martedì 18 giugno 2013

Firenze, il santuario della Madonna del Sasso e la pratica devozionale del pellegrinaggio


Il santuario della Madonna del Sasso si trova nel territorio comunale di Pontassieve, a qualche decina di chilometri da Firenze e a seicento metri di altezza.
La foto è stata scattata il 16 giugno 2013 e ritrae il "libro degli ospiti" esposto all'interno. Vi si legge un'attestazione sincera della pratica devozionale del pellegrinaggio, nell'unico modo in cui essa può essere intesa dagli "occidentali" contemporanei.
Non si ha ancora notizia di pallonate nel transetto fra rossocerchiati e verdepallido a pallini, né di coltellate in sagrestia fra pallonieri biancoturchesi e nerofucsia intenti a contendersi l'onore di fare da ministranti, ma le premesse ci sembrano abbastanza buone.

lunedì 17 giugno 2013

Enrico Fenzi - Armi e bagagli, un diario dalle Brigate Rosse. Dedicato a Valerio Vagnoli e soprattutto ai suoi studenti.



Armi e bagagli, un diario dalle Brigate Rosse di Enrico Fenzi è un libro che esula dagli argomenti abitualmente trattati in questa sede. Ne abbiamo preparato la recensione con le stesse intenzioni con cui recensimmo il Dossier foibe di Giacomo Scotti, vale a dire per mostrare un minimo di attivismo nel contrastare, confutare e ridicolizzare qualche "occidentalista" da gazzetta.
La politica "occidentalista" nel giugno 2013 è, a Firenze come altrove, in condizioni che ci auguriamo preagoniche; un'occasione come un'altra per prendere a sprangate il cane che affoga e profondere un minimo di impegno per rendere controproducenti le iniziative dell'occidentalame, fidando anche sulla buona memoria dei motori di ricerca.
Del
Dossier foibe e del suo autore nulla sapevamo fin quando Achille Totaro (che è grasso e di Scandicci) ebbe a dirne male nel corso di un'operazione propagandistica. Solo per questo fu per noi un vero piacere procurarci immediatamente una copia del libro e lo stesso, sappiamo da fonte certa, è stato fatto da altri lettori di questo blog.
Di
Armi e bagagli abbiamo cominciato ad interessarci un paio di mesi fa; un ben vestito di nome Valerio Vagnoli era dell'opinione che Enrico Fenzi, in quanto ex combattente in una formazione armata irregolare, non avesse diritto di parola in materia di letteratura medievale. L'intera vicenda è riassunta dallo scritto in link; qui basterà ricordare che i capricci di Valerio Vagnoli sono serviti soltanto a spostare di un giorno la data della conferenza fiorentina cui Fenzi ha preso parte ed in cui ha presentato una trattazione su quelli che sono i suoi campi di studio da una vita, per nulla interessando l'uditorio con dissertazioni sulla gittata utile dei fucili d'assalto contemporanei o consigli su come si redige un volantino di rivendicazione.
Detto altrimenti,
Vagnoli non è riuscito ad impedire a Fenzi di parlare, ma è piccinamente riuscito ad intralciare e complicare il lavoro altrui.
La recensione, naturalmente,
è dedicata agli studenti di Valerio Vagnoli; quanti tra essi volessero approfondire possono fare quello che abbiamo fatto noi, e andare a cercare il libro presso la biblioteca comunale di Bagno a Ripoli.

La memorialistica dei combattenti, irregolari o meno, è un filone letterario che ha riempito e continua a riempire biblioteche intere con opere aneddotiche ed autobiografiche per loro natura poco utili ad una ricostruzione imparziale della storia; la storia scritta dai vincitori e la pratica politica che ne consegue si interessano comunque moltissimo a questo tipo di produzioni, con intenti sistematicamente denigratori: anche a distanza di decenni dai fatti l'obiettivo è più che mai quello di negare l'esistenza stessa dell'avversario e di pretenderne letteralmente la cancellazione.
I combattenti irregolari che hanno operato nella penisola italiana nel corso della seconda metà del XX secolo hanno dato al genere un contributo molto vario, cui è dovere preciso interessarsi per chiunque tenga la "libera informazione", le gazzette e i "valori" che esse propagandano nella considerazione che meritano.
Armi e bagagli non ha alcuna pretesa di testo specialistico ed è fitto di aneddoti, di considerazioni personali, di debolezze uimanissime, risultando così accessibile anche a chi non possiede alcuna nozione dell'argomento trattato; nella prefazione, Emanuele Trevi lo paragona alle memorie del cardinal de Retz, in cui uno dei protagonisti della fronda nel Regno di Francia del XVII secolo non rivela alcunché di inedito o di ignoto, ma compie una specie di trattazione completa sull'antropologia dell'intrigo e del tradimento politico.
Dopo le prime pagine che descrivono il viaggio in treno di un Enrico Fenzi armato e circospetto -la vita quotidiana del combattente irregolare viene descritta in tutto il volume con i suoi usi, le sue cautele, le sue precauzioni più o meno efficaci- il testo si immerge prima in un primo flashback nella Genova degli anni Settanta descrivendo i primi contatti dell'A. con le Brigate Rosse, avvenuti tramite l'amico Gianfranco Faina, definito da Fenzi un rivoluzionario genovese , e poi in un altro nella Milano del 1981, l'epoca degli arresti, delle dissociazioni e delle eliminazioni di delatori e traditori veri o presunti.
La descrizione accurata di questo scenario è occasione per alcune riflessioni sul perché dell'adesione alle Brigate Rosse: di tutti i motivi che possono portare qualcuno ad unirsi ad una formazione combattente irregolare -nessuno di questi perché gli è mai stato posto da un amico, nota Fenzi- l'A. indica il principale nell'attrazione che un'esperienza di vita concreta può esercitare su un altro percorso esistenziale; se poi è certa l'esistenza di cause ed effetti, assai meno certa è l'esistenza di rapporti lineari tra di essi soprattutto in considerazione del fatto che in determinate circostanze il proprio passato può essere ricostruito a posteriori in base alle esperienze compiute, fornendo in questo modo un significato a queste ultime e compiendo attribuzioni causali che si ritenevano impensabili.
Il racconto torna al 1976: l'A. narra dell'uccisione di Francesco Coco avvenuta l'otto giugno di quell'anno a poche decine di metri dalla facoltà universitaria in cui lavorava e del genere di considerazioni che essa suscitò presso il pubblico in generale e presso gli attivisti politici genovesi. Secondo Fenzi l'azione delle Brigate Rosse non suscitò universale sdegno in un contesto sociale già segnato dalle molte vittime, soprattutto tra quanti iniziavano a prendere le distanze da un'estrema sinistra percepita come fatua. La descrizione della prima azione vera e propria -una distribuzione di volantini- cui l'A. è stato destinato dopo una serie di prese di contatto occupa le pagine successive.
Fenzi descrive poi i sostanziali mutamenti della sua militanza avvenuti con l'autunno del 1977, in mezzo ad un periodo in cui l'industria pesante genovese stava attraversando cambiamenti tanto epocali quanto temuti nella produzione e nell'organizzazione del lavoro. I rapporti dell'A. con i brigatisti Luca Nicolotti e Rocco Micaletto sono occasione per una digressione sul tema della clandestinità, la condizione di interruzione di ogni rapporto con le istituzioni e di molta parte dei rapporti sociali esterni all'organizzazione di appartenenza che caratterizzava all'epoca un numero crescente di combattenti; sono anche occasione per tornare sul perché di una scelta radicale. Agli occhi di Enrico Fenzi persone come queste, in clandestinità note come Valentino e Lucio "non erano simboli, non erano modelli, ma persone reali [...] e segnate dal destino che si erano scelto: un destino orribile, pieno di colpe –questo l'ho avvertito, sempre – ma un destino scritto con lettere di fuoco nella storia della loro classe. Chi ero io, per distinguere l'idealista dal criminale, l'innocente dal violento, il bene dal male, e per scegliere il meglio, e dunque per non scegliere, per ritirarmi, per lasciarli soli?".
Nel novembre del 1977 Enrico Fenzi prese parte all'azione con cui fu ferito alle gambe un dirigente della Ansaldo; in Armi e bagagli la vicenda è narrata a partire dai suoi esiti, dalla sua natura di passo definitivo e corruttore seguito da una diluizione di ogni contatto con gli altri combattenti che in capo a qualche mese, nonostante la colonna genovese delle Brigate Rosse fosse più che mai attiva, riportò l'A ad una vita sociale e lavorativa pressoché normale. Soltanto nel giugno dell'anno seguente Enrico Fenzi sarebbe stato contattato nuovamente: non da combattenti, ma dall'avvocato Edoardo Arnaldi. Francesco Berardi, un caposquadra della Italsider messo ai margini del processo produttivo per una serie di problemi di salute, intendeva entrare nell'organizzazione. Nelle pagine che seguono, ricche di excursus sul tessuto sociale e il retroterra della classe operaia genovese, Enrico Fenzi illustra alcuni aspetti del rapporto di Berardi con lui e con l'organizzazione armata; in pochi mesi sarà proprio l'attivismo ingenuo di Berardi a portare al suo arresto. Al processo di Francesco Berardi, alla fine di ottobre 1978, si presenta a testimoniare "un operaio dell'Italsider da solo. Guido Rossa".
Guido Rossa venne ucciso il 24 gennaio 1979. Un Enrico Fenzi sotto sorveglianza da mesi -verrà arrestato quattro mesi dopo- descrive così le manifestazioni di solidarietà con Rossa: "...la rabbia era tutta contro le Brigate Rosse, ed era doppia, era per quello che avevano fatto e per quello che non avevano fatto. Qualcosa aveva finito di spezzarsi, senza rimedio: era finito, per molti di quegli operai, un sogno vago e tenace. La confusa, mitica speranza che le Brigate Rosse avevano alimentato, soffiando sulla vecchia brace dell'idea rivoluzionaria, si era spenta". Nell'ottobre dello stesso anno Fenzi incontra nuovamente Berardi nel carcere di Cuneo, in un contesto in cui le vendette e le lotte intestine hanno già un ruolo importante, e di Berardi descrive la prostrazione ed il suicidio.
Nei capitoli successivi Fenzi tratta, con molti particolari aneddotici, del suo trasferimento nel carcere di Palmi e delle vicende che vi si svolsero. Il carcere appena costruito raccolse per qualche tempo molti combattenti irregolari appartenenti a diverse formazioni. Particolare attenzione in Armi e bagagli viene dedicata alle vicende di Toni Negri, violentemente impopolare tra i prigionieri soprattutto per la sua condotta difensiva, destinata a diventare operazione politica. "Una difesa che tagliava di netto tra movimento e lotta armata [...] e condannava dunque quest'ultima, almeno nelle intenzioni, al limbo di un'esistenza marginale ch'era meglio dimenticare al più presto, o tutt'al più regalarla al settore “dietrologia e complotti”. L'innocenza degli uni doveva essere pagata sottobanco con i secoli di galera tacitamente inflitti agli altri. La storia vera degli anni passati, insomma, sarebbe stata quella scritta da chi si proclamava estraneo a tutto quello che era successo. Il che spiega sin troppo bene perché quelle forze della sinistra che si facevano portatrici di questa bizzarra operazione chirurgica che risecava in due la realtà e la rovesciava, non abbiano mai né voluto né potuto contribuire seriamente alla ricostruzione e all'analisi degli “anni di piombo”: e infatti come avrebbero potuto farlo, se a protagonisti degli anni di piombo venivano promossi solo quelli che con il piombo garantivano di non aver avuto niente a che fare?". Nelle stesse pagine, Fenzi compie anche digressioni sulla vita carceraria e sui rapporti interni alle Brigate Rosse, segnati dal discrimine ineludibile della detenzione e dalle sue ripercussioni sull'organizzazione nel suo insieme.
Il volume prosegue con il resoconto del ritorno a Genova e delle vicende della primavera del 1980. Tra tutte, le vicende del primo processo e la morte di Edoardo Arnaldi, suicida al momento dell'arresto dovuto alla delazione di Patrizio Peci. Il corteo funebre, affollatissimo, passò sotto il carcere in cui Fenzi era detenuto. "Quella era una sinistra che non tolleravo, alla quale avrei persino voluto far del male, comprometterla, inguaiarla... La sinistra funeraria, che sta ben riparata [...] e sbuca fuori quand'è ben certa che chi le creava imbarazzi è morto, e riesce a fare le sue battaglie solo quando si tratta di dimostrare che non ha fatto qualcosa. Per anni, dopo, ho ancora visto spuntare le sue testoline furbe, che si guardavano attorno, che non ci fosse nulla in vista, e gonfiavano la voce e borbottavano...".
L'inizio del capitolo Clandestinità riporta agli avvenimenti dell'estate del 1980, successivi all'assoluzione con formula piena del 2 giugno con cui l'A. era tornato libero trovandosi pressoché isolato nell'ambiente genovese segnato dalla strage di via Fracchia: il 28 marzo quattro combattenti erano stati uccisi dalla gendarmeria che aveva fatto irruzione in un appartamento, anch'esso identificato grazie a Patrizio Peci. Proseguire la lotta armata fu per Fenzi l'unico comportamento coerente che fosse dignitoso tenere davanti alla marea montante dei lutti, e dopo le esperienze fatte in carcere. "Se mi fossi ritirato allora, a quel punto della parabola, impastato com'ero di tutto quello che ero stato per me e per gli altri, mi sarei sentito un pagliaccio. Un buffone. [...] Mi vedevo condannato a fare l'eterno tifoso della lotta armata, il simpatizzante perenne, il rivoluzionario da salotto e d'accademia segretamente frustrato... una fine grottesca. [...]  “Ma perché ti sei rovinato? [...] Brigatista lo eri già stato, in carcere con i capi anche, e se stavi tranquillo non ci saresti più tornato. [...]”. Questo, qualcuno oggi continua a ripetermelo. Bene, quello che ho fatto era già
un'anticipata risposta a un simile programma, data con la violenza e la crudeltà che erano, allora, nelle cose stesse. Sapevo, infatti, che da quel momento avrei vissuto nel rischio continuo di essere ammazzato [...]. Nessuno poteva darmi garanzie diverse: chi poteva più dire, per esempio, che i carabinieri e i poliziotti arrestavano solo? E chi si porta questo chiodo in testa, e se ne fa una ragione contro tutto e contro tutti, può diventare facilmente egoista e crudele". Clandestinità tratta della vita organizzativa delle Brigate Rosse, con particolare riferimento ai loro (difficili) rapporti con la formazione combattente milanese della Colonna Walter Alasia, nei quali Fenzi ebbe un ruolo rilevante fino alla loro rottura. Tutto questo fino all'arresto, il 4 aprile 1981.
In carcere è il capitolo in cui si tratta dell'inizio della nuova detenzione. Fenzi illustra come il clima nelle carceri della penisola italiana, in cui erano migliaia i combattenti prigionieri, fosse più che mai dominato dal sospetto reciproco e dalla dissimulazione. Le vendette, i linciaggi e le esecuzioni sommarie di delatori o di presunti tali -sono citati per esteso i casi di Giorgio Soldati e di Roberto Peci- erano divenuti frequenti, distruggendo la solidarietà tra prigionieri. "Il gruppo esisteva solo come minaccia, attraverso chi emergeva in esso per la sua capacità di uccidere e di far uccidere". Il 21 luglio 1981 anche Fenzi, assieme a Mario Moretti, fu vittima di un tentativo di omicidio da parte di un detenuto comune. Il capitolo descrive infine le circostanze in cui l'A. decise di dissociarsi e le precauzioni messe in atto per ridurre al minimo i rischi che questa scelta comportava.
L'ultimo capitolo del libro è intitolato Vent'anni dopo; Fenzi chiude citando alcune surreali vicende capitategli durante la detenzione e prendendone spunto per tornare sul tema -ricorrente in molte pagine- della storia dell'estrema sinistra nella penisola italiana e dei continui tentativi di scriverla espellendone delle formazioni combattenti, delineando in essa l'esistenza di una componente buona e quella di una componente cattiva colpevole di tutto.
L'opinione dell'A. è che questa operazione serva essenzialmente a "trovare una soluzione di comodo intorno alla quale ci possa essere un largo accordo, in nome di una rilettura parziale e consolatoria del passato". L'importanza delle formazioni armate sarebbe attestata anche dal fatto che il loro rifluire, a metà degli anni Ottanta del XX secolo, non fece riprendere vigore ad alcuna componente "buona" dell'estrema sinistra, che nei dieci anni a seguire sarebbe al contrario pressoché scomparsa. Fuori dall'estrema sinistra, il Partito Comunista avrebbe avuto occasione di ravvisare nelle formazioni armate "quel se stesso che non era, e che non voleva più essere": schierata ogni sua forza contro di esse, il PCI poté pochi anni dopo diventare "altra cosa" rispetto a ciò che era stato al prezzo modestissimo di una mozione congressuale e di qualche lacrima versata da qualche militante. Alla fine della parabola del comunismo europeo, a pagare il prezzo di tutto sarebbe stato chi, convinto di rappresentare un inizio e non un finale catartico, aveva da tempo scelto un'altra strada.

sabato 15 giugno 2013

Le elezioni presidenziali nella Repubblica Islamica dell'Iran e la geopolitica mediorientale nel giugno 2013 secondo Conflicts Forum


I sondaggi in occasione delle elezioni presidenziali in Iran (14 giugno) hanno registrare alcuni sostanziali cambiamenti nel posizionamento dei candidati di punta: Rohani capeggia la vasta coalizione che comprende Rafsanjani e i suoi alleati e nel suo complesso anche la variegata compagine dei riformisti ed ha preso l'abbrivio. Rohani ha chiaramente tratto vantaggio dal fatto che l'alleanza che lo sostiene è più coesa, e sembra che stia attingendo consensi anche da una fazione del campo dei conservatori radicali che vale il 10-20% di quel particolare elettorato. Nei sondaggi è quotato il 32% ma è probabile che potrà contare anche sugli indecisi che finiscono per recarsi a votare, e arrivare al 38%. Ghalibaf capeggia i conservatori radicali ed è il sindaco di Tehran; al contrario di Rohani ha perso posizioni e adesso è accreditato del 23% negli ultimi sondaggi. Probabilmente è stato penalizzato dal fatto di esser stato il candidato principale ed il primo a proporsi, cosa che lo ha fatto diventare il bersaglio di tutti gli altri aspiranti; in maniera anche più significativa è stato penalizzato dalla mancanza di coesione che impera nel campo dei conservatori radicali ed in quello dei conservatori. I candidati riformisti hanno urbanamente "passato la mano" e fornito a Rohani il loro appoggio; nell'altra coalizione questo non è successo, con la notevole eccezione del caso di Haddad Adel, che ha attuato il suo proposito di farsi da parte in favore di un candidato conservatore radicale più forte sin dall'inizio. I cambiamenti nelle percentuali di consenso mostrate dai sondaggi vanno interpretate come derivanti dal fatto che i candidati hanno potuto contare su un ampio e regolare accesso ai media a diffusione nazionale: sono stati diffusi ampi servizi su ciascun candidato, approntati dai rispettivi uffici di campagna elettorale, e i candidati hanno preso parte a tre dibattiti televisivi diffusi a livello nazionale e seguiti da molto pubblico. Alcuni candidati sono andati bene, mentre altri sono sembrati in difficoltà davanti alle telecamere. Il primo ed il secondo candidato affronteranno un secondo turno di consultazioni elettorali il 21 giugno. Pare che la partecipazione al voto sia salita dal 71% delle stime della scorsa settimana al 75% della settimana del voto; gli indecisi sono il 9%. Non sarebbe da sorprendersi se la partecipazione al voto arrivasse alla fine a toccare l'80%.
I sondaggi di ieri [giovedi 13 giugno 2013, n.d.t.] così figuravano:

Rohani 32%
Ghalibaf 23%
Jalili 14%
Rezaee 12%
Velayati 9%
Gharazi 1%
Indecisi 9%
Partecipazione al voto 75%

Se saranno Rohani e Ghalibaf a giocarsi la presidenza al secondo turno, quali saranno i punti in comune tra i due, e cosa distinguerà l'uno dall'altro in caso di vittoria? In termini essenziali, nei fondamenti della politica estera ci sono pochissime differenze. Entrambi i candidati sono vicini alla Guida Suprema, ed entrambi sono "centristi". Non ci saranno maneggi contro la Guida Supram: Rohani non è Moussavi, l'ex guida del Movimento Verde, e Ghalibaf non è Ahmadinejad, allora candidato dei conservatori radicali. Nessuno dei due candidati va visto come incline ad aperture all'Occidente perché nessuno dei due ha parlato in termini favorevoli dell'Occidente nel corso della campagna elettorale: nondimeno ci si deve attendere un cambio di stile in politica estera. E' verosimile che, chiunque vinca, saranno fatti sforzi per instaurare nel mondo un'atmosfera maggiormente favorevole all'Iran. E' probabile che gli esiti di questo nuovo approccio saranno più evidenti in Medio Oriente, crescere delle tensioni sulla Siria nonostante, e in Asia che non in Occidente.

Il conflitto siriano sta cambiando; in questa settimana gli eventi sul terreno si sono susseguiti in un crescendo e si è approfondita anche la spaccatura (come Conflicts Forum ha già fatto notare) che divide la regione e gli alleati di ciascuna parte in conflitto. La reazione rabbiosa, emotiva e settaria -la chiamata al jihad contro gli sciiti in tutte le sue forme emessa dallo sceicco Qaradawi, che viene considerato in misura sempre maggiore come il portavoce del Qatar, prontamente ripresa dal Mufti dell'Arabia Saudita- ha approfondito la divisione in tutto il Medio Oriente. E' come se in tutta la regione ci si debba schierare secondo lo schema del "con noi o contro di noi". Il Kuwait ha iniziato ad espellere gli sciiti, gli stati del Golfo hanno deciso sanzioni economiche contro di loro che non fanno distinzioni in base al loro coinvolgimento con gli avvenimenti in corso; il Consiglio per la Cooperazione nel Golfo ha bollato Hezbollah come "gruppo terrorista" e ha cominciato ad emettere sanzioni contro le attività economiche riferibili al partito.
Avanzando su Aleppo, l'esercito siriano sta preparandosi ad un eventuale attacco mettendo in atto attorno alla città le stesse tattiche usate a Qusayr: rastrellamento dei paesi vicini e dei sobborghi, taglio delle linee di rifornimento per gli insorti che si trovano in centro. Ci sono prove del fatto che l'arroventarsi dell'atmosfera sul piano internazionale ha già equipaggiato gli insorti, in vista dei combattimenti per Aleppo e Idlib, di missili anticarro filoguidati e probabilmente anche di missili spalleggiabili antiaerei; nonostante le sparate retoriche degli Stati Uniti e dei loro alleati, Washington non ha in realtà superato alcuna "linea rossa". Dalla dichiarazione del consigliere del ministro per la sicurezza nazionale Ben Rhodes emerge con chiarezza che non vi sarà alcuna escalation qualitativa nelle armi fornite agli insorti e che nessuna no-fly zone verrà istituita: entrambe cose chieste a gran voce agli Stati Uniti dalla Francia, dalla Gran Bretagna e dai paesi del Golfo. Come già notato da Conflicts Forum, la debolezza militare degli insorti non è dovuta alla scarsità di armamenti anche se è chiaro che verranno loro a mancare le munizioni quando le loro linee di rifornimento verranno interrotte. Inoltre, fornire armi all'opposizione si imbatte anche contro il limite di ciò che è bene fornire, ovvero di ciò che si può ad essa consegnare senza il rischio che venga utilizzato contro aerei civili, o contro lo stato sionista e contro l'Occidente.
La Federazione Russa si sta attivando in considerazione di un potenziale coinvolgimento nel conflitto. I russi preferirebbero chiudere i conti con gli jihadisti sunniti sulla linea del fronte rappresentata dalla Siria, piuttosto che trovarsi la guerra in casa sottoforma di una miccia a lenta combustione attraverso il Caucaso e l'Asia Centrale fino alla Russia stessa. I russi stanno proponendo i propri militari per la forza di interposizione delle Nazioni Unite nel Golan, e a quanto sembra anche discutendo della possibilità di appellarsi alla Collective Security Treaty Organization affinché si metta insieme una forza antiterrorismo di peacekeeping in grado di combattere i movimenti islamici radicali nella regione. Le relazioni tra Russia e Stati Uniti sembrano destinate a peggiorare non soltanto in considerazione delle divergenze sulla Siria, ma anche -e in modo ben più fondato- a causa del rifiuto perentorio di Obama di rimettere in discussione l'architettura della difesa missilistica degli Stati Uniti e della NATO.

La separazione che va ampliandosi mette soprattutto l'Occidente davanti ad un dilemma: assecondare la rabbiosa reazione settaria del Golfo significherebbe rischiare di farsi trascinare nella linea di frattura ad alto contenuto emotivo che va approfondendosi in Medio Oriente. Una linea di frattura, per giunta, che non costituisce affatto un taglio netto. Esiste una considerevole popolazione sciita anche negli stati del Golfo, così come ci sono molti sunniti in Iraq, in Siria e in Libano. Il Golfo oltretutto si trova ad un bivio fondamentale, con l'Emiro del Qatar che sta cercando di privare il suo potente Primo Ministro dei suoi poteri, e di assegnarli nella loro interezza ad un proprio figlio che è il suo preferito ma che è anche molto giovane, alla faccia di vari altri membri della famiglia maggiormente competenti. In Qatar si va tradizionalmente avanti a forza di estromissioni forzate più che di passaggi di consegne morbidi. Anche il re dell'Arabia Saudita pare stia facendo qualcosa di abbastanza simile in favore di un proprio figlio, e anche nel suo caso ci sono altri membri della famiglia inclini a reclamare i propri diritti alla successione. Si tratta dunque di una spaccatura frastagliata in più sensi. Dal punto di vista strategico, soprattutto, se gli stati occidentali andranno avanti nel loro sostegno a questa invelenita reazione settaria messa in atto dai paesi del Golfo, rischieranno per forza di cose di trovarsi impelagati, direttamente o meno, con elementi che aderiscono allo spirito di AlQaeda. Un atteggiamento contraddittorio che non potrà fare altro che diventare sempre più evidente e sempre più al centro di discussioni, in Europa come negli Stati Uniti. Sembra improbabile che l'Iran vorrà rispondere per le rime all'espulsione degli sciiti dai paesi del Golfo. L'Iran e Hezbollah non hanno alcun interesse a far salire la tensione sul piano settario ed hanno intravisto la prospettiva di un crollo psicologico dei sunniti in quello che la sconfitta a Qusayr -e probabilmente anche ad Aleppo- rappresenterà ai loro occhi (si veda in proposito il commento di Conflicts Forum in cui facevamo presente questa eventualità).
Resta un interrogativo sul conto dello stato sionista: il Primo Ministro ha considerato questa settimana assieme alla commissione parlamentare per gli affari esteri e la difesa la minaccia esistenziale posta allo stato sionista dal prospettato arrivo dei missili antiaerei S300 in Siria. Sempre che i missili non siano già arrivati. Secondo altre voci pare che lo stato sionista possa rimanere in disparte e stare a guardare il Medio Oriente mentre va in pezzi: tra i sionisti Alex Fishman è un esperto di difesa di primo piano, e scrive:
"Ogni giorno, tra le quattrocento e le cinquecento persone vengono uccise in paesi che confinano con il nostro... per due anni il mondo arabo è andato bruciando e consumandosi senza che nessuno intervenisse dall'esterno, e le cose potrebbero andare avanti così anche per molti anni a venire.
Perché mai, solo perché qualche infaticabile generale e un bellicoso Primo Ministro ne hanno voglia, dovremmo dar loro il pretesto per riunirsi attorno all'unica cosa che li accomuna, ovvero l'odio per lo stato sionista? Lasciamo che si suicidino in pace. Le armi in Libano sono pericolose, ma esse non rappresentano una minaccia all'esistenza dello stato sionista. Non sono la bomba iraniana."

mercoledì 12 giugno 2013

Assad sta vincendo la guerra. Qusayr, le proteste in Turchia e le elezioni presidenziali in Iran secondo Conflicts Forum


La caduta di Qusayr segna un punto di svolta dal punto di vista strategico, sia per la Siria che per l'equilibrio geostrategico della regione. A città appena caduta, acquistano evidenza gli avvenimenti immediatamente precedenti; dopo che il blocco occidentale e il Consiglio di Cooperazione nel Golfo avevano alzato la posta rispetto alla Russia, in previsione delle eventuali negoziazioni chiamate Ginevra II, la Federazione Russa e i suoi alleati avevano messo sul piatto una posta doppia, mettendo in atto una serie concertata di rilanci (cfr. il precedente commento settimanale). Quello che adesso è ancora più chiaro è che in previsione della vittoria a Qusayr ed avvertendo l'importanza di questa svolta strategica sia nell'immediato che in una prospettiva più ampia, la coalizione che riunisce russi, siriani, iraniani e Hezbollah stava inviando un inequivocabile messaggio di deterrenza all'Occidente ed in particolare allo stato sionista; qualunque tentativo di intervenire direttamente per cambiare le carte in tavola in Siria sarebbe andato incontro ad una risposta concordata ed efficace e ad un ulteriore escalation nel conflitto.

L'importanza militare di Qusayr adesso è molto chiara (si veda qui). Su un certo piano la sua conquista taglia le vie di rifornimento che vanno verso il Libano con l'eccezione dello snodo di Arsal ed irrompe in quell'antico e profondo tracciato sunnita che unisce in modo organico la città di Tripoli nel Libano settentrionale con Homs, Hama, le cittadine e i paesi che le circondano. La Siria mette così in sicurezza la regione costiera tra Tartus e Lattakia, che rappresentano le principali vie di transito per i materiali militari, i combustibili e le materie prime che vengono spedite a Damasco via mare. Su un altro piano invece, dopo i successi militari dell'esercito regolare ad est e a sud, tutto è pronto (con Damasco adesso in buone condizioni di sicurezza) per una veloce e massiccia realizzazione di nuove strae, che il governo siriano aveva già iniziato a costruire, dirette verso Aleppo e verso il nord della Siria. Queste arterie "sicure", che aggirano città e villaggi, permettono all'esercito siriano di schierarsi in modo veloce e massiccio fino alla frontiera settentrionale con la Turchia. La cosa forse ricorda la celere avanzata di Hezbollah nel 2000 che giunse a ridosso della frontiera con lo stato sionista. Si trattò di una mossa di sorpresa che semplicemente ignorò e aggirò vari concentramenti di soldati sionisti che rimasero ingannati e circondati. I sionisti non subirono attacchi; alla fine vennero instradati in corridoi sicuri, lungo i quali poterono uscire dal sud del Libano senza problemi.
Lo stato sionista è stato sicuramente più veloce di alcuni leader europei nel comprendere l'importanza di Qusayr. Il successo di Hezbollah (ottenuto tramite soldati giovani, che si erano addestrati regolarmente mese dopo mese per più di un anno) ha provato la sua capacità di portare a termine operazioni offensive in ambienti urbani difficili. Lo stato sionista è anche al corrente del fatto che a Qusayr sono state utilizzate nuove tattiche operative per la guerra in ambiente urbano. Questa prospettiva sta causando profonda inquietudine nello stato sionista, e non soltanto in considerazione della stretta vicinanza di centri urbani sionisti alla frontiera libanese; Alex Fishman, il decano dei corrispondenti di guerra sionisti, ha detto chiaramente e facendo riferimento ad un quadro più ampio che "Se al-Qusayr diventa la prima tessera del domino a cadere nel contesto della ribellione contro Bashar Assad, questo sarà presagio di una catastrofe strategica in tutta la regione; e dobbiamo ringraziarne gli Stati Uniti d'America, i difensori del mondo libero". Fishman si riferisce con chiarezza alle conseguenze di più ampia portata che questo avrebbe per l'equilibrio strategico che esiste fra alcuni stati sunniti che gli Stati Uniti stanno cercando di far diventare alleati dei sionisti e degli USA stessi (in complesso chiamati i "quattro più uno", dove l'uno fa riferimento alla Turchia che non è un paese arabo) e la "coalizione della resistenza" che unisce Siria, Iran, Iraq e Hezbollah.
Il fatto che certi politici europei non siano riusciti ad interiorizzare le possibili conseguenze di quanto succedeva sul terreno, che sta influendo sulla situazione in Siria assai più di quanto possano influirvi le piroette in cui si esibiscono gli "Amici della Siria", è stato notato da Claire Spencer della londinese Clatham House. "Quello che non si capisce è come mai gli alleati occidentali abbiano impiegato tanto tempo a capire che fino ad ora il loro gioco diplomatico non ha avuto nulla a che fare con la realtà dei fatti che stanno cercando di influenzare". Allo stesso modo Peter Osborne del Telegraph ha notato che"Il Regno Unito ha sostenuto anima e cuore i sunniti -i Sauditi, i paesi del Golfo e AlQaeda- nel loro sempre più sanguinoso ed orribile conflitto contro l'Islam sciita. Per far questo ci possono anche essere ottime ragioni, ma mi piacerebbe che il Primo Ministro ricominciasse a rapportarsi con il mondo reale, si mettesse davanti a tutti e spiegasse che cos'è davvero questa gente". Mark Leonard scrive per la Reuters e fa sue queste stesse sensazioni, suggerendo che fino ad oggi i politici occidentali hanno più volentieri parlato di un intervento militare limitato piuttosto che compiere le scelte, moralmente imbarazzanti, di cui avrebbero bisogno per arrivare ad un accordo politico.
Naturalmente qualunque cosa provochi un cambiamento strategico in Medio Oriente implica dei pericoli. Da una parte, come già fatto notare in precedenti occasioni da Conflicts Forum, questo accenderà in alcune parti del mondo sunnita risentimenti misti ad un senso di sconforto ancora maggiore, ma ci sono occasioni in cui in un conflitto l'unica alternativa praticabile rispetto al far crescere l'ostilità è quella, peggiore, dell'accettare la sconfitta strategica. Da un'altra parte, già si levano voci a Washington che sostengono che oggi come oggi l'interesse degli occidentali è semplicemente quello di tenere acceso il conflitto, cosa che costituisce un'alternativa tra tornare all'iniziale invito ad andarsene che il Presidente Obama rivolse al Presidente Assad e l'accettare un ulteriore arretramento in Medio Oriente, visto come un qualcosa che l'Occidente non potrebbe permettersi senza perdere la faccia. E' molto dubbio che Mosca aiuterà l'Europa e l'America a togliersi dal ginepraio in cui si sono cacciate, anche perché la "soluzione politica" da esse proposta è perita ad Istanbul per autocombustione.

Turchia. E' inverosimile che le recenti sommose popolari in Turchia toglieranno la poltrona al Primo Ministro. Erdogan è un combattente e può ancora contare su un sostegno sostanziale anche se lievemente indebolito. Come scrive il giornalista sionista Ben Caspit, Erdogan è vissuto fino ad oggi nella convinzione di essere un dominatore onnipotente, uno cui basta desiderarlo per incoronarsi presidente o dichiarare che il sole sorge a sud per pretendere che esso tramonti secondo i suoi desideri; invece d'ora in poi per Erdogan nulla sarà più da considerare garantito. E' chiaro che prima di abbandonarsi al suo prossimo capriccio, Erdogan dovrà pensarci su almeno due volte. Tutto quello che fino ad oggi è stato facile diventerà difficile, comprese le elezioni incombenti.
Qualunque direzione prenderanno le proteste in Turchia sono destinate a ramificarsi in tutto il mondo musulmano; se si scorrono i commenti in turco pubblicati da Conflicts Forum nel corso dell'ultima settimana, ne emerge con chiarezza il ricorrere della testardaggine e dell'ostinazione di Erdogan, ma anche il fatto che latori di opinioni di ogni orientamento lamentano concordi che gli obiettivi commerciali e di mercato sono diventati un aspetto surdimensionato della sua egemonia. Detto altrimenti, i liberali e le élite hanno protestato per la scomparsa dei loro spazi culturali in nome delle esigenze del mercato, mentre la popolazione più povera ha lamentato la distruzione dei propri spazi fisici e degli alberi in nome dei centri commerciali. La repressione poliziesca si è accompagnata all'atteggiamento protervo e in stile Maria Antonietta che Erdogan ha tenuto nei confronti delle proteste, che hanno semplicemente unito questi due distinti fronti dello scontento in una generale reazione di popolo. Ad accomunare tutti c'era la sensazione di essere stati deliberatamente messi ai margini e svuotati di ogni possibilità da una leadership smaccatamente neoliberista e prevaricatrice. 
Adesso è interessante capire in che modo questa reazione popolare influirà sui Fratelli Musulmani, su Hamas e su En-Nahda, tutte formazioni che hanno adattato in modo molto stretto la propria visione politica ed economica a quella di Erdogan, secondo modalità molto caratteristiche dell'una o dell'altra. Le proteste hanno portato l'istinto autoritario ed antipluralista dell'AKP sotto gli occhi di tutti: si veda ad esempio questo perentorio scritto di un parlamentare dell'AKP di lunghissima esperienza. Le proteste hanno anche aumentato la consapevolezza a livello internazionale della visione smaccatamente neoliberista che l'AKP avanza in materia di economia. I sunniti di oggi davvero si fanno rappresentare da una bandiera che ha i simboli dell'autoritarismo e del neoliberismo? E' questo il modello di società che intendono difendere? Quello che succede in Turchia, anche se gli eventi saranno destinati a rientrare presto nella normalità- lascerà i movimenti su elencati ad affrontare imbarazzanti interrogativi sulla loro difesa di un "modello turco" per il futuro del Medio Oriente, gettando ancora più ombre su quello che essi intendono difendere oggi.

I sondaggi sulle elezioni presidenziali in Iran. Un sondaggio appena tenutosi in Iran evidenzia le seguenti percentuali per il sostegno agli otto principali candidati alla presidenza in occasione della prima tornata di consultazioni, in programma per il 14 giugno.

Percentuale degli aventi diritto intenzionata a partecipare: 71%.
Mohammad Bagher Ghalibaf 23%
Mohsen Rezaei 14%
Hassan Rowhani 13%
Saeed Jalili 10%
Ali Akbar Velayati 8%
Mohammad Reza Aref 6%
Mohammad Gharazi 2%
Gholam Ali Haddad Adel 2%

Ghalibaf è il sindaco di Tehran ed è probabile che superi il turno; Rowhani e Aref sono in campo per i riformisti; il poco riscontro di Velayati viene attribuito alla debolezza che ha mostrato durante i dibattiti televisivi e al carente lavoro nel campo delle pubbliche relazioni. Haddad Adel è stato presidente del parlamento ed ha poche probabilità di successo perché ha messo in chiaro fin da subito che intendeva ritirarsi dalla competizione -ed in un certo senso si è già ritirato-  e la sua candidatura non è stata quindi considerata di peso. Gharazi è un indipendente.
Non si pensa che la politica estera iraniana andrà incontro a mutamenti sostanziali, chiunque venga eletto alla presidenza; ci si attende invece che la prossima presidenza sarà caratterizzata da un cambiamento nello stile, e che questa tornata elettorale serva da occasione per maggiori aperture al mondo esterno, chiunque sia il vincitore.

sabato 8 giugno 2013

Kaveh L. Afrasiabi - Repubblica Islamica dell'Iran. La questione nucleare protagonista delle elezioni presidenziali.



Elettori nella Repubblica Islamica dell'Iran (fonte: Iran Project).

Traduzione da Asia Times.

Cambridge, Massachusetts. Le elezioni presidenziali in Iran della prossima settimana possono essere considerate anche una consultazione nazionale sulla linea diplomatica del paese circa il nucleare perché gli otto candidati ammessi alla consultazione, tra i quali ci sono sia il capo negoziatore attuale che il suo predecessore, presentano orientamenti differenti ed offrono delle vere alternative.
Il più conciliante è Hassan Rowhani, un religioso che ha studiato in Inghilterra e che ha guidato i negoziati dal 2003 al 2005; è noto per il suo pragmatismo in materia, che fece sì che l'Iran accondiscendesse per quel periodo ad una sostanziale interruzione delle attività nucleari sensibili.
Rowhani ha aperto la sua campagna affermando che l'Iran come paese sovrano ha "anche altri diritti oltre a quello al nucleare"; una velata critica verso l'amministrazione in carica, che avrebbe anteposto il nucleare avanti a tutti gli altri settori di interesse nazionale. La stretta adesione alla linea dell'ex presidente Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, cui il Consiglio dei Guardiani ha impedito di candidarsi nuovamente, fa sì che Rowhani sia visto come un moderato che ha promesso, in caso di successo, di evitare "retoriche rumorose" in politica estera e di normalizzare le relazioni con il resto del mondo.
Saeed Jalili è l'attuale capo dei negoziatori dell'Iran in materia di nucleare ed alcuni mass media iraniani lo considerano uno dei vincitori più probabili. Nel corso dei molti ed infruttuosi incontri plurilaterali in materia si è sempre dimostrato intransigente e non ha fatto alcun mistero della sua intenzione di "rimanere in piedi davanti all'Occidente" nel caso diventi il prossimo presidente.
Nonostante la Guida Suprema abbia esortato i candidati a non indulgere in campagne negative, era inevitabile che la questione di quale possa essere la politica nucleare adeguata per la prossima amministrazione finisse, com'era da aspettarsi, per accendere un vivace dibattito politico nell'Iran di questi giorni, con i sostenitori di Jalili che accusano Rowhani di star accordando indebite concessioni  senza il benestare della Guida. Si tratta di un'accusa fermamente respinta da Rowhani, che ha scritto un libro sulla diplomazia del nucleare in Iran e ha fatto più volte riferimento a linee guida ricevute dalla Guida Suprema in persona, l'ayatollah Khamenei.
Un altro candidato, ex ministro degli esteri e attuale consigliere per la politica estera di Khamenei, si chiama Ali Akbar Velayati e sembra collocarsi a metà tra la posizione di Rowhani e quella di Jalili. Velayati si è lamentato per le sfide senza precedenti che la politica estera sta imponendo all'Iran ed ha promesso di seguire una linea moderata nel tentativo di migliorare le relazioni con la comunità internazionale. Nel corso di una recente inervista con il sito web IRDiplomacy, Velayati ha parlato del ruolo che ha avuto nella conclusione della guerra tra Iran ed Iraq, facendo pensare che sia sua intenzione rifarsi a quanto appreso in passato per uscire dal vicolo cieco della questione nucleare che tanti danni ha causato all'economia iraniana.
Gli Stati Uniti, come per ricordare all'elettorato iraniano il caro prezzo che avrà da pagare se sceglierà un candidato fautore della linea dura, hanno imposto un'altra tranche di sanzioni che colpiscono la moneta iraniana e l'industria automobilistica, oltre a rinnovare le esenzioni sul petrolio a Cina, India e sette altri paesi e a permettere alle imprese statunitensi di esportare cellulari e computer in Iran, quest'ultimo inteso come gesto di amicizia verso il popolo iraniano, che sta soffrendo sotto il peso delle sanzioni occidentali.
A tutto questo si è aggiunta mercoledi scorso all'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica di Vienna una risoluzione appoggiata dalle nazioni del 5+1 -i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza e la Germania- che si occupano dei negoziati con l'Iran. I 5+1 hanno esortato l'Iran ad ampliare la cooperazione con la IAEA lasciando entrare gli ispettori negli impianti militari di Parchin e in altri modi.
L'inviato iraniano presso la IAEA Ali Ashghar Soltanieh ha biasimato l'agenzia e l'ha accusata di diffondere la disinformazione prodotta contro l'Iran dagli Stati Uniti e dallo stato sionista (si veda l'intervista a Soltanieh, l'Iran si prepara per Mosca, pubblicata da Asia Times il 9 giugno 2012). Le accuse di Soltanieh si rifanno ad un recente resoconto della Associated Press che ha confermato il ruolo della CIA Statunitense nella comunicazione di dati distorti sul programma nucleare iraniano all'agenzia atomica delle Nazioni Unite.
Secondo un professore di scienze politiche dell'Università di Tehran, che ha accettato di parlare con lo scrivente purché gli fosse garantito l'anonimato, in Iran c'è molta preoccupazione per i provvedimenti legislativi statunitensi che intendono privare l'Iran dei proventi dal petrolio; l'esortazione di alcuni politici a prepararsi per una "economia priva di dipendenza dal petrolio" ha preso forza anche se si tratta di qualcosa di più facile a dirsi che a farsi, dato che il governo dipende pesantemente dalle entrate petrolifere per il proprio bilancio.
Così, con l'incombere della crisi per il bilancio statale, le elezioni presidenziali iraniane in programma per il 14 giugno si svolgeranno in un'atmosfera piuttosto torbida, piena di interrogativi sul futuro economico di un paese tenuto in ostaggio dalle punitive sanzioni occidentali.
"Non importa chi vince; il programma di arricchimento andrà avanti, e andranno avanti anche le sanzioni; ecco dov'è l'essenza della crisi nucleare" afferma il professore di Tehran. In effetti sono pochi gli esperti di cose politiche in Iran che ripongano qualche speranza in un mutamento di linea politica da parte statunitense, vista l'adesione del Presidente Obama alle prescrizioni sioniste in materia di "sanzioni soffocanti" contro l'Iran.
"Con undicimila centrifughe funzionanti [per l'arricchimento dell'uranio] e con il reattore ad acqua pesante di Arak prossimo al completamento, il programma nucleare iraniano è in una fase molto avanzata ed irreversibile, ma sfortunatamente i leader occidentali rifiutano di riconoscere i diritti dell'Iran", ha detto il profesore.
Che cosa può dunque ottenere un presidente dall'orientamento maggiormente improntato alla moderazione, quando c'è da difendere il diritto dell'Iran al nucleare? Si tratta di un interrogativo importante, basato sul fatto che anche l'intransigente Jalili ha mostrato nel corso dei colloqui multilaterali prove tangibili di disponibilità ad atteggiamenti in materia condiscendenti fino al compromesso, ad esempio dichiarandosi d'accordo nel sospendere l'arricchimento dell'uranio al venti per cento in cambio della fine delle sanzioni più pesanti.
Fino ad oggi gli Stati Uniti e i loro alleati occidentali si sono rifiutati di prendere in seria considerazione un'alleviamento delle sanzioni in cambio dell'offerta iraniana di porre un limite alle attività di arricchimento dell'uranio e di aumentare la trasparenza sul nucleare. Il risultato è che i colloqui sono "entrati in un circolo vizioso", per dirla con le parole usate dal capo della IAEA Yukiya Amano nel corso dell'incontro di questa settimana con i consiglieri dell'organizzazione. Amano non ha tuttavia ricordato che l'atteggiamento rigido ed inflessibile dell'Occidente nei confronti dell'Iran ha anch'esso le sue colpe se le trattative sono arrivate a un punto morto.
"Se Jalili diventerà presidente è possibile che riesca ad adoperarsi con maggior efficacia per arrivare ad un accordo con l'Occidente, in considerazione delle sue credenziali e della sua lealtà verso la Guida Suprema, cui spetta l'ultima parola sulla questione nucleare", ha riferito il professore. "A Jalili servirà unire la flessibilità sul nucleare ad un atteggiamento intransigente nei confronti delle questioni regionali, perché l'altra parte in causa abbia chiaro il prezzo che dovrà pagare per continuare a danneggiare l'Iran con la scusa della crisi nucleare".
Nella prospettiva di dover "affrontare una battaglia epica" con l'Occidente sul tema del nucleare, gli elettori iraniani cui vengono adesso offerti dei punti di vista alternativi potrebbero benissimo scegliere il più militante Jalili, come incarnazione della resistenza nazionale.

Il dottor Kaveh L Afrasiabi ha scritto After Khomeini: New Directions in Iran's Foreign Policy (Westview Press). Qui ulteriori dettagli biografici. Afrasiabi è anche autore di Reading In Iran Foreign Policy After September 11 (BookSurge Publishing, 23 ottobre 2008) e Looking for Rights at Harvard. Il suo ultimo lavoro è UN Management Reform: Selected Articles and Interviews on United Nations, CreateSpace (12 novembre 2011). 

mercoledì 5 giugno 2013

Repubblica Araba di Siria: Assad sta vincendo la guerra. La rivoluzione che non c'è nel racconto di un attivista liberale.


Repubblica Araba di Siria. Luminarie in una via del quartiere armeno di Aleppo nel dicembre del 2006.

All'inizio del giugno 2013 si viene a sapere da Al Manar che secondo una ricerca commissionata dalla NATO e realizzata da "attivisti filooccidentali" il 70% dei siriani interpellati "è stanco della guerra e detesta gli jihadisti più di Assad".
Prima di questo macello il Presidente Bashar al Assad, quello che secondo la "libera informazione" ha i giorni contati da due anni a questa parte, poteva contare sul sostegno di poco più della metà del corpo elettorale.
Il signor John McCain invece -un pittoresco amriki straricco e testardo cui le disavventure vietnamite devono aver insegnato poco o nulla- è tornato dalla sua passeggiatina in Siria con le pive nel sacco e con pessime novità.
Nello stesso periodo l'esercito regolare della Repubblica Araba di Siria ottiene quello che viene presentato come un considerevole successo militare con la riconquista della cittadina di Qusayr.
Con lo pseudonimo di Edward Dark viene identificato da Conflicts Forum un appartenente alla élite cittadina di Aleppo. Alla fine di maggio compariva a sua firma su Al Monitor l'articolo di cui si presenta qui la traduzione.

Allora, cos'è che è andato storto? O meglio, dov'è che ci siamo sbagliati? Com'è successo che quella che era partita come un'ispirata e nobile insurrezione popolare in nome della libertà e dei diritti umani fondamentali è diventata un'orgia di violenza settaria e sanguinaria, con episodi di depravazione di cui persino gli animali dovrebbero vergognarsi? Tutto questo era inevitabile, ed inevitabile nella sua interezza, oppure le cose non dovevano andare così?
La risposta semplice alla domanda qui espressa sta nell'errore di calcolo -o si è trattato di qualcosa di voluto esplicitamente?- compiuto dai siriani che hanno preso le armi contro il loro governo, una spietata dittatura militare tenuta insieme dal nepotismo e dalla lealtà familistica e settaria per quarant'anni di potere assoluto.
L'ex ambasciatore statunitense in Siria Robert Ford aveva lanciato specifici ammonimenti su tutto questo durante la sua vergognosa visita a Hama nell'estate del 2011, epoca in cui la città si trovava nella morsa di nutrite proteste antigovernative prima di finire travolta dall'esercito siriano. Siamo rimasti sordi agli avvertimenti dell'ambhasciatore; non importa se per esplicito disegno o per un caso; dobbiamo rifarcela solo con noi stessi. Alla fine dei conti siamo noi gli unici responsabili per la rovina del nostro paese, che l'Occidente resti a guardare o meno.
Una volta Nietzsche affermò che "chiunque combatta contro i mostri, deve fare attenzione a non diventare lui stesso un mostro". Nel caso della Siria si è trattato di parole davvero profetiche. Nonostante ogni agenda politica, ogni ripulitura, la propaganda e le sfacciate menzogne diffuse dai mass media a livello mondiale, quella cui abbiamo assistito in concreto quando i combattenti ribelli sono entrati ad Aleppo è stata una realtà ben diversa. Ci ha colpito pesantemente. E' stato uno schock, specialmente per quanti di noi avevano sostenuto e avevano riposto fino ad allora fiducia nell'insurrezione. E' stato un tradimento completo.
Secondo noi dei ribelli in lotta contro una tirannia non commettono gli stessi crimini del governo contro il quale si suppone stiano combattendo. Non saccheggiano le case, le aziende e i beni pubblici delle persone per le quali si suppone stiano lottando. Invece, col passare delle settimane ad Aleppo, è stato sempre più chiaro che stava succedendo esattamente questo.
I ribelli hanno sistematicamente saccheggiato tutti i sobborghi in cui sono entrati. Avevano pochissima considerazione per la vita e per i beni della gente; commettevano rapimenti a scopo di estorsione e mettevano al muro tutti quelli che volevano, dopo un minimo di processo sommario. Hanno deliberatamente vandalizzato e distrutto le testimonianze storiche e dell'antichità, e i monumenti caratteristici di Aleppo. Hanno ripulito le fabbriche e le zone industriali portandosi via persino i fili elettrici, facendo bottino di costosi macchinari industriali e di apparati per le infrastrutture e portando tutto al di là del confine turco, vendendo ogni cosa per una frazione del suo valore reale. I centri commerciali e i magazzini sono stati svuotati. Hanno rubato il grano dai silos, scatenando una crisi e facendo schizzare verso l'alto i prezzi degli alimenti di base. Hanno bombardato incessantemente i quartieri residenziali sotto controllo governativo con mortai, razzi ed autobombe, uccidendo o ferendo innumerevoli persone innocenti; per i loro cecchini è diventata un'abitudine uccidere a sangue freddo passanti ignari. Decine di migliaia di persone sono diventate profughi e senza tetto in questa che un tempo era una metropoli commerciale viva, florida e ricca.
Perché è successo tutto questo? Perché si sono comportati in questo modo? Abbastanza presto è diventato chiaro che eravamo noi contro di loro, semplicemente. Loro erano gli abitanti delle campagne marginalizzati; hanno preso le armi e hanno razziato la città cercando vendetta contro quelle che sentivano come le ingiustizie sofferte nel corso degli anni. Non avevano le nostre stesse motivazioni, non volevano libertà, democrazia o giustizia per tutto il paese; il loro era soltanto odio scatenato e voglia di vendetta per proprio conto.
Estremisti e settari per natura, non facevano mistero di ritenere gli abitanti di Aleppo, tutti quanti eravamo, burattini e simpatizzanti del governo, né del fatto che per quanto li riguardava le nostre vite e i nostri beni erano roba di cui disporre liberamente. I signori della guerra profittatori sono diventati padroni di tutto; la loro propensione al saccheggio e alla diffusione del terrore tra gli abitanti ha causato maggior amarezza e livore di quanti se ne provassero contro il governo e i suoi soldati. Se a questo tremendo miscuglio si aggiungono gli estremisti islamici ed il loro aperto schierarsi con AlQaeda e con i suoi orribili piani per il futuro del nostro paese, si può capire che atmosfera regni in città: una soffocante paura primordiale, un misto di terrore e di disperazione.
Ma noi chi siamo, e perché ci sentivamo differenti o migliori di loro? Quando dico "noi" intendo -e so che corro il rischio di passare per classista- il movimento di opposizione che affondava le sue radici nella società civile di Aleppo; per mesi avevamo organizzato proteste pacifiche e distribuito aiuti in mezzo a pericoli considerevoli e a rischio della nostra stessa vita. Credevamo davvero nei più alti ideali di cambiamento sociale e politico, e abbiamo cercato di perseguirli. Abbiamo cercato di prendere a modello il movimento per i diritti civili negli Stati Uniti degli anni Sessanta, la lotta di Mandela contro l'apartheid, gli insegnamenti di Gandhi; esattamente la stessa cosa che altri movimenti civili dello stesso tipo avevano fatto prima di noi in paesi come la Tunisia e l'Egitto.
Una rivoluzione per noi era una lenta, deliberata e finalizzata lotta per il cambiamento. Come le gocce d'acqua che finiscono continuamente su una pietra e finiscono per spaccarla. L'idea che loro hanno di cambiamento, invece, consiste nel tirare una tonnellata di esplosivo su quella stessa pietra e nel ridurla in briciole insieme a tutto quello che le sta attorno. Noi veniamo per la maggior parte dalla classe media erudita della città. Abbiamo avuto percorsi di vita di ogni genere, venivamo da ogni gruppo settario e da ogni area politica senza questo ci interessasse.
Non abbiamo mai chiesto a questo o a quella da dove venivano o a quale confessione appartenevano. Ciascuno di noi dava ed aiutava con quello o per quello che poteva e secondo le proprie capacità. Il capo del nostro gruppo era un giovane avvocato cristiano: una giovane donna molto attiva e dedita alla causa. Il resto dei volontari che componevano il gruppo erano un microcosmo rappresentativo della società siriana: ragazze col velo, ragazzi sciiti, giovani abbienti e poveri operai che lavoravano tutti insieme per ideali che condividevamo ed in cui credevamo con convinzione.
Durante il periodo della nostra azione alcuni appartenenti al gruppo sono stati incarcerati e feriti; uno è stato anche ucciso. Ecco perché nulla ci ha impressionato maggiormente, e non mi sono mai sentito così triste come quando, poco dopo il raid dei ribelli su Aleppo, ho ricevuto dei messaggi da alcune delle persone con cui mi ero dato da fare. Uno diceva: "Come abbiamo potuto essere così stupidi? Ci hanno tradito!" e un altro "Racconta ai tuoi bambini un giorno che il nostro una volta era un bel paese, e che lo abbiamo distrutto a causa della nostra ignoranza e del nostro odio".
E' stato più  meno a questo punto che l'ho fatta finita con la rivoluzione così com'era diventata, e mi sono accorto che l'unico percorso possibile per salvare la Siria passava dalla riconciliazione e dalla rinuncia alla violenza. Eravamo in molti a pensarla in questo modo ma purtroppo i signori della guerra e gli allibratori del potere, che pensano ancora che si debba versare altro sangue siriano per appagare gli insaziabili appetiti delle loro più sordide aspirazioni, non sono della stessa idea.
Attivisti, intellettuali, uomini d'affari, medici e professionisti qualificati abbandonarono in massa la città, ma altri sono rimasti ed abbiamo cercato di organizzarci sul piano civile fornendo aiuto e opere di soccorso alle innumerevoli migliaia di famiglie che adesso vivevano da profughe all'interno della loro stessa città, in condizioni disperate. Ma era chiaro che tutto stava diventando inutile. Tutto era cambiato; non sarebbe stata mai più la stessa cosa.
Ecco a che punto siamo arrivati in Siria: noi contro di loro, ovunque. Opposizione contro il governo, laici contro islamici, sunniti contro sciiti, pacifisti contro armati, cittadini contro contadini, e in tutto questo bailamme si può star sicuri che è la voce della ragione a finire sopraffatta. Qualunque cosa sia rimasta della Siria, alla fine se la contenderanno i lupi e gli avvoltoi che hanno combattuto sopra il suo corpo sanguinante e morente, lasciando noi, il popoo siriano, a raccoglierere i pezzi sparsi del nostro paese e del nostro futuro.
Dobbiamo recriminare contro altri da noi stessi per tutto questo? Era questo il nostro destino, o sono state crudeli macchinazioni di uomini malvagi? A questa domanda, forse, risponderà una futura generazione di siriani.

sabato 1 giugno 2013

Assad sta vincendo la guerra. La situazione nella Repubblica Araba di Siria a fine maggio 2013 secondo Conflicts Forum



Traduzione da Conflicts Forum.

Nel corso di questa settimana [24-31 maggio 2013, n.d.t.] il sostegno critico nei confronti dello stato siriano è andato incontro ad un poderoso consolidamento per due motivi. In primo luogo, perché esso fa da diretto contraltare all'insistente idea dell'Occidente di un intervento militare nel paese; secondariamente, come risposta ai tentativi francesi, britannici e statunitensi di far crescere la pressione contro la Russia nella prospettiva di una possibile conferenza internazionale, di una seconda edizione di Ginevra. Si vedano a questo proposito l'infiltrazione sotto copertura del senatore McCain nella Siria settentrionale e la decisione dell'Unione Europea, per l'insistenza di Francia ed Inghilterra, di togliere l'embargo sull'invio di armi agli insorti.
A fronte di tutto questo anche Russia, Hezbollah ed Iraq si sono dati da fare, riuscendo a neutralizzare di fatto ogni tentativo occidentale di far diminuire la loro influenza nella questione. I russi in particolare hanno affermato che i missili S300 sarebbero stati consegnati alla Siria in modo da costituire, secondo le parole del viceministro degli esteri Sergej Ryabikov, un "fattore stabilizzante" fatto per impedire a "certe teste calde" di entrare nel conflitto. Siria e Russia si sono date da fare per ammantare di studiata ambiguità la dislocazione effettiva dei sistemi e il fatto che siano operativi oppure no. Oltre a questo, la Russia ha reagito gonfiando i muscoli per mandare a dire all'Occidente -e allo stato sionista in particolare- che la nuova generazione di missili S300 possiede nuove e sofisticate capacità per la guerra elettronica, e che se sarà necessario anche l'esercito russo è pronto a entrare nel conflitto.
Il discorso di Seyyed Hassan Nasrallah in cui rivendica apertamente il coinvolgimento di Hezbollah negli scontri attorno a Qusayr (una località nella cui popolazione esiste una componente sciita libanese, distribuita nella cittadina e attorno ad essa) fa parte della più ampia operazione di deterrenza che ha il compito di rendere inoffensivi i propositi occidentali.
L'Iraq, che sta soffrendo le crescenti pressioni esercitate dagli elementi sunniti radicali ed in cui scontri a fuoco e bombe hanno falciato più di cinquecento persone solo nell'ultima settimana, ha contribuito da parte sua con maggiore discrezione, concentrando un grosso schieramento di truppe alla frontiera con la Siria nella prospettiva di distruggere le basi di supporto di cui AlQaeda dispone appena al di là della frontiera.

Pare che il deterrente russo abbia funzionato. La Casa Bianca, oggi come oggi, appare meno propensa ad intervenire, soprattutto in considerazione di sondaggi statunitensi che mostrano scarso sostegno dell'opinione pubblica ad un intervento e della violenza che sta diffondendosi in Libano e in Iraq. La Francia e il Regno Unito continuano con un atteggiamento improntato ad una maggiore intransigenza, ma anche nel loro caso armare la già ben armata opposizione è più un qualcosa che serve ad opporsi a qualsiasi negoziato, una specie di bastone da agitare sul viso di Mosca e di Damasco, che non un qualcosa che vogliono davvero fare. In intima connessione a questo venir meno dell'opzione militare bisogna considerare anche l'implosione del baraccone occidentale messo in piedi per assumere il ruolo di "governo di transizione" a Damasco. Le speranze occidentali si basavano dapprincipio sull'accaparrarsi la cooperazione dei turchi per Ginevra II, e la Casa Bianca era riuscita in questo intento. In secondo luogo, sul mettere Mosca sotto pressione politica. L'obiettivo era quello di arrivare a stabilire un consenso privo di compromessi tra gli "Amici della Siria" e l'opposizione in esilio sulla richiesta di un "governo di transizione" che avrebbe usurpato tutti i poteri presidenziali in campo esecutivo e militare, rovesciando di fatto Assad. La Russia ha respinto al mittente l'iniziativa: il Presidente Assad sarebbe rimasto al potere come Presidente di guerra e avrebbe mantenuto anche il controllo delle forze armate. Lo stesso Presidente Assad ha fatto presente il proprio rifiuto: la costituzione siriana non prescrive niente in materia di poteri presidenziali devolvibili, ed ha anche affermato -a maggior scorno dei paesi occidentali- che qualcunque sia il risultato di una seconda conferenza di Ginevra, esso dovrà essere sancito da una consultazione referendaria estesa a tutto il popolo siriano. Le schermaglie tra Arabia Saudita e Qatar sembrano arrivate al punto giusto per dare il colpo di grazia alla Coalizione prima e ancora che essa possa sedersi al tavolo negoziale, per non parlare poi dell'avanzare pretese tanto perentorie. I sauditi, con il sostegno statunitense ed europeo, hanno cercato ad Istanbul di allentare il controllo dei Fratelli Musulmani sulla Coalizione aggiungendo altri venticinque membri al suo organo centrale. Il Qatar e i suoi sostenitori hanno parato il colpo perché soltanto altri sei membri sono stati aggiunti al consiglio di una Coalizione che, imbronciata, ha affermato che non avrebbe partecipato a Ginevra II. Sicuramente su di essa verranno esercitate altre pressioni affinché partecipi alla conferenza, ammesso che essa si tenga davvero. Come ha notato sarcasticamente Lavrov, questi esiliati non hanno comunque nessunissimo controllo su quello che sta accadendo sul terreno, e danno l'impressione di "star facendo tutto quello che possono per imperdire che si metta in moto un processo di tipo poitico... [in modo che si arrivi] a decidere per l'intervento militare". Sul terreno la situazione continua comunque ad evolvere, e sta evolvendo a favore del Presidente Assad.

Come affermato da Conflicts Forum la scorsa settimana, il caso dei missili russi S300 ha grosse ripercussioni per lo stato sionista e per la sua politica nei confronti della Repubblica Islamica dell'Iran. I Russi si sono mostrati molto sicuri del fatto che l'ultima generazione di sistemi S300 non possa essere messa fuori gioco dalle capacità sioniste in materia di contromisure elettroniche. Questo almeno è quello che Putin ha fatto intendere a Netanyahu nel corso del loro incontro a Sochi. Se le cose stanno effettivamente in questo modo, la dislocazione degli S300 in Siria costituisce una potenziale minaccia all'indiscusso controllo sionista dello spazio aereo sopra il Libano e la Siria. I russi hanno anche affermato che i missili saranno seguiti da tecnici russi e che ogni attacco contro di essi sarà un atto di guerra contro la Russia, oltre a comportare per i sionisti il rischio di perdere sia l'aereo attaccante che il suo equipaggio. Chiaramente, i sionisti possono anche prendere in considerazione il rischioso tentativo di distruggere i sistemi in Siria e quindi di entrare in guerra direttamente con la Russia, ma non possono permettersi di aprire un simile vaso di Pandora senza il pieno sostegno del Prsidente Obama. Di contro, se la fornitura di S300 si rivela in grado di mettere a terra l'aviazione sionista per i settori del Libano e della Siria, anche le minacce unilaterali dei sionisti su un attacco all'Iran perderanno credibilità. Obama non può certo dirlo apertamente ma è facile immaginare che accoglierebbe con calma soddisfazione la sparizione di quella spada di Damocle perennemente sulla sua testa che è rappresentata dalla minaccia di un attacco contro l'Iran condotto dai sionisti di loro iniziativa. Un sostegno statunitense per un'azione militare sionista contro i missili russi in Siria deve apparire dubbio per gli stessi sionisti, perché appoggiare un'azione del genere implica anche il pensare a cosa fare come mossa successiva. Il loro attacco contro Damasco dell'inizio di maggio, a conti fatti, deve essere costato ai sionisti molto caro.

Un articolo di Edward Dark, che è lo pseudonimo di uno dei protagonisti dell'opposizione liberale e borghese ad Aleppo che tutt'ora vive in una città più nota per la sua lealtà al Presidente Assad considera con acutezza la fine delle speranze di queste élite cittadine composte da una middle class dalla buona cultura, che aspiravano ad una rivoluzione politica idealistica in Siria, quando si sono trovate davanti alla scioccante realtà delle masse povere sunnite che offese, amareggiate e piene di odio, hanno marciato su Aleppo per avere "vendetta contro tutte le ingiustizie sofferte in passato" a spese delle élite urbane della Siria, più che per qualche fine di tipo rivoluzionario, e che hanno ucciso a capriccio, saccheggiato e distrutto. "Non erano mosse dalle nostre stesse motivazioni, non cercavano libertà, democrazia e giustizia per tutti i siriani. Erano mosse da odio puro e semplice e da voglia di vendetta per se stesse". La sua descrizione della "paura elementare, del terrore e della disperazione" che prendono alla gola, causati da questi "ribelli", da questi "profittatori signori della guerra" e dagli "islamisti radicali" e delle amare recriminazioni rivolte contro se stessi che tutto questo ha provocato presso i suoi compagni di strada mossi dall'idealismo, che ora si accusano di esser stati inizialmente ingenui e stupidi, è il ritratto basato su un vivido microcosmo di come, in un contesto più ampio, l'opinione pubblica abbia cambiato parere e si sia aspramente schierata contro i "ribelli" a causa della loro brutalità ma soprattutto a causa dell'aver compreso come non ci sia stata alcuna rivoluzione. Non c'è stata alcuna rivoluzione, non c'è stata alcuna visione avventurosa sul futuro; solo la soddisfazione del desiderio di un settore della società a lungo messo all'angolo di avere vendetta per i rancori da lungo tempo covati.