martedì 22 luglio 2014

Grazie Putin per aver ucciso mia figlia. Prego, non c'è di che.



La propaganda è come il fuoco di copertura: mai cessare un istante.
Sicché quando un certo Hans de Borst ha messo in internet un'invettiva sarcastica contro quelli che reputa i diretti assassini di sua figlia, le gazzettine hanno preso la palla al balzo senza pensarci un secondo.
Non bastava che
vessasse gli omosessuali e si divertisse a far affondare le navi da crociera; anche le ragazzine si è messo ad ammazzare.
Il Signor de Borst scrive ringraziando il Presidente della Federazione Russa ed i "Separatist leaders of Ukrainian government" facendo capire che per lui i separatisti dell'est ed il governo ucraino che li sta combattendo appartengono allo stesso esecutivo.
Di questo non si è accorto nessuno.
In mancanza di meglio il Nemico è Putin, e tanto basti.

domenica 20 luglio 2014

Lo Stato Islamico in Iraq e nel Levante ed il recupero delle strutture arabe preislamiche


Luglio 2014. Soldati russi manovrano un Sukhoi 25
appena arrivato alla base militare di Al Muthanna, presso l'aeroporto iracheno di Baghdad (Reuters)


Traduzione da Conflicts Forum.

La confessione sunnita ha sempre avuto un legame particolare con lo stato. Non stiamo parlando di un qualcosa come la Westfalia, che è omogenea dal punto di vista dell'identità nazionale, ma di qualche cosa di più complesso in cui confluiscono etnie diverse, sette e gruppi tribali tenuti insieme da una singola e forte autorità. I sunniti provano un senso di stretta connessione con lo stato, qualcosa che è sconosciuto altrove; con questo vogliamo dire che essi sentono di esser stati i fondatori dello stato, che lo stato sono loro e che allo stato essi appartengono. Di conseguenza gli sciiti sono spesso chiamati, in modo denigratorio e soprattutto dai sunniti, "i refrattari" (nei confronti dello stato sunnita) e vengono considerati troppo attaccati al loro particolare concetto di giustizia per essere adepti affidabili delle pragmatiche arti degli statisti. In poche parole, i sunniti considerano gli sciiti come gente potenzialmente disgregatrice, o addirittura rivoluzionaria, per natura. Gli sciiti dal canto loro pensano che i sunniti siano tanto pragmatici nell'esercizio del potere da perdere di vista la radicale componente spirituale insita nel messaggio dell'Inviato.
Il fatto è che negli ultimi anni gli stati sunniti non se la sono passata troppo bene. Tutti i modelli di governabilità presi ad esempio dai sunniti sono implosi o hanno sofferto discredito. Il mondo sunnita ha sofferto un processo di degrado e dal momento che l'identità sunnita è così strettamente legata al concetto di stato forte -l'ideale è dato dai primi anni dell'espansione islamica dopo la morte dell'Inviato- ad esso si è accompagnata una pari frammentazione psicologica, assieme alla profonda sensazione che il loro modo stesso di intendere la vita ed i loro valori culturali stessero venendo calpestati ed ignorati.
Tutto questo è successo proprio mentre gli ambienti sciiti vivevano invece un momento di rinnovata energia e la cosa ha contribuito ad aggravare il senso di sconforto dei sunniti. Non è dunque motivo di sorpresa constatare come i sunniti pensino di esser stati spodestati dalla posizione eminente che rivestivano "a buon diritto", né il fatto che provino frustrazione per quella che loro intendono come una deminutio capitis nella pianificazione dell'Islam e del Medio Oriente, né tantomeno il fatto che si sentano messi ai margini delle questioni che contano, e che accolgano la cosa con rancore.
Ora, in tutto questo c'è più immaginazione che realtà, il che non significa che se ne debba in alcun modo sminuire la valenza psicologica e politica. Infatti, quelli che  sono i modelli per lo stato sunnita sono in crisi sul serio: in Iraq i sunniti sono stati marginalizzati dalla vita pubblica, questo è innegabile. Tuttavia, non è corretto considerare in tutto il Medio Oriente -Siria compresa- i sunniti come vittime minacciate di sopraffazione dalla cappa culturale "straniera" che arriva dall'Iran. I sunniti sono la maggioranza, anche se non così schiacciante come spesso si pensa, e per lo più continuano a tenere le leve del potere politico ed economico. Solo che in Medio Oriente è in atto un processo di riequilibrio dei poteri ed è comprensibile che la cosa sia sconvolgente e causa di disordini.
La cosa più significativa dal punto di vista politico è che l'Europa e l'AmeriKKKa hanno fatto propria in modo così acritico la narrativa centrata sul vittimismo sunnita che la cosa ha fatto sì che assistessero con atteggiamento confuso e passivo all'ascesa del Da'ish, lo Stato Islamico in Iraq e nel Levante. L'Islam sciita sta vivendo un'epoca di rinascita, ma sarebbe davvero semplicistico affermare che il malessere sunnita dipende soltanto da questo. I fallimenti interni al mondo sunnita ne sono causa almeno quanto la crescente fiducia in se stesso ostentata dall'Iran. Insomma, i sunniti sanno benissimo perché si trovano in certe condizioni e non si può incolpare sempre di tutto qualche forza che agisce dall'esterno.
D'altronde, ad uscire screditati dalle recenti sollevazioni arabe sono stati leader sunniti. La fine del contratto sociale sunnita che era al centro di tutto, alla quale ci è stato dato di assistere, non è stata certo colpa di qualche macchinazione ordita dall'Iran. Tuttavia, l'idea che le sofferenze dei sunniti siano causate soprattutto dall'Iran e dall'attivismo sciita è alla base di attribuzioni causali semplicistiche fatte proprie dagli europei e dagli statunitensi. Gli europei e gli ameriKKKani sono in realtà preoccupati -e ne hanno buoni motivi- per l'ISIL e per la rapidità con cui ha guadagnato terreno in Iraq, e sono rimasti impressionati per il sostegno di cui l'ISIL gode, sia a livello popolare tra i sunniti sia a livello politico tra certi paesi del Golfo. Un autorevole editorialista politico ha scritto che "I funzionari statunitensi hanno notato che l'ISIL ottiene un sostegno significativo dalla popolazione sunnita; il rischio è che si diffonda l'idea che gli Stati Uniti [potrebbero] intraprendere azioni anti sunnite [intervenendo a sostegno dell'Iraq]". Un ex ambasciatore del Qatar negli Stati Uniti ha diffidato il governo Obama dall'intervenire a fianco di Al Maliki perché la cosa verrebbe considerata come una dichiarazione di guerra da tutti gli arabi sunniti.
L'adesione alla narrativa dei sunniti che contempla l'assunto -privo di qualunque senso- secondo cui la nascita dell'ISIL è colpa di Assad e del settarismo di Al Maliki ha paralizzato fin dal primo momento le reazioni occidentali nei confronti delle richieste di aiuto che venivano dall'Iraq e ha messo la linea politica occidentali in condizioni fondamentalmente contraddittorie: gli Stati Uniti aumentano il sostegno finanziario agli insorti siriani, che sono il terreno fertile in cui l'ISIL è nato e da cui trae i propri armamenti, e al tempo stesso temporeggiano nell'offrire al governo iracheno un minimo di assistenza per sconfiggere l'ISIL.
Abbiamo già trattato della natura radicale dell'ISIL e del significato autenticamente rivoluzionario del suo approccio revisionistico alla storia, ma quello che è davvero importante per capire la rilevanza di significato dell'ISIL è lo spostamento paradigmatico dell'enfasi, che passa dalle azioni dell'Inviato stesso e dalle vicende di Medina, intese come modello di società, alle vicende del primo e del secondo califfo, rispettivamente Abu Bakr, da cui il "califfo" di oggi ha preso il proprio nome di battaglia, ed Omar. Questo cambiamento ci fornisce molte informazioni su come sia cambiato il pensiero di fondo e sul perché esso dovrebbe avere un fascino tanto esteso, al punto di coprire un pubblico sunnita che va dalla gioventù arrabbiata ai politici del Golfo.
Da una parte l'ideologia dell'ISIL sembra in grado di offrire ai giovani musulmani una soluzione romantica, eroica allo screditamento cui sono andati incontro i modelli di organizzazione statale di orientamento sunnita (si veda qui un eccellente brano in cui si tessono le lodi dell'ISIL per il modello di cittadinanza che propone... le critiche al sostegno espresso dall'Arabia Saudita e degli altri stati del Golfo verso l'ISIL e gli jihadisti radicali sono ridotte al minimo indispensabile).
Abu Bakr e Omar consolidaroo lo stato. Dichiararono guerra agli apostati e ai nemici di Dio e non ebbero alcuno scrupolo nell'uso della violenza più rude, ivi compresi il rogo e la decapitazione degli oppositori; nell'Iraq di oggi assistiamo ad atteggiamenti dello stesso tipo.
Solo che Abu Bakr ed Omar sono noti anche per aver messo in secondo piano i contenuti spirituali e radicali del messaggio dell'Inviato, delimitandone il complesso ed inserendolo nell'alveo dei costumi e della cultura araba prevalenti all'epoca. Non si trattava solo delle condotte da adottare in guerra, che erano quelle arabe tradizionali; anche il patriarcato tradizionale e la supremazia del maschio vennero reinseriti fra le interpretazioni e negli apparati di commento di quanto detto e fatto dall'inviato. I messaggi dell'Inviato in materia di relazioni sociali vennero mitigati con il recupero della cultura araba tradizionale, soprattutto ad opera di Omar.
Quando prendiamo in considerazione la letteratura dell'ISIL dobbiamo tenere presente il fatto che l'accentoposto sull'operato di Abu Bakr e di Omar fa pensare non tanto ad un ritorno al modello di Medina, che è quello cui pensano i Fratelli Musulmani e la maggior parte dei salafiti, quanto ad un modello di stato islamico che è pre-islamico in molte delle sue caratteristiche essenziali. Nella narrativa dell'ISIL la "comunità di Medina" intesa come modello sociale e politico, concretizzatosi durante la permanenza dell'Inviato in quella città, non ha spazio; così come non vi trova spazio la pretesa dei Fratelli Musulmani secondo cui le prime comunità di credenti avevano come fondamento la sovranità popolare. Nell'ISIL si trova un cambio di atteggiamento che costituisce un rimarchevole e significativo mutamento nell'Islam sunnita, qui rivolto verso concezioni pre-islamiche dello stato e della società.
In sostanza, l'ISIL sta spostando il paradigma dal periodo dell'Inviato, l'epoca di Muhammad, a quella immediatamente successiva, che è quella dell'impero islamico ed il cui ethos sostanziale e caratteristico era incarnato dall'efficacia sul piano militare. Fu nel contesto di questo spirito che i primi due califfi rimisero in auge molte delle concezioni pre-islamiche sul comando e sul combattimento.
Ai nostri giorni l'ISIL sta offrendo ai giovani musulmani un modello politico pre-islamico, che viene indicato come soluzione alla crisi che i sunniti stanno attraversando. Questo significa che la soluzione proposta dall'ISIL è rappresentata dall'Islam innestato su un modello di stato che è tradizionale arabo del periodo pre-islamico. Le figure di riferimento per chi governa sono Abu Bakr ed Omar.
Si tratta di un modello autocratico, che per giunta pretende una completa sottomissione; per chi si rifiuta c'è la pena di morte. Questo specifico aspetto, rappresentato dal ruolo centrale dell'autorità costituita, rende facile capire per quale motivo qualche autocrate del Golfo guardi con attenzione ad esso, e provi al tempo stesso repulsione per come l'ISIL nega i pilastri su cui poggia l'autorità di certi monarchi (si veda qui). L'idea romantica di "combattere per l'Islam" come fecero gli "studiosi combattenti" dei primi anni, e l'impegno totalizzante imposto da un ideale attiereranno sempre la gioventù, che già si vede intenta a strappare e a gettar via quanto c'è di corrotto e di putrefatto in una società degradata. 
In poche parole, l'ISIL è più una manifestazione di malessere psicologico e di frammentazione che una soluzione politica davvero praticabile. In questo momento può presentarsi come consonante alla psicologia di molti sunniti, ma è difficile pensare che la maggior parte dei sunniti rimarrebbe a lungo sotto l'autorità di un califfato del genere. In ogni caso si tratta di un modello in cui l'efficacia viene prima della moralità e che nasce affetto dallo stesso vizio fondamentale che ha colpito l'Islam sin dalle sue origini: l'opacità dei sistemi con cui viene scelto chi deve ricoprire la carica di califfo. La sua cartina di tornasole è l'efficacia, ma è probabile che verrà giudicato essenzialmente sulla base di quest'ultima caratteristica e che si troverà che lascia a desiderare.
In Arabia Saudita -cosa sottolineata in un editoriale di Abdulrahman Al Rashid, direttore di Al Arabiya e massimo editorialista allineato con lo establishment- la reazione ufficiale è che occorre una buona comprensione della minaccia rappresentata dall'ISIL perché è in corso una "autentica rivoluzione (sunnita) contro un'autorità ripugnantementye settaria" sia in Iraq che in Siria. L'ISIL è l'incarnazione della "rabbia dei sunniti" e questo ne ha fatto "una stella al botteghino" per i sunniti di tutto il mondo. ...Ovviamente, "se non fosse stato per Assad ed Al Maliki, né l'ISIL ne il Fronte Al Nusra sarebbero mai esistiti". Questo refrain saudita è la visione dei fatti che il mainstream occidentale ha fatto propria praticamente in blocco.
Abdulrahman fa pensare che l'Arabia Saudita sia in grado di confrontarsi con l'ISIL, ma che questo avverrà soltanto dopo -e soltanto se- "in Siria ed in Iraq si imporrà una soluzione politica", ovvero un rovesciamento dei governi in carica in grado di suscitare una mobilitazione sunnita di maggiore ampiezza. La politica settaria di Assad e quella di Al Maliki "hanno dato il via a questo caos. Dunque, la soluzione è rappresentata da governi centrali forti sia a Baghdad che a Damasco, appoggiati da ameriKKKani, europei e paesi mediorientali".
Una cosa è bene che sia chiara: Abdulrahman insiste sul fatto che Nouri Al Maliki deve essere rimosso dalla carica, ma non sta certo proponendo che sia un altro sciita a prendere il suo posto, come sarebbe logico che succedesse in un panorama politico come quello presente in cui gli sciiti sono il sessanta o il sessantacinque per cento dell'elettorato. Abdulrahman vorrebbe che si rovesciasse il sistema e che un uomo forte sunnita -o quel Iyad Alawi gradito a Ryiadh- venisse messo al potere, un po' come Al Sissi in Egitto. In siria dovrebbe succedere lo stesso. Abdulrahman vorrebbe che in Medio oriente venisse fatta piazza pulita.
E' difficile che le smodate pretese dei sauditi portino a qualcosa di concreto. Col passare del tempo l'ISIL perderà la sua attrattiva, gli sciiti iracheni si stanno mobilitando, e man mano si riorganizzeranno per assolvere al compito di sconfiggere l'ISIL. Non sarà un processo veloce, ma è già iniziato.
Cosa sta succedendo, allora? Davvero l'Arabia Saudita crede che il modello del Da'ish sia un modello sostenibile, al di là dell'iniezione di adrenalina che sono state per i sunniti le prime vittorie militari dell'ISIL? A giudicare da quanto succede in Siria, non si direbbe. E se davvero l'ISIL altro non è che una sincera rivoluzione contro un governo settario e ripugnante, come Abdulrahman va dicendo, per quale motivo l'Arabia Saudita sta concentrando trentamila uomini alla frontiera con l'Iraq? E' chiaro che i sauditi sono assai più nervosi di quanto potrebbero ammettere davanti a tutti.
Anche la famiglia Al Saud è divisa, e si trova in una situazione conflittuale. L'avallo tanto autorevole dell'ISIL su citato, e che viene da qualcuno che è ben addentro al sistema del potere, fa pensare che l'Arabia Saudita sia alla deriva e che non sia in grado di smantellare le linee politiche fin qui seguite, nemmeno se ne va della sicurezza del regno. "Assad deve lasciare", "Al Maliki deve lasciare", e l'ISIL che viene considerato proprio quello che ci vuole. Una politica con l'autopilota e sembra che nessuno sia in grado di riprenderne il controllo, almeno per il momento.
La situazione sta portando verso tempi molto incerti. Al Maliki potrà non destare eccessiva ammirazione ed il fiasco militare di Mossul lo ha reso bersaglio di molte critiche, ma non c'è dubbio che si tratti di una figura di fondamentale importanza per la politica irachena. Fino ad oggi è riuscito a sopravvivere e lo scoperto tentativo degli Stati Uniti di rimuoverlo dalla sua carica può aver paradossalmente ottenuto l'effetto contrario di accelerare le forniture e l'assistenza militare da parte di Russia ed Iran, che si sono mosse per anticipare un tentativo statunitense di ricattare i parlamentari iracheni mettendo come condizione a qualsiasi aiuto la decadenza di Al Maliki. Qualcuno ha detto che "La palla oggi come oggi sta nel campo opposto al nostro; se gli Stati Uniti non si fanno coinvolgere militarmente, nessuno ne lamenterà l'assenza".
L'Iran, la Russia e l'Iraq agiscono in modo strettamente coordinato; l'Iran pensa che le incursioni dell'ISIL possano costituire il casus belli perché l'Arabia Saudita entri contro di esso in una guerra regionale. I politici iraniani adesso additano l'Arabia Saudita come responsabile della nascita dell'ISIL e, contrariamente al solito, lo fanno esplicitamente; "L'Arabia Saudita è il sostenitore spirituale, materiale ed ideologico dell'ISIL; il re saudita ha incaricato l'ex capo dei servizi segreti del suo paese [il principe Bandar] di fornire sostegno all'ISIL" (Mohammed Hassan Asafari, un influente membro della Majlis iraniana). La stampa iraniana di orientamento conservatrice è anche più pesante: "Pare che la seconda grossa scommessa degli ameriKKKani in Iraq stia finendo con una sconfitta. Mentre le forze dell'esercito popolare iracheno e i bassij [i volontari] stanno riconquistando la citta di Tikrit... gli ameriKKKani non vogliono aiutare il governo dell'Iraq nato da regolari elezioni a sedare la minaccia terroristica; hanno persino fatto mosse che garantiscono un sostegno al Da'ish. Invece di gettare discredito sui terroristi... i funzionari statunitensi hanno accusato [Al Maliki] di aver monopolizzato la scena politica e di aver esacerbato gli scontri settari!" (Keyhan, 30 giugno 2014).
L'atteggiamento ambiguo di europei ed ameriKKKani (gli occidentali hanno fatto propria la linea seguita dai paesi del Golfo, secondo la quale l'ISIL è soltanto un "fenomeno" con cui l'Occidente dovrebbe riconciliarsi, e non un fronte che si dedica ad assassinare tutti gli "apostati") sta generando crescenti sospetti e reazioni ostili da parte dei politici iraniani di maggiore esperienza. Si avvicina il 20 luglio, giorno in cui si chiudono i negoziati sul nucleare; è difficile che un clima del genere possa tradursi in qualcosa di diverso da un irrigidimento della determinazione iraniana a difendere i propri interessi nell'ultima tornata di colloqui con il "cinque più uno" prima della data ultima del venti. Al momento, non esiste neppure alcun segnale di una qualche "comprensione" tra Arabia Saudita ed Iran, che potrebbe stabilizzare la regione. Al contrario, le cose stanno andando nella direzione opposta.

giovedì 17 luglio 2014

"...Rimettiamoci la maglia, i tempi stanno per cambiare..."


Ci si era ripromessi di non affrontare più il fenomeno "femmine svestite nelle piazze e sulle barricate"; tuttavia il declino di questo modo di produrre contenuti mediatici è stato molto rapido e ha presentato qualche episodio su cui è piacevole infierire, come quello di cui qui si riferisce.
L'idea che epidermide esposta e furore rivoluzionario fossero la stessa cosa è stata gazzettisticamente pervasiva al punto che per un po' ha attirato anche l'attenzione di un certo numero di persone serie. Anche tra le persone serie sono stati in diversi a rimanere ingannati da quello che veniva presentato come "lotta politica" mentre altro non era che produzione mediatica, secondo una prassi identica a quella che presenta gli sfruttati sul lavoro come "imprenditori di se stessi".
L'intromissione di queste professioniste prescindeva sistematicamente dal contesto e dall'opinione dei presenti, cosa che in contesti normali espone a reazioni poco composte: purtroppo la loro cacciata violenta dalle manifestazioni e dalle piazze si è verificata in un numero di casi relativamente basso.
Il "paese" dove mangiano spaghetti non ha presentato particolari difficoltà per le operatrici del settore; si è trattato di un palco oscenico come un altro e la sua vita pubblica caratterizzata da abiezione, pressappochismo, incultura, malafede ed intenti puramente criminali ha influito soltanto sulla scelta del set. Di conseguenza si sono viste giovani donne con poca roba addosso e dalla dubbia integrità morale esibirsi per il "metodo Stamina".

All'inizio di luglio 2014 Un trafiletto che ha fatto il giro del mainstream rafforzava le perentorie conclusioni che era piacevole dovere trarre su un certo fenomeno sin dal suo primissimo manifestarsi.
Una ex poco vestita di nazionalità tunisina, cui l'esposizione mediatica non aveva evidentemente portato i vantaggi sperati, ha “denunciato” che a Parigi le sarebbe stato fatto questo e quest’altro.
Colpa dell'islàmme, capacissimo di tutto.
La non-notizia ci ha immediatamente ricordato una considerazione tratta da uno scritto di Beppe Viola, un commentatore sportivo scomparso da molti anni.
“Ma cosa denunci scemo, che non ci hai neanche gli occhi per piangere e come ti danno una sbirciata ci vai te in questura…”
E difatti basta pazientare una settimana.
A pensarci bene ci hanno messo persino troppo.
Parigi in generale e la sua rete di trasporti in particolare sono da decenni paranoicamente sorvegliati.
La conoscenza del terreno non è un dettaglio. E' una questione di sostanza, tuttavia ignorata dalla preparazione di certe "combattenti", per repellenti che siano le loro intenzioni.
Sicché, questa provincialotta sgomitante e il suo ridicolo tentativo di riprendere visibilità sono finiti nell'unico modo in cui era sicuro che finissero.
Bruciata la credibilità del fenomeno che ha cercato di cavalcare, questa ragazza è attesa da tempi che si annunciano magri. Di qui ad un paio d'anni al massimo potrà forse spacciare a qualche rotocalco di periferia le fotografie della sua maternità. Ammesso che qualcuno la voglia tra i piedi; al mondo esistono ancora contesti normali, in cui epidermide esposta, tatuaggi ed acconciature vistose non costituiscono affatto delle buone credenziali.

lunedì 14 luglio 2014

Ultime da Siderot, città sotto assedio


La foto viene da Baruda.net e sarebbe stata scattata a Siderot dal danese Allan Sorensen.
Siderot è una città dello stato sionista che qualche הַסְבָּרָה‎ di quelle adattate agli eventi di questi giorni postula "sotto assedio".
Dev'essere un assedio tutto particolare: gli assediati qui ripresi starebbero godendosi lo spettacolo delle armi sioniste che infieriscono su Gaza.
Il blog Mazzetta mostra altri dettagli, comprese le cinguettate del signor Sorensen: "Al cinema a Siderot. I sionisti portano sedie in cima a una collina a Siderot per guardare le ultime notizie da Gaza. Applaudendo al suono delle esplosioni".
Sempre sul Cinguettatore una certa Ruth Marks Eglash avrebbe spedito una foto scattata in pieno giorno; dalle sedie di plastica  sono passati ai divani di pelle bianca.
C'è da pensare che almeno in materia di divertimenti, nella "unica democrazia del Medio Oriente", si abbiano idee piuttosto precise.

sabato 12 luglio 2014

A Gràssina (Firenze) vendono "sigarette digitali"...



Questa foto è stata scattata nel luglio 2014 a Gràssina, un paese immediatamente a sud di Firenze.
A che razza di propagandisti debbano ricorrere i dettaglianti di "sigarette elettroniche" lo abbiamo già visto.
Qui si va serenamente oltre e si passa direttamente alla sigaretta digitale, con tanto di insegna. Chissà che differenza c'è con le sigarette analogiche.
La cosa più interessante è la prova gratuita: nuovi liquidi senza nicotina.
Nuovo gusto pizza e birra
.

lunedì 7 luglio 2014

Per favore, fate piano con gli impianti stereofonici: ve lo chiedono il "Gruppo di Firenze" e Ernesto Galli della Loggia.


Invasori yankee nelle strade di Falluja. Questa roba qui va bene, la "musica" delle mescite no.


Il "Gruppo di Firenze" è una conventicola di insegnanti che fornisce di tanto in tanto alle gazzette qualche contenuto diverso dal pallone e dalle femmine svestite. Ce ne occupammo un anno fa, quando mandò a dire che chi aveva fatto parte di formazioni combattenti non statali non aveva diritto di parola in materia di letteratura medievale.
A guidare le iniziative del "Gruppo di Firenze" è una pedissequa adesione all'ideologia dominante: "più mercato" e "più galera", perché "non ci sono alternative".
Il problema che questo tipo di fonti è inflazionato all'inverosimile, e che la bella stagione tende ad essere parca di argomenti. Per non perdere visibilità il "Gruppo di Firenze" è stato costretto a presentare in giro un foglietto in cui frigna contro la pessima musica delle mescite di Firenze, corredandolo di qualche avallo presuntamente autorevole.
Tra i firmatari c'è Ernesto Galli della Loggia.
La sua adesione rappresenta una patente di autorevolezza di cui non è lecito dubitare: nel "paese" dove mangiano spaghetti basta vestirsi bene (e magari scrivere su una gazzettina) per poter dettar legge in ogni campo dello scibile e magari dare del terrorista a chi esita più del necessario nel mostrarsi pronamente condiscendente.
Prima di occuparsi di pessima musica e di smercio di alcolici -materie in cui forse è più competente e meno in malafede di quanto non lo sia in geopolitica, ma su questo non ci sentiremmo di sbilanciarci- Ernesto Galli della Loggia si degnava di produrre per il web e per le rotative roba come questa.
Oltre al dovuto omaggio all'entità statale sionista, postulata "unica democrazia del Medio Oriente", si noti l'uso dell'aggettivo "saddamita", di uso comune all'epoca negli scritti dell'occidentalame.
Nella lingua ufficiale dello stato che occupa la penisola italiana esiste il vocabolo "sodomita". Questo significa che gli "occidentalisti" puntavano ad ascrivere ai sostenitori del governo di Saddam Hussein soprattutto la propensione per un certo tipo di pratica sessuale.
Anche in questo nulla di strano: il pubblico del "Corriere della Sera" è costituito in massima parte da sudditi dello stato che occupa la penisola italiana, il che significa che più in là non riesce proprio ad arrivare.
Sono passati dieci anni dall'aggressione amriki all'Iraq e non ci risulta che Galli della Loggia sia accorso a controllare quali fossero gli effetti della sua "esportazione di democrazia" a Falluja o a Najaf.
Possiamo pensare che non sappia neppure che odore ha una ferita agli intestini.
Però gli dà fastidio la cacofonia delle mescite notturne.
Un animo delicato.

domenica 6 luglio 2014

Alastair Crooke - Iraq: lo Stato Islamico in Iraq e nel Levante ed il controllo delle efferatezze


Traduzione da Huffington Post.

BEIRUT - Si vive in tempi straordinari. In Iraq stanno succedendo cose fuori dall'ordinario, e così in tutto il mondo islamico. Un "territorio sunnita" si è materializzato alla velocità del lampo tra Siria ed Iraq, e nelle intenzioni si tratta della realizazione di una fascia sunnita destinata ad estendersi in tutto il Medio Oriente. Si tratta di un qualcosa che ha una portata simbolica poderosa, se pensiamo al contesto storico dei primi anni dell'Islam. La freddezza spietata della strategia militare dello Stato Islamico ha riattizzato e risvegliato ovunque l'entusiasmo dei giovani sunniti.
Molti, in Iraq e nei paesi del golfo, si son trovati costretti ad esprimere la propria ammirazione. Certo, desta anche preoccupazione: la marcia dei tagliatori di teste fa accapponare la pelle. E' questo plateale e adrenalinico miscuglio di paura mista all'euforia dovuta all'impressione che gli eventi stiano in qualche modo rispecchiando quelli che portarono alla fondazione dell'impero islamico, a cadere oggi su un terreno ricettivo.
In Medio Oriente e in Africa il malumore dei contadini e il diseredato vittimismo sunnita intriso di rancori rinfocolato dai salafiti fanno sì che siano in molti a mostrare un debole per questo nuovo e massiccio entusiasmo nei confronti del Da'ish (l'ISIL).
Il Da'sih, o Stato Islamico in Iraq e nel Levante, non è Al Qaeda e non è una affiliazione di Al Qaeda. Dopo un idillio breve, se ne è separato e si è diretto all'opposto; l'ISIL pensa che Al Qaeda stia agendo su basi errate, anche se continua a rifarsi agli scritti di Abdallah Azzam, che è stato uno degli intellettuali che su Al Qaeda ha esercitato la maggiore influenza.
Al Qaeda è nata dalla concezione mitica di un'Unione Sovietica costretta ad implodere dai mujahedin afghani, che l'avrebbero costretta a sovraesporsi politicamente ed economicamente. L'analisi di Abdallah Azzam sulla vulnerabilità dell'URSS ad un attacco di questo genere ha fatto da base all'idea che gli Stati Uniti avrebbero potuto esser fatti implodere allo stesso modo, con l'obbligo scioccante a sovraesporsi a livello mondiale. Alla fine, le fragilità e l'ipocrisia della superpotenza sarebbero finiti per diventare evidenti anche ai comuni musulmani, che avrebbero smesso di temerla.
Per arrivare a questo, secondo Bin Laden c'era bisogno che i musulmani si unissero; il settarismo andava scoraggiato. Di conseguenza questa guerra fatta di punture di spillo destinate a portare all'esaurimento il nemico è stata diretta contro il "nemico remoto" e condotta a livello mondiale con azioni del tipo "shock and awe"; quella di Al Qaeda era una guerra essenzialmente virtuale, più che una guerra vera e propria combattuta sul terreno.
L'ideologia di Zarqawi -che è l'espressione che usiamo qui per identificare in qualche misura l'ideologia seguita dall'ISIL- ha radici ben diverse: non contempla alcun quadro grandioso per far implodere gli Stati Uniti, e si basa per intero sul rancore, che nei sentimenti di una classe contadina sradicata e impoverita ha radici molto profonde. L'ideologia di Zarqawi si basa sull'idea diffusa tra i sunniti di aver perso prerogative, potere, controllo sullo stato e diritti acquisiti. A guidarla, un profondo desiderio di vendetta nei confronti degli "usurpatori". Questa ideologia mostra anche i toni carichi che sono propri di una guerra di classe in cui gli abitanti delle campagne sono schierati contro l'élite cosmopolita e ben ammanicata; soprattutto affonda le proprie radici in un odio bigotto nei confronti degli "altri", in particolare contro gli sciiti e contro l'Iran.
L'ideologia di Zarqawi ha messo radici in Iraq durante una guerra vera e propria e nelle "politiche del sangue" locali così com'erano, non nei paradigmi globali di Bin Laden. Ha tratto linfa da aspre lotte settarie culminate nella pulizia etnica di Baghdad e nell'umiliazione dei sunniti, cacciati dal potere e congedati spicciativamente dall'esercito. Di conseguenza i sunniti siriani che combattevano l'occupazione in Iraq (la maggior parte dei combattenti siriani e palestinesi faceva capo ai gruppi di Zarqawi) ha poi trasmesso la concezione di Zarqawi anche al già rancoroso ed incattivito hinterland di Homs e di Hama.
La dottrina di Zarqawi si caratterizza soprattutto per il fatto di aver fatto proprio uno wahabismo intollerante che pretende di rimettere al suo posto un Islam ormai "deviato" tramite la lama delle spade. Si deve purificare l'Islam fino a ridurlo espressione di un'unica voce, di una sola autorità, di una sola leadership. La rifondazione della legge sacra e dello stato islamico passano da questa purificazione e seguono un percorso intriso di una deliberata mancanza di scrupoli.
Ci sono quattro cose che fanno di Zarqawi un'altra cosa rispetto ad Al Qaeda. Primo, l'ostinato rifiuto ad accettare la convenzionale interpretazione storica su come si è formato lo stato islamico. Nel revisionismo storico di Zarqawi sono stati "studiosi combattenti", con i loro seguaci in armi, a combattere in nome dell'Islam e a fondare lo stato Islamico. Questa non è un'interpretazione convenzionale.
In secondo luogo, l'ideologia di Zarqawi ha fatto proprio il puritanismo wahabita, ma rompe ogni rapporto con lo wahabismo dal momento che nega, in modo autenticamente rivoluzionario, ogni legittimazione al regno saudita. I sauditi sono delegittimati come fondatori dello Stato Islamico, come custodi dei luoghi sacri e come autorità interpretatrice del Corano. L'ISIL avoca a sé tutte e tre le prerogative perché si considera esso stesso lo Stato. Il rifiuto di tutti gli aspetti dell'autorità temporale e religiosa sunnita è completo.
Nonostante Zarqawi concordi con Azzam nel considerare l'implosione degli Stati Uniti come uno dei massimi obiettivi, l'ISIL nella pratica osserva la realtà politica contemporanea nell'ottica dell'emigrazione dell'Inviato dalla Mecca, della sua lotta coi cittadini meccani e alla luce dell'interpretazione che l'ISIL adotta della guerra violenta di cui fu protagonista il primo califfo Abu Bekr.
Dal punto di vista simbolico, questo è molto importante. La battaglia di Uhud con l'esercito meccano segno il momento in cui il progetto musulmano dell'Inviato rischiò di fallire. Lo scacco dell'ISIL e della sua "divina missione" in Siria ne viene considerato l'equivalente simbolico, una Uhud dei giorni nostri. La ritirata dell'ISIL dalla Siria viene considerata da molti come un regresso esistenziale del progetto sunnita nella sua interezza.

Il nuovo nemico, la Repubblica Islamica dell'Iran

In questa allegoria chi è che oggi sta al posto dei meccani? Non l'AmeriKKKa, ma l'Iran. Ad una prima lettura è il "nemico lontano" a venire in mente, ma il simbolismo punta con certezza al nemico prossimo, che è l'Iran.
Nell'Iraq di oggi è chiaro che l'ISIL pensa di aver già superato la prima fase verso il consolidamento dello Stato Islamico, che è costituita da operazioni vessatorie il cui scopo è quello di costringere il nemico a sparpagliare le proprie forze in misura superiore a quella consentita dalle risorse disponibili.
Ma di nuovo sorge la domanda: a quale nemico sta pensando l'ISIL? L'ISIL non lo dice chiaramente; in compenso lo fanno i leader politici dei paesi del Golfo, quando dicono agli occidentali che se solo si togliessero di mezzo Bashar al Assad e Nouri al Maliki tutti i problemi sarebbero risolti e si avrebbe la pace in Medio Oriente. Guarda caso, entrambi vengono percepiti come degli ostacoli all'egemonia dei sunniti nella regione. 
Oggi come oggi l'ISIL considera l'Iraq e la Siria orientale come la seconda fase, quella del "controllo delle efferatezze" sul percorso che conduce al consolidamento del califfato, che rappresenta la terza fase. Cosa significa questo, e che cosa implica per gli avvenimenti a breve termine?
L'espressione "controllo delle efferatezze" viene spiegata per esteso nella trattazione Abu Bakr Naji e fa riferimento allo iato che si crea tra la dissoluzione di un potere ed il consolidamento di un altro. In pratica, si dà per assodato che si verificheranno determinate condizioni di caos e che intanto che la bilancia pende ora da una parte ora dall'altra tra il vecchio potere ed il suo successore (rappresentato dallo Stato Islamico) i territori disputati verranno sconvolti dalla violenza.

La costruzione di una società combattente

In questo periodo di tempo, secondo la sua stessa produzione letteraria, l'ISIL perseguirà obiettivi limitati; cercherà di arrivare a condizioni di sicurezza interne e di conservarle, di tracciare frontiere definite, di nutrire la popolazione, di porre in vigore la legge sacra e la giustizia islamica, e soprattutto di definire le basi di una società combattente ad ogni livello all'interno della comunità.
Secondo Il controllo delle efferatezze in questa fase la sicurezza imporrà l'eliminazione delle spie; "queste prove ed altri sistemi serviranno ad intimorire gli ipocriti, a costringerli a reprimere quell'ipocrisia che diventerà per loro motivo di preoccupazione, a tenere per se stessi le loro opinioni disfattiste, e a sottomettersi a quanti sono rivestiti d'autorità, finché la loro malvagità non verrà esposta alla luce". Possiamo attenderci che nel prossimo futuro questi saranno gli obiettivi dell'ISIL.
In altre parole, nulla fa pensare che una marcia su Baghdad sia imminente, nonostante il Da'ish insista su questo punto. Si dovrà prima attendere che la zona già conquistata sia posta in sicurezza, e che ne vengano controllate le frontiere.

Il saccheggio delle risorse finanziarie

Questa stessa fase è anche detta "del saccheggio delle risorse finanziarie" necessarie alla messa in atto del progetto. Questo significa che l'ISIL ha tra i suoi obiettivi quello dell'autosufficienza finanziaria. In Siria, ha perseguito questo obiettivo in maniera esplicita occupando campi petroliferi, impossessandosi dei depositi di armi del "Libero" Esercito Siriano, la vendita ai turchi di molte delle infrastrutture industriali di Aleppo e della Siria del nord).
Al momento attuale l'ISIL non sta contestando militarmente la presa di Kirkuk da parte dei peshmerga; Kirkuk dispone comunque di ingenti risorse petrolifere e c'è da pensare che sia solo questione di tempo prima che il Da'ish cerchi di impossessarsi di una così ovvia fonte di approvvigionamento; in Siria, ha combattuto contro altri gruppi jihadisti per assicurarsi il controllo delle risorse petrolifere di Raqqa.
Questa seconda fase, caratterizzata dal controllo delle violenze nel vuoto di potere che viene a crearsi finché lo Stato Islamico non si è consolidato, segna il malaugurato inizio del "massacro del nemico e dello scatenamento del terrore". La letteratura precisa che chiunque abbia davvero fatto l'esperienza di un conflitto, al contrario di chi si è limitato a teorizzarlo, comprende come i massacri e l'incutere paura nei cuori nemici siano cose che fanno parte della natura della guerra.
A questo proposito si citano i compagni dell'Inviato, che "bruciavano (la gente) con il fuoco, anche se si tratta di un gesto odioso, perché sapevano quali sono gli effetti della cruda violenza quando c'è necessità di farvi ricorso"

Pietà l'è morta

Secondo l'autore de Il controllo delle efferatezze si deve essere inflessibili. Mostrarsi cedevoli significa fallire: "i nostri nemici non avranno pietà nei nostri confronti; siamo così costretti a fare in modo che ci pensino mille volte prima di attaccarci".
Qui, notiamo il secondo concetto chiave dell'ideologia di Zarqawi, che è rappresentato dalla lettura che l'ISIL fa delle campagne militari condotte dal primo califfo. Questa lettura privilegia e cerca di legittimare la necessità di ricorrere alla "violenza cruda" durante il periodo di interregno in cui il potere islamico non è ancora pienamente consolidato. E' esistito un momento, subito dopo la morte dell'Inviato, in cui varie tribù arabe rifiutarono di pagare la zakat ad Abu Bakr, mentre l'avevano versata quando l'Inviato era in vita, attenendosi (secondo la tradizione araba prevalente) ai propri costumi tribali, secondo cui la fedeltà tribale all'Inviato era naturalmente venuta meno con la sua morte. Seguirono le brutali Guerre della Ridda, della apostasia.
Di significativo in questo caso c'è anche il significato stringente attribuito al vocabolo apostasia; il Da'ish si attiene a questa definizione.
In breve, le decapitazioni e le altre violenze praticate dall'ISIL non sono dovute ad un qualche folle, estroso fanatismo; fanno parte di una strategia deliberata e meditata. La strategia militare seguita dall'ISIL in Iraq non è qualcosa di spontaneo, e neppure segno di avventurismo populista; essa riflette una pianificazione militare professionale ed accurata.
Gli atti di violenza sembrano casuali, ma invece hanno il preciso scopo di incutere terrore e di fiaccare la psicologia di un popolo, che è proprio quello che il Da'ish è già a riuscito a fare con parecchi degli abitanti di Baghdad. Sono molto preoccupati, ed è comprensibile.

Una politica di polarizzazione

L'ISIL sta cercando di aumentare la pressione sulla popolazione della città cercando di prendere il controllo delle fonti di carburante (la raffineria di Baiji) e delle riserve d'acqua (il bacino di Haditha). La manifesta intenzione del Da'ish, oggi a Baghdad come ieri in Siria, è quella di polarizzare la popolazione. L'autore di Il controllo delle efferatezze scrive in proposito:
"In questo caso, con polarizzazione, intendo indicare il coinvolgimento delle masse nello scontro, in modo che si crei una polarizzazione nel popolo inteso nella sua interezza. Un gruppo seguirà la parte di chi sta con il vero, un altro quella di chi sta con il falso, un terzo gruppo rimarrà neutrale, in attesa dell'esito dello scontro in modo da schierarsi col vincitore. Dobbiamo attirarci le simpatie di questo gruppo e farlo sperare nella vittoria dei credenti, soprattutto perché questo terzo gruppo ha un'importanza decisiva per le fasi conclusive della lotta in corso. Trascinare le masse nello scontro richiede azioni di quelle che infiammano gli oppositori, e che costringeranno la gente a prendere parte alla lotta, volente o nolente; in questo modo, ciascuno si unirà alla parte che ha deciso di sostenere. Dobbiamo fare in modo che lo scontro sia molto violento; si deve essere sempre a un niente dalla morte, cosicché i due gruppi capiscano che partecipare allo scontro significa spesso andare incontro alla morte. Questa è una motivazione potente per costringere i singoli a scegliere di combattere a fianco di chi sta con il vero, in modo da morire dalla parte giusta; sempre meglio che morire per chi difende il falso, perdendo così questo mondo e quello di là".
Abu Bakr Naji, Il controllo delle efferatezze
E' verosimile che il governo iracheno si trovi a dover far fronte ad una strategia di questo genere. Nouri al Maliki si sta dando da fare per mettere insieme e per preparare un grande esercito sciita. Soprattutto, per prima cosa dovrà cercare di porre fine al momento favorevole da cui sta traendo vantaggio l'ISIL; spera di rompere l'incantesimo del Da'ish, che gli ha permesso di irretire tanta parte della popolazione sunnita nel corso della sua massiccia avanzata in Iraq, infliggendo all'ISIL una dura sconfitta militare.
Al Maliki ha intanto messo in conto di riprendere Tikrit; cacciare l'ISIL da Mossul è cosa molto più difficile, cui si penserà in seguito. Coloro che ricordano l'assedio del campo Naher al Barad nel nord del Libano ricorderanno che l'esercito libanese impiegò tre mesi e mezzo, con la perdita di più di trecento uomini, per cacciare da questo campo profughi palestinese non più di un centinaio di jihadisti duri, del tipo schierato dall'ISIL. Il Naher al Barad è uscito da questa vicenda letteralmente distrutto.
Il successo o il fallimento della difesa di al Maliki contro il Da'ish avrà le sue conseguenze sulla polarizzazione. Un uso eccessivo della forza, un numero di perdite civili troppo alto, un uso spropositato delle armi pesanti farà propendere la popolazione sunnita per il Da'ish. L'eccesso opposto rischia di giovare ancora di più alla già grossa reputazione dell'ISIL.
C'è anche il rischio concreto che il conflitto diventi una guerra polarizzata tra sunniti e sciiti; un risultato che Al Maliki deve evitare, su esortazione dell'Iran. In questo caso la prima cosa da fare sarà proteggere i santuari sciiti. L'Iran non vuole rimanere direttamente coinvolto negli scontri, e neppure ne ravvisa la necessità per come le cose sono messe in questo momento. Cercherà comunque di continuare a fornire all'Iraq, in modo poco evidente, sostegno e informazioni.
Con la solita sfrontatezza cialtrona, i mass media del mainstream schierati a favore dell'interventismo liberale stanno divulgando una narrativa facilona in cui la mobilitazione difensiva delle milizie sciite irachene non presenta differenze sostanziali rispetto a quello che va facendo l'ISIL.
L'adozione di una narrativa del genere riflette la profondità con cui il discorso dei sunniti intesi come vittime diseredate è stato fatto proprio senza critiche dall'Occidente, al punto da fare da giustificativo per lo jihadismo takfiri. Riflette anche la poca o nessuna comprensione che gli occidentali hanno del pericolo che l'ISIL rappresenta.
In Libano, l'ISIL ha appena dichiarato guerra. I suoi successi, a meno che qualcuno non lo fermi immediatamente, faranno da ispirazione per i giovani di tutto il mondo musulmano.  Il terreno è stato ben preparato: i canali radiotelevisivi di ispirazione salafita trasmettono ventiquattro ore al giorno e ci sono campagne di pubbliche relazioni sempre più estese sui media sociali; tutte cose diffuse in tutto il Medio Oriente e anche in un'Africa che ad esse si mostra sempre più ricettiva.
Da quanto sta succedendo in Iraq dipendono molte cose.