giovedì 20 novembre 2014

La folle situazione mediorientale non dovrebbe essere una sorpresa per nessuno



Traduzione da Conflicts Forum.

Pare che il Medio Oriente stia andando in briciole in un'orgia di violenza e molti osservatori non credono ai loro occhi: com'è possibile che stia accadendo tutto questo? Come siamo arrivati a questo punto? Sembra che la situazione abbia lasciato tutti quanti attoniti per la sua imprevedibilità. Ci si chiede: non è che i servizi hanno sbagliato tutto un'altra volta?
Beh, no. Non è che "hanno sbagliato i servizi", è qualcosa di molto peggio. E' tutto il sistema ad aver fallito, sia cognitivamente che intellettualmente. Di fatto, i segnali di questa follia incombente sono stati in bella vista, sotto gli occhi di tutti, per tutti gli ultimi venticinque anni. Non c'era nessun bisogno di tanti servizi segreti per sapere dove si sarebbe andati a finire: bastava un po' di apertura mentale, giusto il necessario per capire in che direzione stavano andando gli eventi.
L'abbaglio preso dall'Occidente nasce direttamente dal fatto che esso ha provato a comprendere il Medio Oriente da una sola prospettiva. Una prospettiva che si è rivelata viziata. Era così sbilanciata in favore delle forze che si sono rivelate lo spettro dell'estremismo sunnita più acceso, aveva investito così tanto su questa specifica parte che gli occidentali non potevano neppure prendere in considerazione l'idea che questi decapitatori di apostati un giorno avrebbero morso le mani che li nutrivano, trattate da apostate anch'esse. Gli statunitensi -ed anche gli inglesi- hanno fatto affidamento su questo stato di cose per così tanto tempo, ed esso ha influenzato a tal punto le convinzioni statunitensi sulla leadership del mondo sunnita, che è stato tutto il quadro ad esserne distorto.
Persino adesso il sistema ha problemi nel capire con chi abbia a che fare esattamente. L'Occidente afferma di essere in guerra con lo Stato Islamico in Iraq e nel Levante. Un concetto abbastanza semplice. Solo che in pratica l'AmeriKKKa è andata a mettersi in cima a diverse guerre. C'è la guerra contro lo Stato Islamico in Iraq e nel Levante, che è wahabita, e c'è la guerra tra esso e l'altrettanto wahabita Jabhat al Nusra, così come c'è guerra tra la wahabita Arabia e lo wahabita Qatar. In pratica esiste una guerra per il predominio sull'isdlam wahabita -e questa è la dinamica fondamentale- e sull'islam sunnita nel uso complesso. Poi c'è la guerra che la Turchia sta portando avanti per diventare essa stessa l'"emiro" dell'islam Sunnita a spese dei sauditi, sia in Siria che nei territori ora controllati dallo Stato Islamico sia in Siria che in Iraq. Infine, Egitto Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno dichiarato guerra "a tutti gli estremisti islamici" e la stanno combattendo, in questo momento, in Libia.
Stati Uniti, Regno Unito e Francia vogliono andarsi ad infilare in queste dispute tra sunniti, in queste guerre teologiche e tra teocratici e laici?
Come siamo arrivati a questa confusione? In effetti non ci si sarebbe dovuti arrivare perché alla fine del XIX secolo e all'inizio del XX era in corso un tentativo di concerto in tutto il mondo islamico per portare l'islam all'interno del mondo moderno; c'era il tentativo di arrivare ad esiti molto diversi da quelli di cui oggi lo Stato Islamico è il simbolo. Solo che questo rinascimento arabo è fallito e sono successe cose che hanno portato i nascenti movimenti islamici in una direzione molto differente. Sono stati gli eventi, non una qualche caratteristica intrinseca all'Islam.
Per capire, dobbiamo avere presente il fatto che per tutto il tempo compreso dalla metà del XIX secolo fino ai successivi anni Venti il mondo islamico è rimasto assediato da vari progetti secolarizzanti ed improntati al capitalismo e al libero mercato, tutti nati in Europa. Per essere chiari, l'irrompere del secolarismo sulla scena mediorientale non è mai stato un fenomeno neutrale o benevolo. In Turchia, Ataturk aveva nei confronti dell'Islam un atteggiamento semplicemente giacobino. Intendeva metterlo all'angolo: odiava l'Islam, che chiamava "carogna putrefatta". Anche la Persia e l'Egitto fecero le spese di questo secolarismo bellicoso.
L'Islam era sul baratro e si teneva appena con la punta delle dita, su cui arrivarono le martellate di Ataturk. La Umma, la "nazione" islamica, e il califfato furono smantellati.
Conseguenza di questo secolarizzante atto iconoclastico -così esso appare dal punto di vista musulmano- ad opera dei turchi fu la nascita dell'islamismo: i Fratelli Musulmani furono fondati nel 1929. La cosa essenziale è che l'islamismo all'epoca venne fondato come reazione contro il "rinascimento arabo", e specialmente come reazione al tipo di secolarismo di cui Ataturk era il rappresentante tipico; il suo orientamento era radicalmente difensivo, ed era concepito per competere e alla fine prevalere sul secolarismo e sul socialismo.
Il passo fondamentale fu che per competere con l'attrattiva della modernità secolare che arrivava dall'Occidente, l'islamismo sunnita diventò letterale. L'islamismo sunnita tagliò ogni legame con gli sviluppi storici dell'Islam, che letterali non erano, e con le sue tradizioni intellettuali. La sua religiosità divenne sempre più esteriore e visibile, divenne una sorta di proiezione all'esterno di tipo quasi secolare. Qualcosa che da una parte aveva a che fare con le buone opere sociali e dall'altra con l'enfasi sull'aspetto esteriore e letterale dei testi e sulla legge; diventò la messa in pratica di visibilissime manifestazioni di identità islamica, come l'uso dell'abito islamico o il mostrare in pubblico atteggiamenti devoti.
A questo insieme di cose si arrivò tenendo conto della sua attrattiva sul piano socioeconomico, e soprattutto perché lo si considerava il miglior modo per arrivare al potere. I Fratelli Musulmani sono stati il primo esempio di questo orientamento: durante la loro campagna elettorale nell'Egitto del 2012, per esempio, il loro movimento chiese di essere giudicato solo per i traguardi socioeconomici che avrebbe raggiunto.
Eppure, anche questa iniziativa si è arenata. Tayyip Erdogan ha fatto sue queste istanze, considerandole un modo per ripristinare la "missione storica" della Turchia, e l'influenza turca nel mondo sunnita; a farne le spese avrebbe dovuto essere l'Arabia. Il fatto che in Egitto sauditi ed Emirati Arabi abbiano spalleggiato il colpo di stato contro il Presidente Morsi e la guerra senza quartiere per la distruzione dei Fratelli Musulmani... e delle ambizioni turche, ha distrutto anche l'unico elemento dell'islamismo sunnita che non era completamente letterale. E che aveva a che fare con il concetto di sovranità popolare. 
L'unica corrente dell'islamismo sunnita ad essere rimasta in piedi dopo la caduta dei Fratelli Musulmani, al contrario di questi ultimi ormai stroncati, ha molto a che vedere su come indirizzare la "chiamata alla fede" a corpi sociali ormai in condizioni di sonno profondo, che nel loro torpore (e nelle loro preoccupazioni fatte di cose materiali e di come arrivare in fondo alla giornata) hanno completamente dimenticato l'Islam e sono diventati apostati senza accorgersene. Esempio principe di questa corrente è Abdallah Azzam, compagno di Bin Laden in Afghanistan; essa considera l'avanguardismo armato e lo jihad come necessari ed obbligatori per svegliare i musulmani che camminano come sonnambuli in mezzo alla modernità. Azzam di per sé non è wahabita, ma il letteralismo e l'avanguardismo armato che ha mutuato dal primo islamismo sunnita si sono incrociati in Afghanistan alla fine degli anni Ottanta da nozioni wahabite, come quella che sentenzia la morte contro i musulmani che hanno rifiutato l'invocazione al risveglio.
Questa ibridazione si è nutrita di una abbondante produzione letteraria wahabita e della fondazione di scuole e canali televisivi esclusivamente dediti a questo orientamento. In effetti si è trattato di un'autentica "rivoluzione culturale", finanziata dall'Arabia Saudita nel quadro dei suoi tentativi di fare dello wahabismo la corrente principale dell'Islam sunnita.
Questa ibridazione ha un significato importantissimo, che continua a sfuggire agli occhi occidentali: l'Afghanistan fu il capolavoro della politica estera del Presidente Reagan e di Margaret Tatcher. Nessuno ha mai voluto vedere se c'era qualcosa che non andava in questo "successo"; lo ricordo bene da mie esperienze personali di quel periodo. Invece di fermarsi un momento a riflettere, l'Occidente cavalcò l'onda con i suoi alleati sauditi, usando per i propri interessi le forze dell'Islam sunnita in piena deflagrazione.
Anche dopo l'Undici Settembre le cose non sono molto cambiate. Di fatto, alcuni dei più profondi pregiudizi dell'Arabia Saudita -alcuni dei quali risalgono ad antipatie del XVIII secolo, come l'orrore per l'Islam sciita che caratterizzava Abd al Wahhab- sono stati assorbiti dai paesi occidentali, che li hanno considerati qualche cosa di proprio. La concezione antisciita dei sauditi è diventata l'"Asse del male". Saddam Hussein, il colonnello Gheddafi, Hezbollah, il Presidente Assad, l'Iran -che è l'"Asse del Male" vero e proprio- non sono mai stati autentiche minacce per l'Occidente, ma sono stati dei destinatari delle antipatie del Golfo Persico che l'Occidente ha fatto propri.
Le cose sono andate avanti così fino ad oggi. Quando il Principe Bandar ha parlato delle istruzioni fornitegli da Re Abdullah quando lo aveva convocato per dargli l'ordine di liberarsi del Presidente Assad, ha detto che "avrebbe seguito le istruzioni del suo re, anche se questo avesse voluto dire schierare 'qualsiasi figlio di puttana jihadista' avesse potuto trovare". Anche stavolta l'Occidente ha guardato da un'altra parte, in un altro fallimento di sistema, e per anni ed anni ha di fatto aiutato a facilitare il passaggio di combattenti jihadisti in Siria.
Sembra che il Presidente Obama avesse capito qualcosa dei risvolti negativi di questo strabismo quando disse che era necessario ripristinare un equilibrio tra sunniti e sciiti, affermando anche che la cosa di per sé non avrebbe risolto i problemi del Medio Oriente, ma avrebbe potuto drenare un po' di miasmi velenosi. Purtroppo sembra che abbia prevalso l'abitudine a non lasciare la strada vecchia per la nuova, e che Obama si sia lasciato impelagare in una guerra dagli innumerevoli risvolti e che ha il suo centro nella natura dell'Islam sunnita di per sé, e che è esplosa in opposizione ad un'idea: l'idea del califfato sunnita.
Scott Ritter conosce bene il Medio Oriente, ed ha scritto:
"Il punto irrinunciabile, la premessa di [qualsiasi] vittoria [ameriKKKana] contro lo Stato Islamico... è il mettersi nell'ordine di idee che la realtà del califfato è più di un costrutto artificiale dei cosiddetti terroristi. La nozione di califfato è parte vivida del mondo arabo sunnita fin dalla dissoluzione del califfato ottomano dopo la prima guerra mondiale... Il concetto di califfato arabo non è un qualche cosa di nuovo, fabbricato dal nulla dagli jihadisti radicali dello Stato Islamico. Esso esiste invece, nella psicologia degli arabi sunniti della Mesopotamia e del Levante, da più di un secolo. I successi che lo Stato Islamico sta mietendo oggi non sono dovuti al fatto che la sua visione radicale sta diventando popolare su spazi sempre più ampi, ma al fatto che esso sta dando voce ad un sogno che le forze dell'Occidente e i loro alleati delle autocrazie mediorientali hanno affossato per lungo tempo. L'amministrazione Obama ha affermato che le recenti incursioni contro la Siria non sono altro che l'inizio di una campagna più estesa il cui scopo è la sconfitta dello Stato Islamico. Ma le bombe e i missili vanno bene per buttare all'aria i muri e per creare martiri, non sono mai andati bene per sradicare le idee...
Dal momento che non esistono ideologie in grado di competere, è difficile vedere se la nuova guerra contro lo Stato Islamico riuscirà ad affossare il sogno visionario di un califfato arabo sunnita che riempie i cuori e le menti di tanti arabi sunniti che vivono nella Siria e nell'Iraq di oggi. Anzi, il rischio è che questa campagna militare riuscirà soltanto ad alimentare le fiamme del radicalismo sunnita, rafforzandone le fazioni come null'altro potrebbe".
Ecco l'errore strategico fondamentale: pensare -a torto-  che un movimento "terrorista" sunnita possa essere sopraffatto solo dai sunniti. Gli Stati Uniti si sono di nuovo messi il paraocchi e guardano al loro "alleato insostituibile" -che non può far nulla per aiutarli perché ha investito troppo, e in troppi modi, nell'islam sunnita radicale- intanto che mettono i bastoni tra le ruote a coloro che in Siria ed in Iraq stanno combattendo sul serio lo Stato Islamico, e che per lo meno possono meglio prendergli le misure.
Ci vorrebbe un Bismarck ameriKKKano credibile, che prendesse il timone della politica statunitense in questa confusione. Come può pensare l'AmeriKKKa di fare da mediatore in qualche modo, in questo guazzabuglio senza speranza in cui si mescolano complessa teologia sunnita e spinte ideali per il califfato? La verità è che l'Islam sunnita è caduto dal suo muretto, e che a tutti i cavalli e ai soldati del re non sarà facile rimetterlo in pie' [*]. E poi, è un qualche cosa che ameriKKKani ed europei possono davvero fare, il cercare di rimettere insieme i cocci di un Islam sunnita tanto frammentato e disperso?


[*] Riferimenti intraducibili ad una filastrocca.


mercoledì 19 novembre 2014

Siria: l'eroismo di Jamal Maarouf, comandante dello ELS (Esercito Lagomorfico Siriano)


"L'Esercito libero siriano (Els), i cosiddetti ribelli moderati su cui gli Stati Uniti e la colazione internazionale anti Isis hanno deciso di puntare per stabilizzare la Siria, hanno abbandonato Aleppo, la seconda maggiore città della Siria, ritirando il suo contingente forte di 14 mila uomini dalla città. Lo riferiscono fonti turche, secondo le quali il leader dell'Esercito libero, Jamal Marouf, è fuggito in Turchia. "E' ospitato e protetto dallo Stato turco", affermano le fonti, spiegando che Marouf sarebbe fuggito nelle ultime due settimane. Secondo le stesse fonti, l'Fsa avrebbe perso il controllo sul posto di confine di Bab al Hawa a seguito della fuga di Marouf".

Fonte
: Gazzetta antislàmme specializzata in monsummani cattivi.


Traduzione dal gazzettese: "L'Esercito "Libero" Siriano, i cosiddetti ribelli moderati che per anni gli Stati Uniti e i loro fiancheggiatori hanno armato oltremodo affinché si occupassero delle faccende più sporche nel rovesciamento del governo di Damasco, hanno abbandonato Aleppo, ritirando dalla città un contingente che dicono essere di quattordicimila uomini. A noi gazzettisti lo riferiscono fonti turche che possiamo ritenere degne di fede, visto che la Repubblica di Turchia non soltanto non ha mai nascosto le proprie intenzioni ma si è per anni attivamente adoperata affinché la situazione diventasse quella che è. Uno delle decine di sedicenti leader dell'Esercito "Libero" Siriano a nome Jamal Maarouf ha mollato tutto quanto ed è fuggito ampiamente per tempo in Turchia dove era di casa già da un bel po', con tanti saluti ai quattordicimila uomini di cui era responsabile e che ha lasciato a sbrigarsela da soli, visto che la sua ritirata strategica è stata condotta con tanta discrezione da far collassare tutto il fronte".

domenica 16 novembre 2014

Lascia che il mare entri


Poi il secolo del tempo veloce si è fermato. Incastrati nei suoi rottami non riusciamo più a muoverci. Immobilizzati, anestetizzati, immemori. In mezzo a insensati ingorghi di lamiere, nella palude di deboli pensieri unici, nei cimiteri di fabbriche chiuse.

Barbara Balzerani, 2014.

sabato 15 novembre 2014

Pepe Escobar - La Repubblica Popolare Cinese e la sua via della seta: avanti verso la gloria.



Traduzione da Asia Times.

Se ancora rimaneva qualche dubbio sull'idiozia dei mass media occidentali, dovrebbe essere sparito dopo la loro bambinesca copertura del comportamento da perfetto gentiluomo esibito dal Presidente Vladimir Putin al vertice dell'APEC a Pechino. Per il mondo reale, quello che è davvero importante è il fatto che la Cina ha ottenuto tutto quello che voleva.

Se qualcuno aveva ancora qualche dubbio sul livello di stupidità senza limiti cui sono capaci di arrivare i mass media occidentali, pensi che il punto più alto del vertice di Pechino tra i paesi della Cooperazione Economica dell'Asia e del Pacifico (APEC) è stato identificato nel momento in cui il Presidente russo Vladimir Putin è sembrato fare il galante con la moglie del Presidente cinese Xi Jinping e sulla successiva censura cinese delle sequenze in cui Putin le copriva le spalle con uno scialle per proteggerla dal freddo della sala riunioni.
Qual'è la prossima notizia? Putin e Xi identificati come coppia omosessuale?
Ora, via questi pagliacci ed occupiamoci delle cose serie. All'inizio del vertice il Presidente Xi ha ribadito che l'APEC serve ad "aggiungere combustibile all'economia della regione pacifico-asiatica e all'economia mondiale in generale". Due giorni dopo la Cina aveva ottenuto tutto quello che voleva, sotto ogni punto di vista.
1) Tutti i ventuno paesi dell'APEC hanno sostenuto l'area di libero commercio dell'Asia-Pacifico (FTAAP), che rappresenta la concezsione cinese di un accordo commerciale di cui tutti fanno parte e da cui tutti traggono vantaggi, in grado di far progredire la cooperazione nell'area. Si vedea il South China Morning Post. Ad uscirne sconfitto è stato il progetto statunitense a misura di multinazionale di partnership transpacifica, che doveva comprendere dodici nazioni e che era aspramente avversato in particolare dal Giappone e dalla Malaysia (cfr. qui).
2) Pechino ha presentato una propria idea di "connettività a tutto tondo" (secondo le parole di Xi) tra paesi della regione che contempla una strategia ramificata. Una delle sue caratteristiche fondamentali è la realizzazione della Banca Asiatica per gli Investimenti Infrastrutturali, basata a Pechino e finanziata con cinquanta miliardi di dollari. Si tratta della contromossa cinese davanti al rifiuto di Washington di concedere alla Cina maggior voce in capitolo nel Fondo Monetario internazionale, al momento costituita dal 3,8% dei voti utili. Una percentuale inferiore al 4,5% detenuto da una Francia in piena stagnazione.
3) Pechino e Mosca hanno sottoscritto un altro enorme accordo sul gas che riguarda il gasdotto degli Altaj nella Siberia occidentale; il primo accordo, siglato a maggio, è stato definito "Energia dalla Siberia".
4) Pechino ha annunciato lo stanziamento di non meno di quaranta miliardi di dollari per iniziare la costruzione della fascia economica della Via della Seta, e di una Via della Seta marittima del ventunesimo secolo.
Come era prevedibile, anche stavolta il vorticoso avvicendarsi di accordi e di investimenti era destinato a portare verso il più spettacolare. ambizioso ed ampio programma infrastrutturale transnazionale mai azzardato: la rete di vie della seta, un complicato intrico di linee ad alta velocità, oleodotti, porti, linee a fibra ottica e infrastrutture per la telecomunicazione avanzata che la Cina sta già costruendo attraverso i paesi dell'Asia Centrale e che è connessa a Russia, Iran, Turchia e paesi dell'Oceano Indiano, arrivando fino in Europa a Venezia, a Rotterdam, a Duisburg e a Berlino.
Le élite di Washington e di Wall Street sono rimaste attonite davanti al sogno asiatico-pacifico di Xi che dall'est asiatico si apre la strada verso la costruzione di una rete commerciale che copre l'Eurasia intera e che al centro ha ovviamente l'Impero di Mezzo; la prospettiva del prossimo futuro è quella di un'Eurasia che altro non è che un'enorme Via della Seta cinese, affiancata a determinate latitudini da una sorta di sviluppo condiviso con la Russia.

Vlad non fa certo stupidaggini.E il dongiovannesco Putin? Tutto quello che c'è da sapere sul fatto che l'Asia-Pacifico rappresenta una priorità strategica ed economica per la Russia si trova in sintesi nel suo discorso all'incontro dell'APEC riservato agli amministratori delegati.
Il discorso è un aggiornamento da una prospettiva economica dell'altro famoso discorso pronunciato all'incontro del Valdai Club a Soči avvenuto lo scorso ottobre ed è stato seguito da una lunga ed esaustiva serie di domande e di risposte stoltamente ignorata dai mass media occidentali, sempre che non l'abbiano derubricato a qualcosa di ancora più "aggressivo" rispetto al discorso in sé.
Il Cremlino è arrivato una volta per tutte alla conclusione che le élite di Wall Street e di Washington non hanno alcuna intenzione di consentire un minimo di multipolarità nelle relazioni internazionali. Il resto sono chiacchiere.
Sicuramente, l'allontanamento di Mosca dall'Occidente e il suo rivolgersi all'Asia orientale è un processo che è stato influenzato direttamente dalla dottrina seguita dal Presidente Barack Obama in materia di politica estera, e che il Presidente stesso ha riassunto con l'espressione "Non facciamo stupidaggini". Questa definizione se l'era portata dietro sull'Air Force One al ritorno da un viaggio... in Asia, avvenuto lo scorso aprile.
La partnership simbiotica e strategica tra Russia e Cina si sviluppa su più livelli.
Sul piano dell'energia, la Russia si sta rivolgendo ad est perché è ad est che c'è il massimo della domanda. Sul piano finanziario Mosca ha sganciato il rublo dal dollaro e dall'euro e il dollaro, anche se per poco tempo, si è subito deprezzato rispetto al rublo. L'istituto bancario russo VTB ha fatto sapere che potrebbe lasciare la borsa di Londra per farsi quotare a quella di Shanghai, che tra poco avrà legami diretti con quella di Hong Kong. La stessa Hong Kong sta già attirando i giganti dell'energia.
Si consideri tutto questo insieme di sviluppi essenziali assieme al grosso peso che rublo e yuan hanno nel merato dell'energia e si avrà chiaro il quadro della situazione. La Russia si sta proteggendo in modo attivo dagli attacchi occidentali alla sua moneta, che hanno motivazioni speculative e politiche.
L'accordo simbiotico e strategico tra Russia e Cina riguarda i campi dell'energia, della finanza e, in modo altrettanto inevitabile, quello delle tecnologie militari. Questo comprende il fatto che Mosca venda oggi a Pechino i sistemi missilistici terra aria S400 e che in futuro le ceda anche gli S500, contro i quali gli ameriKKKani sono delle anatre zoppe. Il tutto, mentre Pechino sta sviluppando missili antinave in grado di far fuori qualsiasi cosa la marina degli Stati Uniti possa mettere insieme.
All'APEC Xi e Obama si sono trovati d'accordo almeno su una cosa, la fondazinoe di un meccanismo che riferisca a vicenda le operazini militari più importanti. Questo potrebbe -con il condizionale d'obbligo- impedire che nell'Asia orientale si assista a continui piagnistei stile NATO del tipo "La Russia ha invaso l'Ucraina".
Neoconservatori fuori di testa. Quando il Doppio Vu Piccino Bush salì al potere all'inizio del 2001 i neoconservatori si trovarono davanti a un crudo dato di fatto: era solo questione di tempo prima che ggli Stati Uniti perdessero senza rimedio la loro egemonia mondiale, sia sul piano geopolitico che su quello economico. A quel punto c'erano solo due possibilità: cercare di controllare il declino, o giocarsi tutto sul consolidamento dell'egemonia, ovviamente per mezzo della guerra.
Sappiamo tutti del pensiero desiderante che permeava di sé la guerra "a basso costo" contro l'Iraq, dal "Siamo il nuovo OPEC" di Paul Wolfowitz fino alla sicumera campata in aria sul fatto che Washington sarebbe riuscita ad intimidire una volta per tutte i potenziali concorrenti, Unione Europea, Russia e Cina.
Sappiamo tutti che le cose sono andate peggio di male. La fantastiliardaria avventura che Minqi Li ha analizzato in The rise of China and the demise of the capitalist world economy "si è mangiata via tutto lo spazio strategico di manovra che rimaneva all'imperialismo statunitense". Gli imperialisti umanitari dell'amministrazione Obama non hanno ancora gettato la spugna, rifiutandosi di ammettere che gli Stati Uniti hanno perso qualsiasi capacità di fornire una qualche soluzione significativa al sistema-mondo come esso è oggi, come l'avrebbe chiamato Immanuel Wallerstein.
Gli ambienti accademici della geopolitica statunitense mostrano sporadici segni di vita intelligente, come questo scritto sul sito dello Wilson Center. Certo, Russia e Cina non costituiscono una sfida per un presupposto "ordine mondiale": il loro accordo in realtà serve a mettere un po' di ordine in mezzo al caos.
Si trova anche questo corsivo su USNews, che è il tipo di cose che sui mass media statunitensi viene presentata come analisi accademica.
Le élite di Washington e di Wall Street, tramite l'operato della loro miope thinkthanklandia, sono ancora aggrappati a banalità dal sapore mitico, come il ruolo "storico" che gli Stati Uniti avrebbero come arbitri dell'Asia moderna e come ago nella bilancia del potere.
Non c'è dunque da meravigliarsi se il pubblico, negli Stati Uniti ed in Europa Occidentale, non sia neppure in grado di immaginare l'impatto formidabile che le nuove Vie della Seta avranno nella geopolitica dei primi decenni del XXI secolo.
Le élite suddette -si tenga presente la boria della Guerra Fredda- dànno ancora per scontato che Pechino e Mosca sarebbero sempre state fuori dai giochi. Invece, adesso è la confusione a prevalere. Si faccia anche caso al fatto che il "riorientamento verso l'Asia" voluto dall'amministrazione Obama è completamente sparito dalla narrativa dopo che Pechino ha visto la cosa per quello che è: una provocazione in stile guerresco. Il refrain che va per la maggiore, adesso, è "ribilanciamento". Le nuove Vie della Seta di Xi stanno mettendo scompiglio negli affari tedeschi perché uniscono Pechino a Berlino, e passano per forza da Mosca. I politici tedeschi, presto o tardi, dovranno prendere atto della cosa.
Se ne parlerà a porte chiuse in alcuni incontri fondamentali, che si svolgeranno a margine del Gruppo dei Venti in Australia. In quella sede si vedrà l'alleanza in via di sviluppo tra Russia, Cina e Germania, e si vedranno i BRICS, crisi o non crisi. Ci saranno tutti coloro che nel G20 si adoperano attivamente per la costruzione di un mondo multipolare.
L'APEC ha mostrato ancora una volta che più la geopolitica cambia, più continuerà a cambiare; intanto che i cani della guerra, dell'ingiustizia, della divisione e del dominio continuano ad abbaiare, il gruppo eurasiatico guidato da Cina e Russia continuerà la sua strada verso la costruzione di un mondo multipolare.

giovedì 13 novembre 2014

Barack Obama intende "rivedere la strategia sulla Siria"


Dunque, la cosa sta più o meno così.


Questi vanno a votare.


Questo ci rimette.


Questi devono morire.

domenica 9 novembre 2014

Ad Andrea Cangini non piace che gli picchino i gazzettieri


L'otto novembre 2014 per l'aggregato "occidentalista" noto come Lega Nord è stata tutt'altro che una giornata da poco: prima si diffonde la notizia della prossima scomparsa del fogliettino di partito, poi l'ennesima provocazione elettorale, stavolta affidata al segretario Matteo Salvini, riceve a Bologna un'accoglienza abbastanza in linea con quanto messo in preventivo.
A gazzettare sull'accaduto c'era un certo Enrico Barbetti, che ha avuto la brutta sorte di constatare de visu di quale considerazione e di quale stima godano certe "professioni" e soprattutto certa "libera informazione" appena si esce dal Cinguettatore e dal Libro dei Ceffi e si entra nella realtà, che per la "libera informazione" e per chi vi "lavora" rimane un qualche cosa con cui evitare ogni commistione ed ogni contatto.
Un certo Andrea Cangini non l'ha presa affatto bene, e sul "Quotidiano nazionale" ha immediatamente sbraitato Ora basta!
No, Andrea Cangini, non basta affatto.
Ci sono dei limiti alle menzogne.
Ci sono dei limiti all'incompetenza.
Ci sono dei limiti alla dabbenaggine.
Ci sono dei limiti al servilismo.
Tutti questi limiti la "libera informazione", soprattutto quella "occidentalista" incarnata dalle gazzette dei Cangini, li supera ogni giorno. E non tutti quelli che ne fanno le spese hanno i modi, la pazienza, la cognizione di causa e soprattutto il denaro necessari a difendersi dall'intraprendenza delatrice delle redazioni nelle sedi opportune e con metodi meno perentori. Su questi margini di manovra la "libera informazione" campa come sulle pubblicità che ne infarciscono le uscite: Cangini fa ovviamente finta di cadere dal pero, e vorrebbe che ci cadessero anche i destinatari dei suoi starnazzi.
Entriamo nel merito.
In molte città non solo "occidentali" avanza da decenni la gentrification dei centri storici; per quanto abbiamo potuto vedere solo nella Repubblica Portoghese il fenomeno non ha ancora infierito. E' probabile che a Bologna la "crisi del settore immobiliare" -ovvero l'irrompere del principio di realtà nella vita di tanti sfaticati in cravatta- la abbia resa anche più forsennatamente stolta di quanto non fosse per conto proprio. In questo contesto la via Zamboni dove si affacciavano molte facoltà universitarie è stata progressivamente sanforizzata cancellando molte tracce di una presenza umana ampiamente discutibile, ma ad occhi "occidentalisti" insopportabilmente viva. Nell'infinita serie di cose che Andrea Cangini trova orabastabili c'è il fatto che alla cancellazione sia sfuggito "il murales che inneggia a Francesco Lorusso, il militante di Lotta continua ucciso da un carabiniere a Bologna durante degli scontri". La "libera informazione" dei Cangini di solito loda molto le pubbliche amministrazioni che si liberano di certi ricordi imbarazzanti e le definisce coraggiose: nel mondo dell'occidentalame fogliettesco gendarmi, tribunali e galere hanno torto solo quando si trovano a Tehran.
Con la morte di Lorusso, sostanzialmente vittima di una esecuzione extragiudiziale, si apre un brano di Filippo Scòzzari che descrive la Bologna del 1977. Lo si riporta qui innanzitutto ad ulteriore dileggio di Cangini. Nel testo compare il nome dello stato che occupa la penisola italiana; ce ne scusiamo come sempre con i nostri lettori, specie con quanti avessero appena finito di pranzare.
In marzo, dopo lunghi brontolii invernali, cortei, occupazioni, scrosciar di vetrine sfiorate dai vidiam, Bologna eruttò. Durante un corteo uno stronzo chiamato Tramontana, ufficiale dei carabinieri poi velocemente assolto e fatto sparire, all’angolo di via Mascarella sotto un portico ammazzò uno studente, Lo Russo. In audace risposta, il PCI ammassò i propri benpensanti a centinaia sotto le Foto dei Partigiani Morti©, scagazzati dai piccioni e ingialliti per niente. Bisognava difendere le amate memorie da quegli schifosi, che non studiano e che sono capaci magari di venir qui a tirar sassi.
Ma naturalmente di gente morta gratis più di trent’anni prima agli studenti non gliene sbatté una minchia. In Piazza Maggiore non ci misero mai piede. Oltretutto era fisicamente impossibile, transennata da muraglie di operai e carabinieri (che da allora, essendo della stessa pasta, non smisero più di far comunella).
Preferirono farsi il Cantunzèn, un ristorantino per fighetti. Ed elevarono barricate, specialmente nella zona dell’università.
Gli autonomi, soliti esagerati, si fecero un’armeria.
Vidi le tout Bulaña dietro le tavole, i copertoni, le assi, i cassonetti ammucchiati. Esiliati del Pilastro e reietti del “Serpentone”, che avevano sentito l’odor della mischia e che non gli pareva vero venire in centro a prendersi un po’ di vendette, autonomi in erezione, vecchi operai commossi, giovani operai a lezione, disoccupati, studenti di tutto il mondo (meno gli israeliani, in paranoia per i loro servizi segreti, e i greci, occupati com’erano a odiarsi tra Partito Comunista Interno e Partito Comunista Esterno), molti giornalisti del Carlino, che stavano scoprendo quanto bene facciano all’ulcera una bella barricata e i tipi strani che l'hanno tirata su.
Anche tossici, che a volte ritornano.
Tutti untorelli, insomma, secondo la generosa definizione del Re degli Zombi, Berlinguer.
La gente, con la borsa della spesa, guardava da sotto i portici come dalle colline attorno a Balaklava aveva guardato senza capirci una sega la Carica dei Seicento.
Non ci capì una sega nemmeno il PCI. Le sue risposte a mense da epatite, tasse universitarie da cravattari, affittacamere cannibali, zero case, zero speranze, zero futuro, zero garanzie, lavori di merda, salari di merda, condizione giovanile da occultare in silenzio, periferie da inchieste del Congresso, giornali ridicoli, specchio dello spaventoso piattume generale, furono le seguenti:
· gridare subito fortissimo Al Complotto Al Complotto, e dare la sveglia in questo senso a tutti i magistrati in suo possesso. Sbocciava la gagliarda stagione dei Catalanotti, giunti sino a noi nella forma mediatica di barboncini a molla, con bei peli bianchi bombati a phon.
· ospitare chilometri di blindati, invitati da tutta Italia, a far le fusa alle entrate della tangenziale in attesa di “dar la spallata” e far poltiglia degli scalmanati, e dei sovversivi, e degli ingrati. Un’altra volta avrebbero imparato, a sputtanare il Santuario.
· nei mesi e anni successivi, commissionare (e sovvenzionare) centinaia di studi ai propri Centri Studi chiedendo perché “le giovani generazioni” fossero così scontrose “nei nostri confronti. Con tutto quello che abbiamo fatto per loro. Siamo il comune più a misura d’uomo d’Europa. Cosa vogliono ancora”.
Siccome però gli studi, per quanto pilotati possano essere, rischiano di far venire fuori la verità, e ti rivelano che è solo colpa tua, e ti dicono che o ti dai una mossa o la cosa si ripeterà, nelle more il PCI & la questura immaginarono che forse un po’ più d’eroina in città sarebbe stata una mano santa per spegnere bronci e vogliette per un tot d’anni. Giusto quel tanto. Già che c’è, approfittiamone, no? Poi vediamo, abbiamo ricette per ogni evenienza della vita. Intanto lasciamo che s’addormentino, non opponiamoci a questa strana sostanza che non capiamo kosé, dikié, perkié, perké. Non facciamo niente. Siamo sempre in tempo a chiedere scusa.
Per cui, chiusi ancora meglio gli occhi e, per non saper né leggere né scrivere, aperto il culo, gli apprendisti stregoni di via Barberia attesero fiduciosi gli eventi.
In Sicilia e a Marsiglia raddoppiarono i turni, richiamarono i chimici dalle ferie, assunsero nuove maestranze e si fregarono le mani. Era iniziata l’Età dell’Oro, gemmata dal terrore degli idioti.

sabato 8 novembre 2014

"La Padania" chiude: il segretario della Lega Nord Matteo Salvini celebra il successo editoriale raggiunto rischiando il linciaggio.


Dicono oggi le gazzette che "La Padania" chiude entro un mese.
In pochi anni le edicole e l'attenzione delle persone serie sono state sgombrate -rispettivamente- da molta carta e da qualche menzogna.
Sono crepati tra gli altri la E-Polis, "Il Giornale della Toscana", "Il Nuovo Corriere di Firenze" e "L'Unità".
Dei primi tre si sono occupati soltanto i curatori fallimentari e la giustizia penale.
De "L'Unità" si è occupato anche qualcun altro, e non certo per dirsi dispiaciuto.
Va detto che con lo schianto de "La Padania" il fecciòdromo "occidentalista" non perde molto, perché le categorie concettuali che quella gazzetta veicolava sono incistate nel corpo sociale meglio di un sarcoma ed hanno imbevuto di sé l'intero mainstream. 
Come negli altri casi, il fatto che le osannate leggi del mercato abbiano avuto una parte evidente nello scaraventare finalmente in mezzo alla strada una compagnia di pennaioli che ci auguriamo stracolmi di figli da sfamare e di mutui da pagare non fa che aumentare un po' il divertimento.
Speriamo vi abbondassero le mamme col pancione: invece che preoccuparsi che le zingare rapiscano i loro figli, adesso dovranno preoccuparsi di qualcosa di più concreto.
Aria, bolanderschlugger.
L'indifferenza gelida ed annoiata dell'ufficio di collocamento, la sarcastica scostanza dei suoi addetti vi accolgano al loro meglio.

Lo stesso 8 novembre a Bologna Matteo Salvini sarebbe sfuggito al linciaggio durante una provocazione. Il fenomeno più o meno nuovo di cui si deve prendere atto è che l'agibilità politica "occidentalista" sta incontrando ostacoli maneschi anche in terreni che fino a qualche anno fa poteva considerare relativamente praticabili.