme ai paesi amici; è una strategia che si basa in verità non soltanto su una combinazione di forze convenzionali usate come copertura per azioni non convenzionali, ma anche su una campagna molto più sofisticata che contempla l'uso della criminalità e del crimine organizzato e... parte di un più ampio sforzo per seminare il dubbio e le teorie cospirative in tutta la nostra alleanza.
McMaster continuava:
Io credo che questo sofrzo non sia diretto ad obiettivi difensivi, ma ad obiettiv offensivi: far collassare il mondo emerso dopo la seconda guerra mondiale e sicuramente quello affermatosi nel dopo guerra fredda, far collassare la sicurezza e l'ordine economico e politico in Europa per sostituirlo con un maggiormente confacente agli interessi russi.
Quali aspetti del discorso di McMaster ci interessano? Esso fa pensare che  gli istinti fondamentali del Presidente Trump siano all'apparenza ancora concentrati sullo scenario interno degli Stati Uniti. Infatti è proprio sul piano interno che Trump ha sofferto seri rovesci. A quasi cento giorni dall'entrata in carica non ha ancora una attività legislativa. Ci sono a Capitol Hill alcuni repubblicani che per il 2017 hanno prospettato uno scenario da incubo, più o meno in questo modo: "ObamaCare non viene respinta. Non si riforma il sistema fiscale. Non passa il pacchetto infrastrutture da mille miliardi di dollari. Niente muro alla frontiera."
Inoltre, "I repubblicani non solo hanno fallito nell'approntare proposte di legge, ma hanno fallito nell'approntare proposte di legge che possano essere approvate. Esistono oggi come oggi fazioni repubblicane che credono che si dovrebbe abbandonare la sanità per la riforma del sistema fiscale, e fazioni convinte che la riforma del sistema fiscale non sia possibile senza prima promulgare uno Affordable Care Act. Esiste anche una crescente consapevolezza del fatto che non è possibile ottenere tutto per cui si decide di fare pressione senza avere un qualche sostegno da parte dei democratici in Senato; una cosa che rende sempre più probabile che il raggruppamento bipartisan detto Freedom Caucus disperderà i propri voti, dal momento che per decenni i repubblicani hanno dichiarato che qualsiasi iniziativa potesse attirare il voto democratico era intrinsecamente il male." (corsivo dell'A.)
Insomma, in politica interna Trump è andato a sbattere contro un muro legislativo. Dal momento che tende per natura a seguire l'istinto anziché un intelletto strategico, quando Trump va a sbattere contro un muro cambia direzione... finché non ne colpisce un altro. Adesso, sotto pressante richiesta del genero Jsred Kushner e dei suoi alleati della Goldman Sachs Cohn e Phillips, Trump sta vagando in cerca di un qualche "terreno comune" che potrebbe aiutarlo a far passare qualche legge, e a far sì che alle elezioni di medio termine del 2018 la base non abbandoni i candidati repubblicani. Pensava forse che agire con decisione in Siria lo avrebbe aiutato in questo?
T. A. Frank di Vanity Fair lancia un ammonimento stringato: "Per costituire il governo, Trump si è dapprima rifatto a soggetti nominati dallo establishment; si è imbattuto nel muro della propria base e ha ripiegato su Bannon, ha battuto nel muro dell'indignazione del mainstream per il bando sui visti e si è rivolto a Reince Priebus e ad una maggiore enfasi sulle procedure, finché non ha battuto nel muro della riforma sanitaria e ha deciso di attaccare la Siria andando contro il muro dell'indignazione della base e verso il pauso delle persone sbagliate. Probabilmente si allontanerà dalla Siria, o almeno cercherà di farlo. Solo che gli atti di guerra valgono di per sé, e per molti dei detestabili di Trump questo gesto non ha rappresentato un compromesso, ma un tradimento."
Franck ha centrato la questione, che poi si compone di tre distinti problemi interconnessi. In primo luogo c'è il tradimento degli amici, della base politica, in favore dei nemici. In questo modo si rischia di perderli entrambi ma la perdita degli amici può essere fatale, mentre la labile approvazione dei nemici è, nel migliore dei casi, una cosa di breve durata.
Insomma: la base di attivisti che ha portato Trump alla presidenza non è soddisfatta. Le spaccature nella squadra di governo non sono solo dovute ad una cattiva intesa tra Steve Bannon e Jared Kushner suscettibile di rientrare con qualche bacchettata sulle mani perché i due sono profondamente imbevuti di ideologia. Kushner (ed Ivanka) sono globalisti, sono liberali di New York e sono entrambi ex democratici. Essi rappresentano l'esatto opposto di ciò per cui combattono Bannon, i sostenitori dello AmeriKKKa First ed i nazionalisti.
Il secondo problema è che con l'attività legislativa ferma e il partito repubblicano alla paralisi, le elezioni di metà mandato del 2018 e la squadra di governo di Trump già disorientata dai bruschi rivolgimenti del Presidente, c'è il rischio di un crollo del sistema.
In terzo luogo, lasciando che McMaster si servisse del "tweet" missilistico per armare un ultimatum contro putin e considerate le ambizioni che McMaster ha verso l'elevare il livello dello scontro in Siria ed in Iraq, Trump rischia che gli eventi sfuggano ad ogni controllo. In Siria sono in gioco interessi capaci di far serenamente alzare il livello dello scontro fino ad un confronto diretto tra AmeriKKKa e Russia, in cui uno dei due, o Putin o Trump, rimarrebbe umiliato per aver dovuto distogliere lo sguardo per primo.
Frank ha probabilmente ragione a dire che Trump "si allontanerà dalla Siria, o almeno cercherà di farlo", ma come ha infaustamente notato un esperto di cose russe, "Quando sento ribadire l'idea di imporre sulla Siria una zona a divieto di sorvolo in spregio alla volontà della Russia, sento come un pugno nello stomaco perché capisco perfettamente dove potrebbe portare una cosa del genere."
Stiamo andando alla deriva verso una situazione che è, in potenza, seria come la crisi dei missili a Cuba nel 1962.

venerdì 14 aprile 2017

Tam Hussein - Il paradiso perduto. Ascesa e caduta di Abu Bakr al Baghdadi


Anthony Quinn ha interpretato due volte il ruolo di un mujahid: Hamza lo zio del Profeta, e Omar Mokhtar.


Traduzione dal blog di Joshua Landis.

Mi recai senza permesso a Najiyeh, che è un paesino di nessun conto ma che ha la pretesa di essere uno dei principati dello Stato Islamico. Una pretesa ridicola all'apparenza, ma che tanto ridicola non ci sembrò appena vi giungemmo. Prezzi fissi, mercati vivaci, erano aperte anche le gioiellerie. Un contrasto stridente su quello che avevo sentito raccontare su questo "stato". Capii perché la gente aveva accettato di sottomettersi: l'ordine è una cosa fondamentale in ogni conflitto, tanto più in uno brutale come questo. Anche chi viveva nei paraggi e non apparteneva allo Stato Islamico si era espresso positivamente nei suoi confronti "Puoi rivolgerti ad uno dei loro tribunali," mi avevano detto, "e il tuo caso viene risolto senza timori e senza favoritismi". Un esordio che mi ha fatto venire in mente i talebani, accolti a Kabul con grida di giubilo e mazzi di fiori, ma che lasciarono la città in mezzo a gente che si radeva la barba e che ci dava dentro con le sigarette anche se non aveva mai fumato in vita sua.
Qualche mese più tardi incontrai Abu Ali in Turchia, a Tarso. Il giovane comandante di Ansar al Sham sembrava un San Paolo giovane: barba scura e capelli lunghi appena indeboliti in cima alla testa. Era convalescente da una ferita ad una gamba, di quelle che se i miracoli non esistessero davvero lo avrebbe lasciato con una gamba di meno. La ferita era un autentico orrore. Abu Ali mi raccontò che la gente si era schierata con i battaglioni della zona e aveva cacciato lo Stato Islamico da Najiyeh.
"Perché?" gli chiesi io.
"Erano gente malvagia," mi rispose. Notai la sua espressione di disappunto, era come se lo Stato Islamico avesse tradito i siriani. INsomma, la rivoluzione aveva trasformato questi uomini privi di qualsiasi importanza in mujahiddin, in guerrieri di Dio. Alcuni tra costoro avevano fatto una vitaccia da contrabbandieri o da contadini, o erano in fuga dalle autorità. Era stata la rivoluzione a mutare la loro sorte. E ora, quelli come Abu Ali, usciti dalle moschee chiedendo che Assad venisse deposto, che se l'erano vista con i proiettili dopo la preghiera del venerdi, si dovevano sorbire le ramanzine di Abu insomma-neanche-tanto al Britani, che appena sei mesi prima era a rifarsela con qualche svitato a caccia di gonnelle in qualche discoteca del cacchio. Ecco, era arrivato Abu eccetera eccetera, nel paese dell'erudizione islamica, e si era messo a far prediche alla gente sulla nequizia di ciò che è kufr, di ciò che è taghut, sul tawhid e sull'incompatibilità della teologia islamica con la democrazia. Ai siriani non servivano lezioni di dottrina: gli serviva di impedire che le bombe a barile ammazzassero i loro bambini.
Pochi anni dopo a Saraqeb stavo filmando a seguito degli uomini di Jund al Aqsa. Mi raccontarono che il comandante locale di Ahrar al Sham aveva sparato alle spalle del locale emiro dello Stato Islamico. L'emiro dello Stato Islamico era nativo di Saraqeb e aveva considerato sacrilego prendere le armi contro i propri correligionari. Il capo di Ahrar al Sham invece non si era fatto alcun problema a spedirlo tra i più. Alla gente l'emiro piaceva, ma la stessa gente aveva anche testimoniato il falso davanti alla corte dello Stato Islamico e sulla vicenda erano stati scritti commenti sarcastici. Lo Stato Islamico avrebbe senz'altro parlato di apostasia: nessuno fra gli abitanti del posto aveva rinnegato l'Islam, ma anche loro, come gli abitanti di Kabul, si erano rasati la barba e si erano rimessi a fumare, anche se in precedenza avevano prontamente ammesso che il fumo era "una cosa proibita" dall'Islam. Più di recente ho ascoltato incredulo un iracheno dire che preferiva le milizie sciite sostenute dall'Iran, i Gruppi di Mobilitazione Popolare di Mossul, invece che lo Stato Islamico. Per gli abitanti di Mossul non c'erano molti motivi per sostituire la bandiera dello Stato Islamico con quella irachena, anche se tutti sapevano che la banidera irachena era nata nei club per gentiluomini di Londra e la bandiera dello Stato Islamico nella Baghdad degli abbasidi. Senza alcuna ironia gli abitanti di Mossul avevano preferito la prima. Come ha fatto lo Stato Islamico a ridursi in queste condizioni, quando tutti facevano professione di fede islamica? Perché il progetto di al Baghdadi è fallito sul nascere?
Si può dire che lo Stato Islamico non ha perso a fronte di un avversario risoluto, perché il coraggio non gli manca e gli esperti di cose militari attestano la sua abilità nella guerra asimmetrica. Lo Stato Islamico ha perso perché la popolazione locale ha smesso di crederci. E ha smesso di crederci al punto che la gente lo disprezza più di quanto disprezzasse Assad. La popolazione odia Assad perché ha ucciso i loro figli, ma odia lo Stato Islamico perché gli ha tirato una coltellata alle spalle intanto che stava cercando di rovesciare Assad. Assad non si è mai dichiarato islamico: da questo punto di vista non c'era nulla da pretendere da lui. Poteva fare quello che voleva, non era altro che uno di quei despoti -inseriti nel solco di una lunga tradizione mediorientale- che soffocano le insurrezioni, che siano dei Fratelli Musulmani, di arabi nelle paludi irachene o di sciiti. Che fosse brutalmente crudele era cosa da aspettarsi. Lo Stato Islamico ha inflitto un numero di morti minuscolo rispetto ad Assad, ma si definiva islamico. E si comportava con una tale deliberata crudeltà da aver ingenerato disgusto e rifiuto anche nel più dissoluto dei credenti. Anche un musulmano che pure beve pesante e che occhieggia le spogliarelliste, e che si prosterna una volta l'anno (sempre che lo faccia) sa che la misura è colma. Sa che simili comportamenti non si addicono ad alcun "sacro combattente".
Per quanto Graeme Wood si interroghi sullo Stato Islamico e sul suo livello effettivo di islamicità, quello che uno Ahmed qualsiasi capisce d'istinto è che al Baghdadi e i suoi sono ben lontani dall'essere islamici; non c'è bisogno di una fatwa. I musulmani sanno bene cosa si intende per mujahid, o per sacro combattente. Le storie dei Compagni del Profeta, di Hamza il leone di Dio o di Omar Mokhtar il leone del deserto, entrambi di solito con le sembianze di Anthony Quinn, le hanno sorbite con il latte delle madri. Ai bambini si dà il nome di Mujahid, di Ghazi, di Faris, di Shahid sperando che saranno all'altezza degli individui eccezionali che mostrano il meglio della propria virtù morale e marziale in condizioni in cui ogni bestiale brutalità viene ammessa, risuscendo comunque a restare umani. La guerra è proprio un banco di prova per la nobiltà d'animo di un uomo.

Un elogio di Abu Muhammad al Adnani. Un genere classico della letteratura araba.


Qui hanno fallito miseramente al Baghdadi e i suoi. I suoi eroi che infarciscono i canali di telegram incontrano il rifiuto dei musulmani. Abu Muhammad al Adnani, il suo vice, è sicuramente dotato di eloquenza e di coraggio, ma è terra terra per brutalità e per mancanza di pietà, per quanti testi possa padroneggiare a detta di chi ne fa l'apologia. Anche Jihadi John dimostra una disumanità ordinaria. Si vada dal macellaio halal che c'è all'angolo a Harrow Road a Londra, e ci si sentirà dire che il rituale islamico impone che si dia ad un animale un ultimo sorso d'acqua, e che lo si scanni lontano dalla vista degli altri animali, per diminuire la sua sofferenza e quella delle altre bestie. E ora arriva Jihadi John che ammazza gente innocente davanti al mondo intero, così come se nulla fosse, senza alcuna vergogna. Perfino Caino si vergognò dopo aver ucciso Abele.
Le azioni di Jihadi John, questo suo ostentare gesti violenti, hanno un qualche cosa di assolutamente moderno. Si può credere che il suo modo di comportarsi trovi radici nella Londra degli anni Novanta, quando i suoi video pieni di ammazzamenti venivano tranquillamente venduti fuori dalle moschee. Si trattava di filmati che mostravano con dovizia di particolari le gesta dei mujaheddin ceceni contro l'invasione russa della Cecenia. Uno degli imam che allìepoca insegnava nell'organizzazione giovanile di Lisson Green dove andava di solito Mohammed Emwazi, ricorda che a un certo punto quei filmati
"...diventavano scuri quando mostravano un russo decapitato da alcuni Ceceni, e ogni volta che ne vedevo con i fratelli qualcuno ti strisciava alle spalle e ti faceva il gesto di tagliarti il collo."
Chissà, forse la musica di fondo per le gesta di Mohammed Emwazi si è consolidata a quei tempi. L'imam continuava poi a raccontare:
"Ricordo che anche all'epoca ricordavo sempre ai fratelli che non era quello il modo per salutarsi a vicenda, e che al centro del jihad non c'è la sete di sangue; di solito citavo uno hadith del Profeta: "Il nemico non andatelo a cercare, ma se lo incontrate rimanete a piè fermo."
Abdel Kader al Jaza'iri

Il mujahid di oggi è molto diverso dal mujahid di un tempo. Per dimostrarlo ci rifaremo ad un esempio concreto, useremo come paragone un sacro combattente del XIX secolo chiamato Abdel Kader al Jazairi. Era noto come Comandante dei Credenti, anche se rispettava la sovranità del sultano del Marocco. Abdel Kader, come al Baghdadi, cercò di mettere in piedi una compagine statale unendo i vari gruppi tribali dell'Algeria e si comportò con asprezza con quanti collaboravano con i francesi. Come al Baghdadi anch'egli era uno studioso, un giurista, e discendeva in linea diretta dal Profeta. Combatté gli invasori francesi e venne descritto da amici e nemici come un genio militare senza paura, inafferrabile come al Baghdadi. William Thackeray ne scrisse:
Misericordioso e magnanimo in pace come implacabile in guerra,
avveduto consigliere di uomini coraggiosi e il più coraggioso dei consiglieri avveduti;
i tuoi occhi potevano gettare lampi di distruzione al pari di gentilezza e di amore,
il leone in te era amico dell'agnello, l'aquila amica della colomba.
L'abisso che separa al Jazairi da al Baghdadi è molto ampio, come mostrano i versi di Thackeray. Nell'asprezza e nella brutalità della guerra, al Jazairi aveva fama di cavalleria e trattava umanamente i prigionieri al punto che furono gli stessi prigionieri di guerra a chiedere alla Francia il suo rilascio, quando toccò a lui trovarsi nelle stesse condizioni. Alcuni gli si offrirono come guardie d'onore, per la gentilezza che egli aveva dimostrato nei loro confronti. Abu Bakr al Baghdadi invece non ha mostrato alcuna misericordia. I prigionieri li brucia e li affoga vivi. Abdel Kader condannò un proprio cognato perché aveva massacrato dei prigionieri; al Baghdadi con roba del genere ci va a nozze, è il primo a incoraggiarle con un sadismo talmente creativo che ci si chiede se esista a Raqqa un qualche distaccamento che si occupa solo di inventare sistemi originali e crudeli per ammazzare la gente. Al Baghdadi è un prodotto della guerra in Iraq, e si è dato anima e corpo alla causa del terrore.
Abdel Kader è attento a non colpire i civili. Quando i quartieri cristiani di Damasco furono sfondo di rivolte settarie, salvò innumerevoli cristiani. Al Baghdadi fa compiere un attentato suicida in una chiesa copta di Tanta la domenica delle palme, e causa non si sa quante vittime. Abdel Kader aveva rispetto per gli uomini di religione: i sacerdoti avevano il permesso di officiare per i prigionieri di guerra francesi e di agire come intermediari. Al Baghdadi invece fa rapire il sacerdote gesuita Paolo Dall'Oglio. Il destino di un uomo che costruiva ponti tra fedi diverse è ancora ignoto. Abdel Kader smette con l'uso di decapitare i prigionieri, al Baghdadi mette le loro teste su internet. Abdel Kader libera quanti rinunciano alla propria fede per sfuggire al destino; al Baghdadi non si interessa affatto se si siano convertiti o meno. Se non accettano il califfato manda uno dei suoi soldati a scagliare una macchina piena di esplosivo contro un mercato affollato, o ne manda un altro a mettersi in fila alla preghiera della sera per azionare poi una cintura esplosiva.
Un ex combattente dello Stato Islamico mi ha detto: "Dawla [lo Stato Islamico] non è tutto ciò che viene fatto per farvelo sapere."
Ah, davvero? Non mi potei trattenere dal chiedergli quante persone avesse dovuto ammazzare per arrivare a quella conclusione.
"Non ti preoccupare," mi rassicurò; "in ogni caso erano tutti apostati."
Grandioso. Allora ha imparato la lezione, non ha incubi quando va a dormire.
In ultimo, Abdel Kader aveva capito che fini nobili si perseguono con mezzi nobili. Si arrese perché aveva capito che la sua guerra coi francesi sarebbe stata troppo gravosa per i gruppi tribali che lo circondavano, e si rimise alla Provvidenza: un antico adagio islamico in fondo dice che la vittoria è nelle Sue mani. La storia dice che questo sconfitto si trasformò in un vincitore.
Abdel Kader attirò su di sé l'ammirazione di tutti. I nemici che lo avevano disprezzato gli resero onore. La prova definitiva del suo spessore morale furono i cittadini di Bordeaux che votarono perché il suo nome comparisse sulla scheda elettorale alle elezioni presidenziali francesi. Come scrisse il Progres d'Indre et Loire:
Abbiamo saputo che alcuni elettori di Bordeaux sono rimasti così colpiti dai modi, dal carattere e dall'aspetto regale di Abdel Kader da aver messo il suo nome nell'urna per le elezioni presidenziali. Se una simile idea si diffonde, Luigi Napoleone potrebbe risentirsene. Per essere un buon presidente occorre avere reputazione di persona coraggiosa, saggia e ricca di talento. Fra i due, non è forse Abdel Kader a rispondere meglio a questi requisiti?


Lo Stato Islamico e la sfida della modernità

La tomba di Said Kouachi. Foto di Tam Hussein.


A Reims esiste la tomba, senza nome e senza fiori, di Said Couachi, l'attentatore che ha attaccato Charlie Hebdo. Si trova distante dalle altre, come se la sua vicinanza turbasse il riposo degli altri musulmani qui deposti. Un figlio di uno degli uomini sepolti in questo solitario luogo mi chiese perché fotografavo proprio questa tomba, scavata da poco. Non potei mentirgli, e gli dissi chi vi era sepolto. Quell'uomo, un franco-algerino, sputò sulla tomba di Kouachi e lo maledisse. Non c'era alcun dubbio che quell'uomo fosse devoto al Profeta quanto Said Kouachi, tuttavia disse forte: "Come potrà mio padre avere pace, vicino a questo cane!"
Kouachi non apparteneva allo Stato Islamico, ma Kouachi e Ahmed Coulibaly, uno dei suoi compagni, avevano lo stesso padre. Said Kouachi mi ha fatto pena: pochi musulmani leveranno le mani in preghiera per l'anima di quest'uomo. I suoi figli si vergognano di sapere chi sia, sentiranno la stessa vergogna che provò Edipo re.
Avrei quasi potuto scommettere su quale sarebbe stata la risposta del signore franco-algerino venuto a vedere la tomba del padre se gli avessi chiesto se Kouachi era stato un mujahid o no. Avrebbe potuto capire la rabbia di Kouachi, magari aveva anche sperimentato il profondo razzismo della società francese nei confronti della popolazione musulmana. Ma so quale sarebbe stata la sua risposta. Ho chiesto qualcosa di simile in occasione di tutti i principali attacchi terroristici in Europa, a Parigi, a Bruxelles, a Londra, a Stoccolma. Il musulmano medio sa che uomini del genere sono ben lontani da Abdel Kader o da Hadji Murat. Kouachi giace dimenticato da tutti in una tomba senza nome. Ad Abdel Kader hanno dedicato la città di Elkader nientemeno che nello Iowa, mentre a Hadji Murat è toccato un romanzo scritto in suo onore da uno dei suoi antichi nemici, Lev Tolstoj. Abdel Kader e Murat sono stati sconfitti entrambi, tuttavia Provvidenza ha voluto che il loro nome venisse ricordato, nonostante la storia l'avessero scritta i vincitori. Essi ispirano universale ammirazione. Furono "sacri combattenti", se si vuole, mentre Said Couachi nel migliore dei casi è stato solo un combattente e nel peggiore un macellaio. Un macellaio molto moderno, se è per questo.



Per dimostrare questa affermazione, usiamo il libro programmatico del generale Petraeus, I centurioni di Jean Lartéguy. Il libro narra l'odissea di alcuni ufficiali paracadutisti francesi dalla sconfitta per mano dei comunisti in Indocina fino a quella che è tutto sommato una vittoria in quel di Algeri. Solo che mentre sconfiggono il Fronte di Liberazione Nazionale ad Algeri, perdono qualcosa di se stessi. Il romanzo tace sui cento anni di oppressione sofferti dagli algerini, ma è comunque una meditazione profonda sulla guerra moderna ed è basato sull'esperienza diretta di Lartéguy come paracadutista e come corrispondente di guerra. Lartéguy capisce molto velocemente che il FLN usava il jihad come grido di guerra per l'indipendenza, ma il risultato dell'esortazione al jihad fu molto diverso: esso creò una sorta di Francia posticcia. Il romanzo, in questa sede, è interessante per questo. Anche lo Stato Islamico ha fatto qualche cosa di simile, e ha prodotto qualche cosa che somiglia ad una versione imbastardita di quello cui il califfato dovrebbe somigliare, secondo il modo di pensare assai moderno dei suoi fautori.
Per certi versi i vari Abbas e i vari Muhammad si aspettavano che questi combattenti privi di qualunque aspetto eccezionale che si autodefinivano mujahiddin dessero prova di altissima virtù. Invece, si sono rivelati dei combattenti qualsiasi. Erano come tutti gli altri: saccheggiavano, rapinavano e ammazzavano come qualunque milizia di questo mondo. Gentaglia tutt'altro che pia, insomma. Anche Al Baghdadi era più o meno come Saddam Hussein: un tizio qualsiasi. Uno della stessa razza di dominatori e tiranni di cui è ricca la sanguinosa storia della regione, da Saffah a Sissi, che ha massacrato gente per il potere terreno. La differenza tra un mujahid, un combattente e un terrorista è sottile. In I centurioni un capo del FLN dice:
"Che differenza c'è tra un pilota che sgancia napalm su un villaggio al sicuro sul suo aereo e un terrorista che mette una bomba al mercato? Il terrorista deve essere molto più coraggioso."
Questo capo del FLN dimentica però che quello che ci si aspetta da un mujahid non è solo il coraggio di salire su un camion pieno di esplosivo. Il mujahid di oggi può anche essere un maestro della guerra asimmetrica, ma il suo intendimento non è quello di innescare trappole esplosive usando bambole e giocattoli, come quelle trovate a Mossul. Il Profeta ha pur detto che "la guerra è fatta di raggiri", ma come punirebbe una cosa come questa? La tradizione guerresca musulmana non aborrisce cose del genere? La sacralità del combattente, se le cose stanno così, è scomparsa a fronte di una mera mediocrità da combattenti qualsiasi. Il mujahid contemporaneo è dunque diventato un mujahid ateo come il Mahmoudi ne I centurioni, che prega ma non crede in Dio? Il mujahid contemporaneo deve allora sopprimere la propria coscienza e la propria moralità in nome della vittoria? Lo jihadista di oggi sembra aver gettato alle ortiche qualunque paradiso; non gli interessa se bambini, anziani, donne, monaci, alberi da frutto o greggi del nemico vengono distrutti, eppure la sua tradizione religiosa gli impedisce di toccarli. Invece questo tipo di jihadista sembra proprio a suo agio. Mohammed Rezgui per esempio si è ripreso esultante prima di sparare ad un innocente turista britannico a Sousse, in Tunisia. Dopo la morte di Rezgui, l'autopsia fa pensare che le droghe che aveva in corpo avessero instaurato
un senso di esaurimento, di aggressività, di estrema rabbia che porta a commettere omicidi. Un altro effetto di queste sostanze è che incrementano le prestazioni fisiche e mentali.
Per quale motivo un sacro combattente dovrebbe prendere cose come le anfetamine per portare a termine un'azione virtuosa? Gli servono per sopprimere che cosa? Era come i paracadutisti francesi, che dovevano mettere a tacere il senso di colpevolezza che l'inscalfibile anima dentro di loro avvertiva mentre commettevano qualcosa di moralmente reprensibile?
Per certi versi allora Jihadi è così autenticamente contemporaneo che il musulmano medio, quello della strada, si guarda attorno e dice: basta, non è questo quello che ci hanno raccontato i nostri padri e le nostre madri. Non siamo mica venuti su con Osama bin Laden o Zawahiri; siamo venuti su con Hamza, il leone di Dio. Abu Bakr al Baghdadi è diventato come i paracadutisti francesi, come i leader del FNL de I centurioni: per vincere hanno perso l'anima.
Beh, siamo generosi: accordiamo ad al Baghdadi un po' di empatia come facciamo con i protagonisti de I centurioni. Consideriamo con indulgenza uno Esclavier, anche se taglia la gola a tutti gli uomini di un paese algerino. Magari la ragione per cui al Baghdadi si è unito al franchising della Al Qaeda di Abu Musa'ab al Zarqawi si trova in ragioni simili a quelle che Jean Vajour, capo dei servizi francesi in algeria, accampa commentando la pesante tattica adottata dai suoi:
"Usare le unità corazzate, distruggere i villaggi, bombardare certe zone non è più un lavorare di fino ma significa usare il mazzuolo per uccidere le pulci e, cosa molto più grave, significa incoraggiare i giovani e a volte anche i meno giovani a darsi alla macchia [cioè ad unirsi alla guerriglia nelle campagne]."
Forse la mano pesante dell'esercito statunitense a Falluja ha portato al Baghdadi, che tanto giovane non è, ad unirsi agli insorti. Chissà, Abu Bakr non era altro che un tizio qualsiasi, un uomo devoto che stando a tutto quello che se ne dice guidava la preghiera nella sua moschea, giocava coi ragazzini, ascoltava senza scomporsi le lamentele dei vicini e li consigliava sulla base della legge islamica, materia in cui aveva conseguito un dottorato. Il venerdì giocava a pallone per le vie polverose della zona nord di Samarra, un sobborgo di Baghdad. Magari avrebbe continuato a vivere così fino alla fine dei suoi giorni. Ma la guerra è una prova dura per l'animo umano. Come i paracadutisti francesi de I centurioni finiscono nei campi di prigionia comunisti, Abu Bakr si è ritrovato a Camp Bucca. Quelli che lo avevano preso hanno insegnato a questo dottor Ibrahim Awad, o Abu Bakr al Baghdadi che dir si voglia, una cosuccia o due. Come l'ufficiale Mirendelle de I centurioni, anch'egli ha imparato a fare il mediatore e a costruire alleanze, ed ha imparato come si comportavano gli statunitensi. Magari, come i paracadutisti francesi avevano appreso molto dai comunisti e avevano messo in pratica in Algeria quello che avevano imparato -con conseguenze devastanti- anche Abu Bakr ha imparato qualcosa a Camp Bucca e lo ha poi messo in pratica con mortali conseguenze. Di sicuro ha imparato come si fa a mettere la gente in tuta arancione. Quando ha cominciato ad affermarsi aveva già provato l'intensità della guerra asimmetrica; aveva imparato che le bombe nascoste nelle carogne e nei cani funzionavano, aveva imparato a creare zone grigie dividendo i sunniti dagli sciiti, a rimanere seduto perfettamente immobile quando passava un drone, aveva imparato l'arte del non farsi notare.Tutte cose apprese in anni trascorsi senza un momento di riposo o di respiro, sempre braccato con una taglia sulla testa. Forse, al momento in cui è scoppiata l'insurrezione in Siria è diventato amorale come il capitano Julien Boisfeuras de I centurioni, un esperto di guerra politica e non convenzionale cui piace come un mostro realmente esistito, il capitano Paul Aussaresses, torturava, annegava, stuprava, passava corrente elettrica per i coglioni della gente se solo serviva ad averla vinta. Secondo i criteri della guerra di oggi Abu Bakr al Baghdadi ben si adattava ad un simile contesto. Magari ciascuno di noi sarebbe potuto diventare come lui, nelle stesse circostanze. Si pensi a Youssef Ben Khedda, professione farmacista e dalle mani immacolate secondo il capo d'opera di Alistair Horne A Savage War of Peace. Horne scrive:
...Sottoscrisse una lettera per lo Alger Républicain in cui si deploravano gli arresti alla cieca. Due giorni dopo era in carcere anche lui, e vi fu raggiunto di lì a poco dagli altri firmatari; immediatamente dopo il rilascio, pochi mesi dopo, si unì al FLN.
Come si può sostenere che un simile percorso di radicalizzazione non valga anche per al Baghdadi o per uno qualsiasi di noialtri? Non è forse questa la natura umana? Quando i nazisti invasero la Francia, quali tattiche usarono contro di loro i Francesi Liberi? Eserciti che dispongono di miliardi di dollari possono anche permettersi di attenersi alle regole, ma i movimenti di resistenza devono consapevolmente scegliere se attenervisi o meno. Si potrebbe anche chiedersi se gli emuli di Abdel Kader abbiano un qualche spazio, nel torbido terreno etico della guerra contemporanea.
Eppure, forse è proprio quello che Abu Bakr al Baghdadi è diventato che fa indietreggiare il giovane musulmano, la giovane musulmana della strada. "Proprio questo," dice un devoto alla moschea di Norbury. "Possiamo diventare tutti come lui, ma non è questo quello che un mujahid deve essere! Un mujahid deve essere come l'imam Ali, che quando un arabo gli sputa addosso mentre si prepara ad ammazzarlo, non reagisce." La sua espressione è visibilmente irata, Abu Bakr non si merita di essere definito mujahid. Forse il filosofo della politica John Gray ha colto nel segno quando afferma che lo Stato Islamico di Abu Bakr al Baghdadi
...Ha in comune più cose con la tradizione delle rivoluzioni contemporanee che non con una qualsiasi forma antica di governo islamico. Anche se detestano sentirlo dire, questi jihadisti violenti devono il modo in cui si organizzano e anche i loro utopici traguardi all'Occidente contemporaneo.
Tutto quello che Abu Bakr al Baghdadi fa sembra confermare il punto di vista di Gray. Quando esorta a commettere atti terroristici contro l'Occidente, al Baghdadi non fa che seguire le tattiche che Abu Bakr Naji ha esposto nel suo "Il controllo delle efferatezze". L'intento è quello di creare delle zone grigie che dividano la popolazione: noi da una parte, loro dall'altra. Sono tattiche molto al passo coi tempi, lodate dal leader della guerriglia brasiliana Carlos Marighela, ed usate anche dal FLN in Algeria. Uno dei protagonisti del libro di Lartéguy dice:
...Scoppia una bomba... alla mensa qualcuno del personale medico ha posato una barella con un bambino urlante di dolore; un'altra bomba è esplosa ad Algeri il 5 ottobre uccidendo nove passanti musulmani. Il terrore regnava ad Algeri, e a quello seguirono la paura e l'odio. I musulmani cominciarono ad essere aggrediti senza criterio o senza ragione. Gli europei si liberarono dei loro vecchi servitori arabi, delle Fàtime che per vent'anni erano state di famiglia. in pochi giorni Bab al Oued vide stabilirsi un confine preciso: musulmani da una parte, ebrei ed europei dall'altra. Questo era proprio quello che il FLN voleva: dividere quel quartiere mal definito e separarne sempre di più gli abitanti, che iniziarono a somigliarsi sempre di più perché avevano molte cose in comune: una certa indolenza, la passione per le chiacchiere, il disprezzo per le donne, la gelosia, l'irresponsabilità, l'inclinazione a sognare ad occhi aperti [pp. 452-453]

Le atrocità francesi in Algeria rafforzarono il Fronte di Liberazione Nazionale

Lo Stato Islamico ha compreso quello che avevano compreso i paracadutisti francesi nella lotta contro il FLN: per vincere dovevano mettersi sullo stesso piano dei combattenti locali. Dovevano "coprirsi di fango e di sangue come loro. A quel punto saremmo stati in grado di combatterli, e in questa lotta avremmo perso la nostra anima, sempre che ne avessimo avuta una." I paracadutisti trattarono ancor peggio gli algerini, e fecero cose assolutamente al di fuori della legalità: massacrarono, torturarono, stuprarono. Portavano via le donne algerine; loro stiravano e lavavano per i francesi, che le trattavano come regine e poi le rimandavano dai loro uomini. I francesi pensavano di liberare così le donne algerine dal patriarcato arabo, pensavano di castrare gli arabi mostrando loro quanto poco controllo avessero sulle loro donne. Solo che quando ne trovavano una che non ci stava, la stupravano senza por tempo in mezzo. Uno degli ufficiali paracadutisti ammise:
...Era la tremenda legge della guerra di nuovo tipo. Ci toccò adeguarci, indurirci, e gettare alle ortiche concetti radicati e superati che rappresentano la grandezza dell'uomo occidentale, ma al tempo stesso gli impediscono di proteggersi. [p. 490]
Di fatto questi paracadutisti francesi, come scrive Lartéguy, stavano combattendo contro un nemico che gli somigliava molto. Alcuni capi del FLN erano ex ufficiali, alcuni avevano studiato all'università in Francia ed erano stati trattati con disprezzo nei caffè parigini, come molti francesi di origine nordafricana vengono ancora trattati al giorno d'oggi. Appartenevano a pieno titolo all'epoca contemporanea, e dunque usavano le stesse tattiche dei paracadutisti. Uccisero civili pied noir a Philippeville, liquidarono propri stessi appartenenti, strapparono gli occhi dei collaborazionisti e si convinsero che il fine giustificava i mezzi. Lo Stato Islamico rispecchia probabilmente il FLN del libro di Lartéguy. Il FLN di Lartéguy però aveva capito di essere in un certo senso figlio dell'epoca contemporanea; Abu Bakr e i suoi non hanno afferrato il dato di fatto che anch'essi lo sono.
Nel caso di al Baghdadi, è una sorta di negazione. Non è riuscito a rapportarsi con la modernità, ed è in questo che si trova in nuce la sua sconfitta. Questo è stato il motivo per cui la gente di Najiyeh ha cacciato quelli dello Stato Islamico, il comandante di Ahrar al Sham ha sparato all'emiro dello Stato Islamico e la gente del posto ha fatto commenti sarcastici sul conto del tribunale islamico. L'incapacità nell'afferrare la modernità, nel capire che c'è qualcosa che separa il loro "Stato Islamico" dal passato. Il mondo musulmano ha sperimentato una rottura traumatica, non solo la sconfitta, l'umiliazione e la perdita ma la colonizzazione, l'industrializzazione e i mutamenti sociali che hanno alterato in maniera sostanziale l'epoca in cui viviamo. In passato la vita era organizzata a caratterizzata in modo diverso: oggi non sono più applicabili le regole che invece erano valide per il mondo premoderno. Lo Stato Islamico è come la vittima di un incidente d'auto che dopo il ricovero in ospedale pensa che potrà semplicemente tornare a vivere come prima, mentre in realtà i suoi arti non rispondono più allo stesso modo. Uno che non riesce a venire a patti con quello che gli è successo e che si dirige così verso il disastro. Siccome non ricorda come staano le cose prima dell'incidente, ne evoca uno come per magia, come fa il capo del FLN ne I centurioni.
Per me esiste una sola traduzione per il termine Istiqlal: indipendenza. Una parola che suona profondamente bene alle orecchie dei poveri fellahin; suona più forte della povertà, della sicurezza sociale, delle cure mediche gratuite. Noi algerini, immersi come siamo nell'Islam, abbiamo più bisogno di sogni e di dignità che di cose pratiche. E voi? Che parola avete da offrire? Se è migliore della mia, avete vinto.
Abu Bakr al Baghdadi propone "Khilafa ‘ala minhaj an-Nubuwwa", Il califfato secondo il modo del Profeta. Per un attimo il mondo musulmano vi ha guardato con speranza e nostalgia perché il suo passato era questo, proprio come i britannici guardano al loro Impero, all'India, alla Battaglia d'Inghilterra con nostalgia, quasi non riuscendo a rassegnarsi all'idea che non sono più una grande potenza. Abu Bakr al Baghdadi ha cercato di trasformare in realtà la parola Khilafa. Ma cosa può significare questo termine nel contesto contemporaneo, nel mondo postcoloniale? Nel mondo islamico premoderno la popolazione si diveva in millet, in comunità religiose, perché quella era la realtà. Adesso il concetto è quello di cittadinanza, la realtà è questa. Lo Stato Islamico nega la realtà, e ha cercato di spremere ai cristiani in Siria la jizyah, una tassa di appartenenza comunitaria, pensando che fosse meglio per loro invece che pagare qualche forma di tassa più alta. Cristiani che da millenni vivevano da quelle parti avrebbero pagato questa tassa ad Abu Marwan, o Luqman, che viene da Ghafsa in Tunisia. Lo Stato Islamico non ha capito che anche con una Jizyah inferiore, e con un esercito musulmano a proteggerli, nel mondo di oggi questo significa soltanto sottoporre ad umiliazione. Oggi siamo tutti figli della egalité, che ci piaccia o meno. I cristiani di Siria sono cresciuti per generazioni all'ombra di questo concetto. Di fatto, può finire come con l'antica tribù del nord siriano dei Ghassanidi, che preferì pagare tributi più alti al secondo califfo Omar anziché accettare uno status di cittadini di seconda categoria e di pagare la Jizyah. In passato i francesi fecero indossare agli arabi di Algeri un girocollo simile alla stella di David, a indicare che si erano sottomessi al codice francese. Gli arabi del XIX secolo lo avevano accettato. Durnte il medio evo gli ebrei del Medio Oriente portavano abiti di colori particolari. L'uomo contemporaneo non accetta nulla di tutto questo, neppure per il proprio bene. Questo, lo Stato Islamico non è riuscito ad accettarlo.
Al Baghdadi ha di fatto messo in piedi quella che Benedict Anderson chiama "una comunità immaginaria", tramite un massiccio ricorso alla propaganda e toccando le corde emotive di molti musulmani. Non si tratta solo di un tentativo cinico; su questo Graeme Wood ha ragione. Quelli dello Stato Islamico sono credenti autentici e zelanti. Possono anche esser stati, un tempo, ufficiali laici finiti ad Abu Ghraib ma, come il comandante del FLN ne I centurioni, hanno riscoperto la propria religione; la loro realtà era andata allo sconquasso con la caduta dello stato iracheno moderno. Questi ufficiali altamente addestrati mica potevano tornarsene al caffè, a fumare il corposo Zaghloul e a bere caffè amaro dicendo male dei marines statunitensi che giravano per le strade. Una cosa del genere faceva a pugni con il loro senso dell'onore; sarebbero tornati a Falluja e a Mossul, dove c'erano le loro famiglie, e avrebbero combattuto. Hanno fatto quello che fa un ufficiale algerino ne I centurioni: hanno dato "una storia e una personalità" al loro paese sconfitto. Hanno preso la bandiera nera degli abbasidi, e l'hanno resa sinonimo di paese islamico. Basandosi in gran parte su una sorta di escatologia, hanno costruito la visione della bandiera nera dell'Islam che va da oriente ad occidente. Hanno ignorato la realtà storica, che dice invece che ad un certo momento i califfati erano tre e che erano in lotta tra loro per il potere, ed anche che dopo la caduta del califfato abbaside a Baghdad non ci fu neppure più un califfo per diversi anni. Lo Stato Islamico ha fato quello che a detta di Lartéguy è successo in Algeria: ha creato una storia che si fonda sui cimiteri, non sulla realtà dei fatti. Un califfato delle notizie bufala. Uno dei capi del FLN si congratula con un paracadutista francese per il contributo che la Francia ha dato alla creazione della moderna Algeria:
Il popolo algerino è stato sconvolto dalla guerra, la sua esistenza è stata troppo stravolta perché a questo punto si possano mettere indietro le lancette dell'orologio. Siete voi stessi a creare l'Algeria con la guerra, unendo berberi, arabi, cabili e chaoui. I ribelli dovrebbero quasi esservi grati, per le violente misure repressive che avete messo in atto. [p. 472]
L'invasione e la deriva settaria dell'Iraq prima e della Siria poi hanno agevolato la nascita di questa nazione, se si vuole. Quando lo Stato Islamico ha abbattuto le frontiere decise dal trattato Sykes-Picot, è parso che esso pareggiasse i conti tra oppressi ed oppressori. Fu come, a detta di Horne, successe ai francesi con la sconfitta di Dien Bien Phu ad opera del Viet Minh nel 1954.
Tutto ad un tratto questa sconfitta incredibile privò lo stato francese di ogni stato di grazia, e per la prima volta lo fece sembrare curiosamente vulnerabile.

Si abbattono le frontiere tra Iraq e Siria: lo Yes we can dello Stato Islamico.

L'abbattimento della linea di confine del Sykes-Picot ha rappresentato il cambiamento di paradigma più grande in Medio Oriente, dopo la caduta di Ben Ali. Ha fatto vedere al mondo, e dunque ai musulmani, che lo stato di cose presente può cambiare e che il controllo del mondo occidentale sui musulmani non è qualcosa di inscalfibile. Fu quello lo yes we can di al Baghdadi, e forse sarà anche la sua eredità dal momento che stiamo accingendoci a scriverne il necrologio. Almeno, nella teoria del postcolonialismo, ha fatto quello che secondo Franz Fanon era indispensabile fare per i rapporti tra colonizzatori e colonizzati: ha ripristinato la parità, non perché aveva un colonizzatore che garantiva per la sua libertà, cosa che è motivo del sorgere di un senso di inferiorità in chi subisce qualcosa di simile, ma perché la libertà se l'è presa, e ha dato ai colonizzatori un brutto colpo. Quando lo Stato Islamico ha fatto irruzione oltre le frontiere del Sykes-Picot, ha ripristinato l'onore di molti mediorientali. Quando ha reintrodotto il concubinato e i ruoli femminili tradizionali, lo Stato Islamico ha infuso nuova fiducia in questa umanità ferita. Eppure, nel far questo ha mostrato anche la propria incapacità di accettare il fatto che la modernità ci ha cambiato in modo tanto profondo che un tempo Jefferson poteva possedere schiavi ed essere comunque considerato un individuo buono e virtuoso: oggi se si azzardasse a farlo sarebbe considerato un mostro.
Lo Stato Islamico può anche aver marcato la propria indipendenza coniando monete d'oro e dichiarando unilateralmente province in tutto il mondo musulmano, eppure, come l'ufficiale algerino Mahmoudi ne I centurioni, che sapeva che l'Algeria non poteva esistere senza la Francia, ha dimostrato anche che non poteva esistere senza il mondo contemporaneo. La creazione di tribunali uniformati in tutto lo Stato Islamico in realtà è stata l'adozione dei tribunali della legge occidentale, cosa che ha fatto del ruolo della legge il fondamento dello stato. Un po' lo Stato Islamico era consapevole del fatto che avrebbe dovuto competere con questo modello, e un po' non sapeva come altro fare. Da un lato ha dato prova di ingenuità nell'edificazione di una macchina statale, dall'altro ha di fatto ammesso che il paradigma da sconfiggere era sempre quello del modello occidentale. Secondo Wael Hallaq ed il suo Impossible State nella storia islamica non sono mai esistiti tribunali tutti uguali come quelli che esistono negli stati nazionali moderni. Anzi, istituzioni del genere erano estremamente strutturate e funzionali, fatte a misura delle esigenze della comunità in cui operavano. Storicamente l'Islam non ha mai avuto un vero e proprio stato di diritto; lo Stato Islamico invece lo ha. Allo stesso modo, quando ha varato il Servizio Sanitario dello Stato Islamico, si è basato sul NHS britannico e non certo sugli ospedali dell'Andalusia medievale. Insomma, lo Stato Islamico non potrebbe esistere al di fuori del proprio tempo; si tratta di un progetto dei nostri tempi per quanto cerchino di asserire il contrario. Gli assunti dello Stato Islamico sono come quelli dello jihadista che ha fatto saltare in aria le antiche statue di Buddha o i templi di Palmira perché manifestazione di mancanza di fede e di spirito religioso, ma non capisce che le sue scarpe Nike hanno un nome che omaggia una divinità greca.
La sconfitta di al Baghdadi è nel suo negare la modernità. Il suo gruppo ha fallito perché i Muhammad e le Aysha di Raqqa e di Mossul hanno capito istintivamente che si trattava di non musulmani, con buona pace della barba lunga, dei pantaloni alla caviglia e del bastoncino per pulire i denti. Probabilmente ci saranno altre formazioni che cercheranno di imitare lo Stato Islamico, ma per avere successo dovranno venire a patti con la modernità. Probabilmente anch'essi falliranno. A volte una persona in là con gli anni riesce ad afferrare l'inafferrabile meglio di molti uomini istruiti. Queste persone dall'aria all'antica non hanno studiato molti testi religiosi, ma sono sinceramente pie e si ergono come monumenti di saggezza che vedono con chiarezza come stanno le cose. "Ora questi giovinastri," mi dice dalla sua barbetta rada lo zio Forid seduto nella moschea di Brick Lane mentre attende di incontrare il suo Creatore, "vanno in giro ammazzando qua e là e commettendo Dio sa quali peccati, pensando di star portando a termine l'impresa del Profeta! Che idioti! Sono così lontani da lui! Quando arriverà il Mahdi, tutto andrà a posto." Lo zio Forid attende l'arrivo del Mahdi, il messianico salvatore che secondo le narrazioni apocalittiche musulmane giungerà alla fine dei tempi. Zio Forid sa che i giovani sono troppo impazienti, il paradiso lo vogliono adesso. Non vogliono perdere. I giovani dimenticano che spesso quello che succede nel mondo è riflesso di un cuore impuro, e dimenticano che il pantheon musulmano è poeno di vincitori, ma anche di perdenti: Abdel Kader, Hadji Murat, Imam Shamil, Omar Mokhtar hanno avuto onore dalla storia perché sono rimasti fedeli alla loro tradizione guerriera e al loro codice morale. Davanti all'eternità vincere non è tutto, si direbbe. Un attivista tunisino mi ha raccontato un aneddoto su Omar Mokhtar che è appropriato per questa considerazione. Uno dei mujahiddin di Omar Mokhtar pretendeva che a due prigionieri di guerra della penisola italiana non fosse concessa misericordia, proprio come i loro non ne avevano concessa. Omar Mokhtar gli aveva risposto: "Loro non sono i nostri maestri". Chiunque si insedierà dopo la caduta di Mossul dovrà convincere una popolazione musulmana scettica, stanca di stragi e di sangue, che i mujahid come Omar Mokhtar sono il modello di riferimento.