giovedì 30 ottobre 2014

Firenze: Giovanni Donzelli, un decalogo in arabo e l'irrigidamento delle pene.


Dopo il 2012, il collasso del più grande partito "occidentalista" della penisola italiana si è lasciato dietro qualche rimasuglio propagandistico e un certo numero di formazioni politiche, mangiate vive dai litigi, dalla giustizia penale e dagli insuccessi elettorali.
Una di queste è rappresentata in Toscana da Giovanni Donzelli, l'elegante diplomato ben noto ai nostri lettori per le continue prove di disumanità e di incompetenza con cui onora nel più adeguato dei modi il proprio mandato di rappresentanza.
Le prossime consultazioni elettorali si avvicinano. Gli "occidentalisti" in Toscana sono sempre stati minoranza ma visti gli ultimi rovesci patiti anche in terre meno ostili (il "partito" di Giovanni Donzelli ha appena ottenuto l'uno per cento dei suffragi a Reggio Calabria, che non è Karl Marx Stadt) il rischio è quello della scomparsa pura e semplice.
Per Giovanni Donzelli lo spettro dell'ufficio circoscrizionale per l'impiego sta palesandosi con minacciosa concretezza. La prospettiva, quella di dover affrontare più prima che poi una lotta a coltello con un mondo reale e con un mercato del lavoro poco propensi alla tenerezza con i parassiti da ente pubblico e con i diplomati ben vestiti.
Tocca inventarsi qualcosa.
Già che c'è, Giovanni Donzelli di cose se ne inventa dieci.
Un decalogo diretto agli "stranieri", esplicitamente destinato ad insegnar loro come si sta al mondo.
Il solo fatto che un suddito del paese dove mangiano spaghetti si ritenga moralmente in diritto di impartire dettami a chicchessia è già sufficiente a destare in chi scrive una reazione piuttosto divertita. Il ridicolo come vocazione, si fa notare in altre sedi
Tanto basterebbe.
Poi c'è il fatto che le dieci righe del testo sono intrise di quell'islamofobia c'a'pummarola 'n coppa cui l'occidentalame toscano continua ad aggrapparsi con la stolidità che appartiene ai grandi, con i risultati che tutti conoscono.
Terzo, dopo aver statuito che imparare la lingua maggioritaria nello stato che occupa la penisola italiana "è fondamentale per potersi far comprendere e dimostrare volontà di integrazione", Giovanni Donzelli si fa comprendere  (e dimostra volontà di integrazione) affermando che il suo "partito" chiede anche un irrigidamento delle pene.
Io irrìgido, tu irrìgidi, egli irrìgida.
Irrigidato, irrigidare.
In ultimo, dicono le gazzette che il testo sarebbe stato tradotto anche in arabo.
Non si dispone di alcun dato che attesti la conoscenza della lingua araba da parte di Giovanni Donzelli, presumibilmente costretto a rivolgersi a qualche traduttore; chissà che poi in tipografia non gli abbiano fatto qualche scherzo anche stavolta.
L'altra possibilità è che abbia cercato soccorso presso il signor Google ed il suo più che incerto servizio di traduzione automatica. Chissà come se l'è cavata a rendere l'espressione "la donna non si tocca nemmeno con un fiore".
Qui occorre anche qualche precisazione.
Il "partito" di Giovanni Donzelli non ha mai nascosto ad alcun livello la propria simpatia per l'assetto autoritario che lo stato che occupa la penisola italiana assunse per oltre vent'anni nel XX secolo. All'epoca, il delitto d'onore godeva ampia approvazione sociale; quando roba del genere arrivava in tribunale, ammesso e non concesso che ci arrivasse, era sanzionata con pene lievi. Nell'assetto repubblicano, la situazione è rimasta sostanzialmente la stessa fino al 1981 e nessuna fonte fa pensare che il "partito" di Giovanni Donzelli o più in generale il suo areale di riferimento si siano particolarmente distinti per impegno su questo tema, magari chiedendo un irrigidamento delle pene.

L'idea di Donzelli sarebbe quella di prendere qualche risma di questa roba e di andare persino a distribuirla in giro.
Visti certi precedenti come quello in cui venne cacciato a schiaffi da un negozio sotto gli occhi delle televisioncine, c'è da credere che la cosa avrà poco séguito.

sabato 25 ottobre 2014

Pepe Escobar - La complessa situazione di Kobané



Traduzione da Asia Times.

Le coraggiose donne di Kobané, che è una località in cui i curdi siriani stanno lottando con la forza della disperazione contro lo Stato Islamico, saranno presto tradite dalla "comunità internazionale".
Oltre che contro i cialtroni del califfo Ibrahim, queste donne stanno combattendo anche contro gli infidi progetti degli Stati Uniti, della Turchia e di chi governa il Kurdistan iracheno. Qual è la vera posta in gioco a Kobané?
Occorre che iniziamo parlando della regione del Rojava. La portata del termine Rojava, che indica le tre provincie settentrionali della Repubblica Araba di Siria in cui i curdi sono maggioranza, è spiegata nel dettaglio in questo editoriale in lingua turca scritto da Kenan Kirkaya, un attivista detenuto. Kirkaya afferma che nel Rojava è nato un "modello rivoluzionario" che rappresenta nientemeno che la sfida alla "egemonia del sistema capitalista e dello stato-nazione" e che supera di molto la portata regionale "che esso ha per i curdi, per i siriani o per il Kurdistan".
Kobané è una cittadina agricola che si è trovata al centro di un esperimento democratico non violento reso possibile da un accordo stilato all'inizio della tragedia siriana fra Damasco e il Rojava: voi vi impegnate a non rovesciare il governo, noi vi lasciamo in pace. Qui, per esempio, si sostiene che "se anche un solo aspetto di autentico socialismo riuscisse a sopravvivere qui, milioni di diseredati arriverebbero a Kobané".
Nel Rojava si prendono decisioni nelle assemblee popolari, che sono multiculturali e multireligiose. Le tre più alte cariche in ciascun comune sono coperte da un curdo, da un arabo e da un assiro o da un cristiano armeno; almeno uno dei tre deve essere una donna. Le minoranze non curde hanno istituzioni proprie e parlano la propria lingua.
In mezzo ad un turbinio di assemblee di donne e di giovani, esiste anche un esercito femminista la cui fama è in crescita, la milizia stellata dell'Unione delle Donne Libere; la stella sta a simboleggiare la dea mesopotamica Ishtar.
I riferimenti grafici dei simboli non potrebbero essere più chiari. Le forze di Ishtar della Mesopotamia combattono quelle di Isis, dea egiziana diventata ora un califfato intollerante. All'inizio del ventunesimo secolo, le donne sulle barricate di Kobané sono la prima linea che combatte contro il fascismo.
Per forza di cose ci sarebbero alcuni punti in cui quello che sta accadendo nel Rojava si incrocia con la vicenda delle Brigate Internazionali che combatterono il fascismo in Spagna nel 1936; lo sottolinea uno dei pochissimi articoli sull'argomento pubblicati dal mainstream occidentale.
Se questi punti in comune non fossero abbastanza per far dare di matto gli wahabiti ed i takfiri, la loro profonda intolleranza e i loro potenti spalleggiatori del Golfo con tutti i loro petrodollari, c'è anche la situazione politica generale.
La guerra nel Rojava è condotta essenzialmente dal PYD, che è il braccio siriano del PKK turco, la formazione guerrigliera di ispirazione marxista in guerra contro Ankara sin dagli anni Settanta del passato secolo. Washington, Bruxelles e la NATO, sotto continue pressioni turche, hanno sempre considerato ufficialmente come terroristi sia il PYD sia il PKK.
Una lettura attenta del fondamentale scritto del leader del PKK Abdullah Ocalan intitolato Confederalismo democratico conferma il fatto che l'etichetta di terroristi o di stalinisti è priva di qualunque fondamento (Ocalan è confinato sull'isola prigione di Imrali dal 1999).
Il PKK e il PYD stanno lottando per il "municipalismo libertario". Di fatto, quello che nel Rojava si sta cercando di realizzare; comunità che si autogovernano applicando la democrazia diretta, usando come organi fondamentali i consigli, le assemblee popolari e le cooperative di lavoratori e affidando la propria difesa a milizie popolari. Il Rojava costituisce l'avanguardia di un movimento fautore di un sistema economico e democratico basato sulla cooperazione, il cui obiettivo di fondo sarebbe il superamento del concetto di stato-nazione.
Nel nord della Siria non è in corso soltanto un esperimento politico. Dal punto di vista militare sono stati il PKK e il PYD a soccorrere concretamente decine di migliaia di yazidi spinti dallo Stato Islamico a rifugiarsi sul monte Sinjar, e non le bombe ameriKKKane come ci hanno raccontato. Adesso, come spiega il co-presidente del PYD Asya Abdullah, quello che serve è un "corridoio" per rompere l'assedio che i cialtroni del califfo Ibrahim hanno stretto attorno a Kobané.

Nel frattempo ad Ankara sembrano intenzionati a proseguire con la politica del "quanti problemi abbiamo con i nostri vicini".
Per il Ministro della Difesa turco Ismet Yilmaz "il principale colpevole dell'esistenza dello Stato Islamico è il governo siriano". Il Primo Ministro Ahmet Davutoglu, che si era inventato la ormai defunta dottrina del "nessun problema con i nostri vicini" ha affermato più volte che Ankara invierà a Kobané truppe di terra per difendere i curdi solo se Washington presenterà "un piano per il dopo Assad".
E poi c'è quel sempiterno pesonaggio che non muore nemmeno se lo ammazzi, il Presidente turco Tayyip Erdogan, in arte sultano Erdogan.
Gli editti del sultano Erdogan li conoscono tutti. A sentir lui i curdi siriani dovrebbero combattere contro Damasco rimanendo agli ordini di quell'accrocchio di cartapesta che è il ricostituito "Libero" Esercito Siriano, che tra tutti i posti che ci sono dovrebbe essere addestrato in Arabia Saudita. Dovrebbero poi fare a meno dell'autonomia e accettare senza tante discussioni che la Turchia richieda a Washington di instaurare una no-fly zone sui cieli della Siria e anche una zona cuscinetto al confine, in territorio siriano. Sia Washington che il PYD hanno ovviamente respinto tutte queste pretese.
Per il sultano Erdogan, ora l'essenziale è iniziare da capo il processo di pace col PKK, e iniziarlo da capo da una posizione di forza. Fino ad oggi l'unica concessione che ha fatto è stato consentire ai peshmerga del Kurdistan iracheno di entrare nel nord della Siria, per controbilanciare le milizie del PYD e del PKK e fare in modo che l'asse antiturco messo in piedi dai curdi non si rafforzi ulteriormente.
Allo stesso tempo, il sultano Erdogan sa benissimo che lo Stato Islamico ha già reclutato quasi un migliaio di cittadini turchi, e che il loro numero continua ad aumentare. Il suo incubo ulteriore è che il miscuglio tossico che avvelena il Syraq, più prima che poi, finisca per riversarsi all'interno delle frontiere turche.

I gaglioffi del califfo Ibrahim hanno già fatto sapere per telegramma espresso che sono intenzionati a massacrare e/o a ridurre in schiavitù tutta la popolazione civile di Kobané. Il fatto è che Kobané come tale non ha alcun valore strategico per lo Stato Islamico: lo ha detto anche il Segretario di Stato John Kerry la settimana scorsa, prima di rimangiarsi tutto il discorso come al solito. Ci sono comandanti del PYD dotati di buoni argomenti che ne sanno molto di più sullo Stato Islamico e sulla sua minaccia. 
Kobané non è affatto fondamentale se la paragoniamo a Deir ez Zor dove esiste un aeroporto che rifornisce l'Esercito Arabo siriano o a Hasakah dove ci sono campi petroliferi controllati dai curdi col sostegno dello stesso esercito. A Kobané non ci sono né il petrolio né aeroporti.
Il fatto è che la caduta di Kobané rappresenterebbe un successo mediatico molto rilevante per la ditta del califfo, che da questo punto di vista è già molto ben messa. Il successo rafforzerebbe l'idea che quella dello Stato Islamico sia la parte vincente, soprattutto fra le nuove potenziali reclute cittadine dell'Unione Europea. Al tempo stesso gli consentirebbe di stabilire una base solida molto vicino alla frontiera turca.
Nell'essenza, il sultano Erdogan sta combattendo nel lungo termine Damasco e nel medio termine i curdi, mentre nell'immediato dà allo Stato Islamico carta bianca. Sempre a questo proposito il giornalista turco Fehim Tastekin ha ragione: addestrare l'inesistente "ala moderata" dei ribelli siriani in quel monumento di democrazia che è l'Arabia Saudita non farà che a pakistanizzare la Turchia. Di nuovo, si ripropone lo scenario della jihad afghana degli anni Ottanta.
Come se non bastasse tutto questo casino, Washington ha cambiato le carte in tavola e dopo aver voltato casacca sul conto della propria dogmatica sui "terroristi" mantiene adesso una entente cordiale con il PYD. Una preoccupazione in più, per il sultano Erdogan.
L'abboccamento tra Washington e il PYD è ancora in pieno corso d'opera, come testimoniano alcuni eventi sul terreno: ci sono più bombardamenti statunitensi e più rifornimenti con gli aviolanci, alcuni dei quali grossolanamente falliti col risultato che a far scorta di armi nuove sono i cialtroni del califfo.
C'è un fatto importante che non andrebbe sottovalutato. Mentre il PYD veniva più o meno "riconosciuto" da Washington, il suo capo Saleh Musilm ha incontrato lo scaltro capo del governo regionale del Kurdistan iracheno Massoud Barzani. In quell'occasione il PYD ha promesso ai peshmerga di Barzani una sorta di cogestione nel controllo del Rojava.
I curdi siriani che sono stati costretti ad abbandonare Kobané e a prendere la via dell'esilio alla volta della Turchia sostengono il PYD e non possono ritornare in Siria; i curdi iracheni invece possono farlo eccome. Questo losco accordo è stato stretto con i buoni uffici del capo dei servizi del kurdistan iracheno Lahur Talabani. E' fondamentale sapere che il governo del Kurdistan iracheno ha ottimi rapporti con Ankara.
La cosa getta ulteriore luce sul gioco di Erdogan. Erdogan vuole che i peshmerga, fieri nemici del PKK, assumano il ruolo di avanguardie contro lo Stato Islamico e indeboliscano l'alleanza tra PYD e PKK. Ancora una volta, la Turchia sta mettendo i curdi gli uni contro gli altri.
A sua volta Washington sta manipolando la questione di Kobané per legittimare, nel filone delle intromissioni umanitarie in casa altrui, la propria crociata contro lo Stato Islamico. Non ci si stancherà mai di ricordare che tutto è cominciato con il battage mediatico di Washington su un fantomatico gruppo del Khorasan che stava preparando un nuovo Undici Settembre. Il Khorasan, com'era prevedibile, è sparito dai notiziari.
Alla lunga il gioco di potere messo in piedi dall'AmeriKKKa rappresenta una seria minaccia per l'esperimento di democrazia diretta in corso nel Rojava, che Washington non può che interpretare come un ritorno del comunismo. Per l'amor d'Iddio...!
Kobané è una pietra miliare essenziale nel gioco spietato in cui Washington fa da burattinaio, insieme ad Ankara e ad Erbil. Nessuno dei protagonisti vuole che l'esperimento democratico di Kobané e del Rojava prosperi, si espanda e inizi a far parlare di sé nel Sud del mondo. Le donne di Kobané corrono il pericolo mortale di finire, se non schiave, amaramente tradite.
Le previsioni sono ancora più nere se si pensa che lo Stato Islamico considera Kobané per quella che è nella sua essenza: un diversivo tattico, una trappola per il governo Obama. I cialtroni del Califfo in realtà puntano alla provincia irachena di Anbar, che peraltro è già in gran parte sotto il loro controllo, e alla conurbazione di Baghdad. I barbari sono alle porte. Anche a quelle di Baghdad, non solo a quelle di Kobané.

giovedì 23 ottobre 2014

La Nuova Guinea è uno stato africano. Lo giura il Corriere Fiorentino, quello d'i'ddegràdo, dell'insihurézza, d'i'tterrorismo e dell'Islàmme.


Il Corriere Fiorentino è una garanzia, come "La Nazione".
Mai azzardare paragoni: quelli del Corriere Fiorentino quando parlano dell'insihurézza, d'i'ddegràdo, d'i'tterrorismo e dell'islàmme lo fanno con serietà, obiettività e preparazione.
Sicché se Jacopo Storni scrive che le donne hanno la prostata, gli si deve credere senza tante discussioni.
E se Giulio Gori giura che la Nuova Guinea è in Africa, anche. 
Dopo l'anatomia, la geografia politica: era ora che qualcuno pensasse a svecchiare discipline ormai sclerotizzate abolendo pastoie legali ed assistenzialismo, e introducendo meritocrazia e più mercato.

sabato 18 ottobre 2014

Lo Stato Islamico avanza in Medio Oriente, a Firenze avanzano i crocifissi: Enrico Nistri lancia la Crociata dal Corriere Fiorentino.



Con custodi come questo, l'Occidente cristiano non ha alcun bisogno di nemici.

Nel 2009 il Corriere Fiorentino fece un po' di pubblicità ad un certo Guido Scatizzi, che finì sulle gazzette per aver preteso che nell'aula della scuola secondaria che frequentava venisse esposto un simbolo religioso cattolico.
Un crocifisso.
Mancava un crocifisso appeso al muro.
Materia gravissima, gazzettina dixit.
E quando gazzettina sentenzia e statuisce, bisogna stare molto attenti.
Nulla di peggio che deriderla e schernirla come merita, lei e i suoi vicegazzettieri. La "libera stampa" è molto permalosa e basta un niente per ritrovarsi qaedisti ad honorem, magari con segnalazione informale alla polizia politica; d'altro canto la relazione tra "occidentalisti" e principio di realtà tende a zero, al pari del loro senso del ridicolo.

Come follow up, la stessa gazzetta presenta lo stesso tema nel 2014, variandone appena l'ambientazione.
Sommerso dal lavoro frenetico imposto dalla sua posizione di altissima responsabilità, il rettore dell'Università di Firenze ha preso l'iniziativa di ordinare un censimento dei crocifissi esposti negli ambienti universitari. Pare ci sia da prender tempo, perché qualcuno che dispone di dati realistici e concreti su quanto cristiano sia l'"Occidente" contemporaneo, con particolare riguardo alla sua vita politica e sociale, ha chiesto che si faccia finita con certe recite e che i crocifissi vengano rimossi.
Anche stavolta la materia non può assolutamente essere ignorata; gazzettina dixit.
E quando gazzettina sentenzia e statuisce, occorre qualche vicegazzettiere presuntamente competente che produca qualche editoriale da imporre come Editto pel Bon Governo.
Non sono andati a cercare lo Scatizzi, nel frattempo sparito chissà dove; dopo l'abdicazione di Joseph Ratzinger la schiatta gazzettesca degli "atei devoti" e dei crociati da operetta di ogni ordine e stipendio ha visto considerevolmente ridursi lo spazio mediatico a disposizione, e sperabilmente anche i conseguenti (e soprattutto ipotetici) redditi.
A nome Guido Scatizzi esiste una schedatura sul Libro dei Ceffi da cui traiamo la foto qui sopra; il perché lo si capirà a fine lettura.
Il compito di presentare come argomento fondamentale per la vita sociale a Firenze la questione dei crocifissi all'Università è stato affidato ad un Enrico Nistri di cui troviamo un ritratto piuttosto divertito proprio su quella "Riscossa Cristiana" su cui "scrive" anche Scatizzi. "Riscossa Cristiana" ne recensisce astiosamente un vecchio scritto e lo tratta un po' da mosca cocchiera di quei fenomeni partitici che hanno portato a venti anni di successi elettorali "occidentalisti". Secondo i dati biografici reperibili Enrico Nistri sarebbe uno "Storico, giornalista, insegnante di storia e letteratura". La stessa fonte elenca sedi e gazzette tali da far pensare che Enrico Nistri non possa neppure ipotizzare di allontanarsi dagli ambienti "occidentalisti" di più stretta osservanza.
Se pensiamo che come storico, giornalista, insegnante di storia e letteratura ha scritto quanto segue e che pretende anche di essere preso sul serio, si capisce anche il perché.
L'Occidente cristiano vive in una situazione drammatica, di cui come ci ammoniva Oriana Fallaci facciamo finta ancora di non renderci conto. Il califfato dista almeno tre secoli in termini cronologici, ma soltanto poche centinaia di chilometri in senso geografico, e avanza sempre più, come inarrestabile, perché nessuno ha il coraggio di far impolverare gli anfibi nella sabbia del deserto ai nostri figli cresciuti a pane e nutella buonista. Una donna in Pakistan è stata condannata a morte per "blasfemia". Un suddito inglese è stato decapitato nel deserto dopo una condanna declamata in perfetto accento di Oxford. Non ci sono forse stati tanti martiri dai tempi di Diocleziano. Eppure noi facciamo la conta dei crocifissi. Senza pensare a quello che, nel mondo dell'arte, della letteratura, delle Università, il Crocifisso ha contato per noi. [Corriere Fiorentino, 18 ottobre 2014]
Il valore storiografico -e profetico- del collodio secreto da Oriana Fallaci è nullo.
Fine della questione.
Il Califfato è una forma di lotta militare e politica attualissima che, come ricorda tre righe più sotto lo stesso Nistri senza minimamente curarsi della contraddizione, dispone di personale competente in molti campi: ha anche un'efficacia mediatica molto più alta di quanto possa sperare l'occidentalame delle gazzettine, ridotto com'è a schierare in prima linea orientalisti tanto capziosi e preparati.
Forma di lotta militare e politica, il Califfato è attuale perché ricopre gli spazi fisici, geopolitici e sociali lasciati liberi dallo stato-nazione, il cui collasso in Medio Oriente è stato oltremodo incentivato dalle costanti intromissioni "occidentali" degli ultimi decenni, tutte benedette dalle gazzettine su cui Nistri scribacchia da trent'anni e che per altrettanto tempo hanno giurato sull'efficacia del democracy export effettuato con qualsiasi mezzo, dal missile da crociera alla "rivoluzione" più o meno colorata.
In sostanza lo storico Enrico Nistri vorrebbe dare ad intendere che un gruppo di sanguinari vestiti stranamente si è alzato una mattina e si è messo a decapitare questo e quello in nome dell'Inviato e dei suoi successori, magari approfittando delle circostanze per girare qualche filmato pubblicitario sulla bontà delle lame damascate. A questo punto è difficile non pensare con tenerezza agli allievi di un insegnante di storia e letteratura tanto competente.
Lo Stato Islamico conta su armamenti moderni catturati al "Libero" Esercito Siriano scopertamente rifornito dagli "occidentali" e rivelatosi un aggregato litigioso, per nulla rappresentativo e divorato dalle diserzioni. Per almeno tre anni carrettate di armi di ogni genere sono entrate nel territorio della Repubblica Araba di Siria per gentile concessione "occidentale": c'era da far fuori Assad e pazienza se la maggioranza del popolo siriano era filogovernativa prima della guerra, ed ha continuato ad essere filogovernativa anche a guerra in corso nonostante le caterve di menzogne e di idiozie pubblicate da tutte le gazzette più "autorevoli".
In queste condizioni si tratta di ben altro che di far impolverare gli anfibi a qualcuno, lo capisce chiunque non sia un mangiaspaghetti o un Enrico Nistri.
Nel 2003 lo stato che occupa la penisola italiana fece sì che ad un po' dei figli di Enrico Nistri fosse consentito impolverarsi gli anfibi. Sul loro rapporto con la Nutella e col "buonismo" (che è il vocabolo con cui la feccia "occidentalista" indica quelli che per le persone normali sono il raziocinio, la coerenza e la competenza) non si hanno dati sicuri, ma siamo ragionevolmente certi che non si tratti di variabili contestualmente rilevanti.
I risultati sono stati tali che ad oltre dieci anni dai fatti gli "occidentalisti" della penisola italiana permangono contriti per quanto successo a Nassiriya. Sorvolando con cura sul fatto che da altrettanto tempo, in un'area compresa tra il Mediterraneo e lo Shatt al-'Arab, c'è almeno una Nassiryia al giorno. Non che la distruzione del tessuto sociale del Medio Oriente e la situazione di guerra civile e convenzionale ormai endemica sia per intero da addossare a questi buoni a nulla ben vestiti, ma il loro piccolo, da bravi piccoli, lo hanno fatto con volenterosa e retribuita diligenza.
Su una cosa siamo d'accordissimo con Enrico Nistri; far assaggiare ad un po' di smidollati il concreto peso di qualche marcia sotto il sole non potrà che far loro bene.
Si torni alla foto in alto, che con ragionevole certezza ritrae Guido Scatizzi.
Enrico Nistri provveda a contattarlo, e dopo avergli chiesto come mai su "Riscossa Cristiana" lo hanno trattato così male, lo convinca a separarsi dalla Nutella con cui è cresciuto e parta assieme a lui per la zona d'operazioni.
Chissà che la sua competenza di storico non esca rafforzata dall'aver sentito che odore ha una ferita agli intestini.  

In fondo, se sono esistite una Crociata dei Fanciulli ed una Crociata dei Pezzenti, non si vede perché non debba esserci anche una Crociata dei Cialtroni.

martedì 14 ottobre 2014

Pier Paolo Pasolini - Profezia



A Jean-Paul Sartre, che mi ha raccontato
la storia di Alì dagli Occhi Azzurri


....Era nel mondo un figlio
e un giorno andò in Calabria:
era estate, ed erano
vuote le casupole,
nuove, a pandizucchero,
da fiabe di fate color
della fame. Vuote.
Come porcili senza porci, nel centro di orti senza insalata, di campi
senza terra, di greti senza acqua. Coltivate dalla luna, le campagne.
Le spighe cresciute per bocche di scheletri. Il vento dallo Jonio
scuoteva paglia nera
come nei sogni profetici:
e la luna color della fame
coltivava terreni
che mai l’estate amò.
Ed era nei tempi del figlio
che questo amore poteva
cominciare, e non cominciò.
Il figlio aveva degli occhi
di paglia bruciata, occhi
senza paura, e vide tutto
ciò che era male: nulla
sapeva dell’agricoltura,
delle riforme, della lotta
sindacale, degli Enti Benefattori,
lui - ma aveva quegli occhi.

Ogni oscuro contadino
aveva abbandonato
quelle sue casupole nuove
come porcili senza porci,
su radure color della fame,
sotto montagnole rotonde
in vista dello Jonio profetico.
Tre millenni passarono
non tre secoli, non tre anni, e si sentiva di nuovo nell’aria malarica
l’attesa dei coloni greci. Ah, per quanto ancora, operaio di Milano,
lotterai solo per il salario? Non lo vedi come questi qui ti venerano?
Quasi come un padrone.
Ti porterebbero su
dalla loro antica regione,
frutti e animali, i loro
feticci oscuri, a deporli
con l’orgoglio del rito
nelle tue stanzette novecento,
tra frigorifero e televisione,
attratti dalla tua divinità,
Tu, delle Commissioni Interne,
tu della CGIL, Divinità alleata,
nel sicuro sole del Nord.

Nella loro Terra di razze
diverse, la luna coltiva
una campagna che tu
gli hai procurata inutilmente.
Nella loro Terra di Bestie
Famigliari, la luna
è maestra d’anime che tu
hai modernizzato inutilmente. Ah, ma il figlio sa: la grazia del sapere
è un vento che cambia corso, nel cielo. Soffia ora forse dall’Africa
e tu ascolta ciò che per grazia il figlio sa. Se egli poi non sorride
è perchè la speranza per lui
non fu luce ma razionalità.
E la luce del sentimento
dell’Africa, che d’improvviso
spazza le Calabrie, sia un segno
senza significato, valevole
per i tempi futuri! Ecco:
tu smetterai di lottare
per il salario e armerai
la mano dei Calabresi.

Alì dagli Occhi Azzurri
uno dei tanti figli di figli,
scenderà da Algeri, su navi
a vela e a remi. Saranno
con lui migliaia di uomini
coi corpicini e gli occhi
di poveri cani dei padri
sulle barche varate nei Regni della Fame. Porteranno con sè i bambini,
e il pane e il formaggio, nelle carte gialle del Lunedì di Pasqua.
Porteranno le nonne e gli asini, sulle triremi rubate ai porti coloniali.
Sbarcheranno a Crotone o a Palmi,
a milioni, vestiti di stracci
asiatici, e di camicie americane.
Subito i Calabresi diranno,
come da malandrini a malandrini:
«Ecco i vecchi fratelli,
coi figli e il pane e formaggio!»
Da Crotone o Palmi saliranno
a Napoli, e da lì a Barcellona,
a Salonicco e a Marsiglia,
nelle Città della Malavita.
Anime e angeli, topi e pidocchi,
col germe della Storia Antica
voleranno davanti alle willaye.

Essi sempre umili
Essi sempre deboli
essi sempre timidi
essi sempre infimi
essi sempre colpevoli
essi sempre sudditi
essi sempre piccoli,
essi che non vollero mai sapere, essi che ebbero occhi solo per implorare,
essi che vissero come assassini sotto terra, essi che vissero come banditi
in fondo al mare, essi che vissero come pazzi in mezzo al cielo,
essi che si costruirono
leggi fuori dalla legge,
essi che si adattarono
a un mondo sotto il mondo
essi che credettero
in un Dio servo di Dio,
essi che cantavano
ai massacri dei re,
essi che ballavano
alle guerre borghesi,
essi che pregavano
alle lotte operaie...

… deponendo l’onestà
delle religioni contadine,
dimenticando l’onore
della malavita,
tradendo il candore
dei popoli barbari,
dietro ai loro Alì
dagli Occhi Azzurri - usciranno da sotto la terra per uccidere –
usciranno dal fondo del mare per aggredire - scenderanno
dall’alto del cielo per derubare - e prima di giungere a Parigi
per insegnare la gioia di vivere,
prima di giungere a Londra
per insegnare a essere liberi,
prima di giungere a New York,
per insegnare come si è fratelli
- distruggeranno Roma
e sulle sue rovine
deporranno il germe
della Storia Antica.
Poi col Papa e ogni sacramento
andranno su come zingari
verso nord-ovest
con le bandiere rosse
di Trotzky al vento...

lunedì 13 ottobre 2014

John Pilger - Yankee e britannici da Kissinger ad oggi: tutto ciò che vola, contro tutto ciò che si muove.



Traduzione da johnpilger.com.

Nel 1969 il Presidente Nixon ordinò un "massiccio" bombardamento della Cambogia. Mentre dava séguito agli ordini, Henry Kissinger disse "Tutto ciò che vola, contro tutto ciò che si muove". Barack Obama intraprende ora la sua settima guerra contro il mondo islamico da quando ha ricevuto il Nobel per la pace; il coro isterico sapientemente orchestrato e le menzogne fanno quasi rimpiangere l'onestà assassina di Kissinger.
Ho visto con i miei occhi le conseguenze sull'essere umano delle efferatezze per via aerea, vittime decapitate comprese, compresi i pezzi di corpi umani finiti a costellare alberi e campi. Anche stavolta non mi stupisce che si disprezzino la memoria e la storia. L'ascesa al potere di Pol Pot e dei suoi Khmer Rossi, che ha havuto molto in comune con lo Stato Islamico in Iraq e in Siria di oggi, è un esempio eloquente. Anche lo Stato Islamico è rimasto ad uno spietato medio evo ed ha cominciato come piccolo gruppo settario. Anche lo Stato Islamico è il risultato di un'apocalisse made in USA, stavolta ambientata in Asia.
A detta di Pol Pot, il suo movimento era formato da "meno di cinquemila guerriglieri male armati, senza una strategia definita, senza tattiche precise, dalla lealtà incerta e con pochi comandanti". Una volta che i B52 di Nixon e di Kissinger si furono messi al lavoro nel contesto della "Operazione Menu", quello che all'epoca era l'ultimo babau dell'Occidente non poté credere alla fortuna che gli era capitata.
Gli ameriKKKani sganciarono l'equivalente di cinque atomiche di Hiroshima sulle campagne cambogiane, nel periodo compreso fra il 1969 ed il 1973. Spianarono un villaggio dopo l'altro, ritornando a bombardare i cadaveri e le macerie. I crateri lasciarono mostruose catene di massacri; dall'aria ancora oggi è possibile vederli. Il terrore fu qualche cosa di inimmaginabile. Un ex ufficiale degli Khmer Rossi ha riferito che i sopravvissuti "agghiacciati, vagavano silenziosi per tre o quattro giorni. In preda al terrore e mezzo impazziti, erano pronti a credere a qualsiasi cosa gli venisse detta... E' stato questo a rendere così facile agli Khmer Rossi l'imporsi al popolo".
Secondo le stime di una commissione d'inchiesta organizzata dal governo finandese, nella guerra civile morirono circa seicentomila cambogiani; i bombardamenti rappresentarono "la prima tappa di un genocidio lungo dieci anni". Quello che era stato iniziato da Nixon e da Kissinger venne portato a compimento da Pol Pot, che aveva tratto vantaggio dal loro operato. Sotto le bombe, gli Khmer Rossi diventarono un temibile esercito di duecentomila combattenti.
Il passato e il presente dello Stato Islamico sono simili. L'invasione dell'Iraq condotta nel 2003 da Bush e Blair ha portato alla morte di settecentomila persone, in un paese che on aveva alcuna tradizione storica in materia di jihadismo. Questo, secondo l'assoluta maggioranza delle opinioni documentate in materia. I curdi erano arrivati ad accordi territoriali e politici, i sunniti e gli sciiti presentavano differenze settarie e di classe, ma vivevano in pace al punto che i matrimoni misti erano di uso comune. Tre anni prima dell'invasione attraversai tutto il paese in macchina senza alcun timore. In viaggio incontrai gente che era orgogliosa di essere irachena sopra ogni altra cosa, di condividere il retaggio di una civiltà che per loro sembrava una presenza tangibile.
Bush e Blair hanno ridotto in briciole tutto questo. L'Iraq ora è un nido di jihadisti. Al Qaeda, come gli "jihadisti" di Pol Pot, ha colto le occasioni che le sono state ammannite dall'impatto dello shock and awe e dalla guerra civile che lo ha seguito. I "ribelli" siriani sono stati qualcosa di anche più fruttuoso, con tutte le armi, il sostegno logistico e il denaro che hanno ricevuto dalla CIA e dai paesi del Golfo tramite linee clandestine che passavano attraverso la Turchia. Il fatto che sulla scena arrivassero anche combattenti stranieri era inevitabile. Un ex ambasciatore britannico, Oliver Miles, ha scritto di recente che "Il governo [Cameron] pare stia seguendo l'esempio di Tony Blair, che ignorò gli avvertimenti insistenti del Foreign Office, del MI5 e del MI6 sul fatto che la nostra politica in Medio Oriente, e soprattutto le nostre guerre, avevano tirato la volata al reclutamento di musulmani in Gran Bretagna in vista di azioni terroristiche sul suolo nazionale".
Lo Stato Islamico è figlio di quanti, a Washington e a Londra, hanno distrutto l'Iraq come stato sovrano e come sistema sociale ed hanno cospirato per commettere un crimine contro l'umanità di portata epica. Come Pol Pot e gli Khmer Rossi, lo Stato Islamico è il frutto mutante di uno stato di terrore instaurato dall'Occidente per mano di una venale élite imperialista per nulla timorosa delle conseguenze di azioni compiute in luoghi geograficamente e culturalmente tanto lontani. Nelle "nostre" società, simili attribuzioni di colpa sono persino impronunciabili.
Sono passati ventitré anni da quando questa strage infinita ha preso il via in Iraq, immediatamente dopo la Prima Guerra del Golfo; Stati Uniti e Gran Bretagna manipolarono il Consiglio di Sicurezza dell'ONU ed imposero sanzioni punitive al popolo iracheno; ironicamente, fu proprio questo a rafforzare Saddam Hussein sul piano interno. Fu come un assedio dei tempi medievali. Quasi tutto quello che serve al sostentamento di uno stato moderno venne, come si dice in gergo, "bloccato": dal cloro per rendere potabile l'acqua alle matite per la scuola, dai componenti per i macchinari a raggi X agli antidolorifici di uso comune fino ai farmaci efficaci contro forme di cancro prima sconosciute, portate con la polvere dei campi di battaglia del sud, contaminati dall'uranio impoverito.
Subito prima del Natale 1999, il Ministero per il Commercio e l'Industria a Londra impose restrizioni all'export dei vaccini che servivano a proteggere i bambini iracheni dalla difterite e dalla febbre gialla. Kim Howells, sottosegretario di stato nel governo Blair con delega ai rapporti con il parlamento, ne spiegò il motivo. "I vaccini per i bambini", disse, "potevano essere usati per fabbricare armi di distruzione di massa". Il governo britannico poté azzardare oscenità del genere perché i resoconti mediatici dall'Iraq, per la maggior parte manipolati dal Foreign Office, incolpavano Saddam Hussein di ogni cosa.
Nell'àmbito di un fittizio programma "umanitario" chiamato Oil for Food, ad ogni iracheno vennero assegnati cento dollari, con i quali doveva vivere per un anno intero. In questa cifra dovevano rientrare tutte le infrastrutture sociali e tutti i servizi essenziali come l'acqua corrente e l'energia elettrica. Il consigliere del Segretario Generale dell'ONU Hans Von Sponeck mi disse: "Pensa a che cos'è un'elemosina come quella a fronte della mancanza di acqua potabile, a fronte del fatto che la maggioranza dei malati non può permettersi le cure, al vero e proprio trauma rappresentato dal dover tirare avanti giorno per giorno, ed hai appena un'idea di quell'incubo. Senza dubbio tutto questo è qualcosa di voluto. In passato non ho mai voluto utilizzare la parola genocidio, ma adesso non posso farne a meno".
Disgustato, Von Sponeck diede le dimissioni da coordinatore umanitario delle Nazioni Unite in Iraq. Anche il suo predecessore Denis Halliday, un altrettanto esperto funzionario di alto livello dell'ONU, aveva a sua volta rassegnato le dimissioni. Halliday disse "Ho ricevuto l'incarico di mettere in opera una politca che si accorda con la definizione di genocidio: una politica deliberatamente attuata, che ha ucciso un milione abbondante di persone tra bambini e adulti".
Una ricerca dell'UNICEF mise in luce il fatto che tra il 1991 e il 1998, anno in cui l'embargo raggiunse il massimo, ci furono cinquecentomila morti "in eccesso" tra i bambini iracheni sotto i cinque anni. Un giornalista televisivo ameriKKKano lo fece presente a Madeleine Albright, ambasciatore statunitense alle Nazioni Unite, chiedendole "Ma ne vale la pena?". La Albright rispose "Pensiamo che ne valga la pena.".
Nel 2007 il funzionario superiore inglese responsabile delle sanzioni Carne Ross, noto come Mister Iraq, riferì ad un comitato parlamentare ristretto che "[i governi del Regno Unito e degli Stati Uniti d'AmeriKKKa] hanno di fatto negato a tutta la popolazione i mezzi per vivere". Quando intervistai Carne Ross tre anni dopo, lo trovai prostrato dal rimorso e dal pentimento: "Mi vergogno", disse. Oggi è uno dei pochi che dicono la verità sugli inganni dei governi, e sul come un media compiacente giochi un ruolo fondamentale nella diffusione e nel mantenimento delle menzogne. "Avremmo fornito [ai giornalisti] dei fattoidi preparati con cura dai servizi", disse, "oppure li avremmo semplicemente ignorati".
Il 25 settembre 2014 un titolo del Guardian recitava: "Davanti agli orrori dello Stato Islamico, dobbiamo passare all'azione". Questo dobbiamo passare all'azione è un fantasma che ritorna; significa che sarà messa la sordina a qualunque voce informata, ai fatti, agli eventi di cui si è fatto tesoro, ai rimorsi e alle vergogne. L'autore dell'articolo era Peter Hain; ai tempi di Toni Blair era ministro degli esteri e responsabile per l'Iraq. Nel 1998, quando Denis Halliday raccontò fino a che punto arrivavano le sofferenze del popolo iracheno di cui il governo Blair era uno dei principali responsabili, Hain lo maltrattò nel corso della trasmissione Newsnight della BBC, accusandolo di essere un "apologeta di Saddam". Nel 2003 Hain appoggiò, sulla base di palesi menzogne, l'invasione di un Iraq in ginocchio da parte di Blair. In un successivo incontro pubblico del Partito Laburista, liquidò l'invasione come "una questione marginale".
Ora, Hain vuole "attacchi aerei, droni, equipaggiamento militare e altri aiuti" per quanti "rischiano il genocidio" in Iraq ed in Siria. Tutto questo accelererà il raggiungimento di "una soluzione politica, che è d'obbligo". Obama, pensando alla stessa cosa, toglie quelle che definiva "restrizioni" ai bombardamenti statunitensi e agli attacchi con i droni. Questo significa che missili e bombe da cinquecento libbre possono sbriciolare le case dei contadini, proprio come fanno senza restrizioni nello Yemen, in Pakistan, in Afghanistan e in Somalia. Come hanno fatto a suo tempo in Cambogia, in Vietnam e nel Laos. Il 23 settembre un missile da crociera  Tomahawk ha colpito un villaggio in Siria, nella provincia di Idlib, uccidendo una decina di civili, donne e bambini compresi. Nessuno di loro sventolava una bandiera nera.
Il giorno in cui è uscito l'articolo di Hain, Denis Halliday e Hans Von Sponeck erano per caso a Londra tutti e due e sono venuti a trovarmi. Non che la micidiale ipocrisia di qualche politico potesse in qualche modo costituire una sorpresa, per loro. Tuttavia hanno dovuto sottolineare negativamente la perdurante e quasi inspiegabile assenza di un lavoro diplomatico informato dei fatti, che arrivi al negoziato di un simulacro di tregua. In tutto il mondo, dall'Irlanda del Nord al Nepal, gruppi che si tacciavano l'un l'altro di terroristi e di eretici si sono messi intorno ad un tavolo. Perché questo non succede oggi, in Iraq ed in Siria?
Insieme all'ebola che arriva dall'Africa Occidentale, un altro batterio ha attraversato l'Atlantico: si chiama guerra infinita. Lord Richards, a capo dell'esercito britannico fino a non troppo tempo fa, vuole che si impieghino subito truppe di terra. Cameron, Obama e gli altri appartenenti alla "coalizione dei volenterosi"  -primo tra tutti l'australiano Tony Abbot che mostra un'aggressività quasi soprannaturale- fanno una specie di noioso cicaleccio ai limiti del sociopatico in quel loro ordinare che ancora più violenza venga fatta piovere da trentamila piedi d'altezza in posti in cui deve ancora asciugarsi il sangue delle loro precedenti imprese. Loro un bombardamento non l'hanno mai visto e pare che gli piacciano così tanto che pare vogliano rovesciare il loro unico alleato potenziale di un qualche peso, la Repubblica Araba di Siria. Anche questa non è una novità, come fa capire il testo che segue, filtrato dalle comunicazioni dei servizi anglostatunitensi:

"Per facilitare l'azione delle forze di liberazione [sic]... occorre concentrarsi in modo particolare nell'eliminazione di determinati individui importanti [e] continuare con le azioni di disturbo all'interno della Siria. La CIA è pronta ed anche il SIS (MI6) cercherà di mettere in atto sabotaggi di piccola portata e colpi di mano [sic] all'interno della Siria, lavorando di concerto con i contatti già presenti... un certo grado di timore è necessario... scontri di confine e ai posti di frontiera [architettati apposta] offriranno un pretesto all'intervento... la CIA e il SIS dovrebbero utilizzare.... capacità sia sul piano psicologico sia sul piano delle azioni sul campo, per far crescere la tensione"
Queste righe risalgono al 1957, ma potrebbero esser state scritte ieri perché nel mondo degli imperialisti non è cambiato nulla di fondamentale. Lo scorso anno l'ex ministro degli Esteri francese Roland Dumas ha rivelato che "due anni prima della Primavera Araba" a Londra lo avevano informato del fatto che si preparava una guerra contro la Siria. "Adesso vi racconto una cosa", disse nel corso di un'intervista con la rete televisiva francese LPC. "Ero a Londra due anni prima che scoppiassero le violenze in Siria, per tutt'altre questioni. Incontrai dei funzionari britannici di altissimo livello, che mi confessarono di star preparando qualche cosa in Siria... Il Regno Unito stava organizzando in Siria un'invasione di ribelli. Mi chiesero persino se avessi voluto partecipare, anche se non ero già più ministro degli Esteri... L'operazione è in corso. E' stata preparata,  concepita in anticipo e pianificata a tavolino."
I soli autentici oppositori dello Stato Islamico sono conclamate bestie nere dell'Occidente: la Repubblica Araba di Siria, la Repubblica Islamica dell'Iran e Hezbollah. L'ostacolo invece è la Turchia, un "alleato" ed un membro della NATO che ha cospirato insieme con la CIA, il MI6 e i retrogradi del Golfo per incanalare il sostegno ai "ribelli" siriani, compresi quelli che adesso si fanno chiamare Stato Islamico.
Sostenere la Turchia nelle sue incallite ambizioni di dominio regionale facendo cadere il governo di Assad significa dare il via ad una vera e propria guerra convenzionale e al terribile smembramento della maggior parte degli stati multietnici del Medio Oriente.
L'unico modo per uscire da questa nassa imperialista è rappresentato da una tregua, per quanto difficile da raggiungere essa sia. In caso contrario, le decapitazioni continueranno. Il fatto che un negoziato vero e proprio con la Siria verrebbe considerato "moralmente discutibile" (The Guardian) fa pensare che fra coloro che hanno sostenuto la criminale guerra di Blair ci sia anche chi si ritiene moralmente superiore; una cosa che non è soltanto assurda, ma anche pericolosa.
Oltre a negoziare una tregua, si dovrebbe immediatamente smettere di inviare materiale bellico allo stato sionista, e riconoscere lo Stato di Palestina. La questione palestinese è la piaga più purulenta di tutto il Medio Oriente, oltre al pretesto sempre valido per l'ascesa dell'estremismo islamico. Osama bin Laden lo ha detto con chiarezza. La Palestina però rappresenta anche una speranza. Rendete giustizia ai palestinesi, e comincerete con questo a cambiare il mondo che li circonda.
Più di quarant'anni fa i bombardamenti sulla Cambogia di Nixon e di Kissinger furono l'inizio di un fiume di sofferenza da cui il paese non si è più ripreso. La stessa cosa vale per i crimini che Blair e Bush hanno commesso in Iraq. Con tempismo perfetto, l'ultimo libro in cui Henry Kissinger incensa se stesso è appena uscito, con il satirico titolo di "Ordine Mondiale". In una recensione servile, Kissinger viene descritto come "artefice protagonista di un ordine mondiale rimasto stabile per un quarto di secolo". Andatelo a raccontare a chi vive in Cambogia, in Vietnam, nel Laos, in Cile, a Timor Est e a tutte le altre vittime di questo insigne statista. Solo quando avremo imparato a riconoscere i criminali di guerra che ci sono in mezzo a noi, il sangue comincerà davvero ad asciugarsi. 

sabato 11 ottobre 2014

Ramzy Baroud - Palestinesi che fanno le comparse e verità scomode


Il palestinese che fa la parte del nemico è un palestinese che viene invitato in televisione
solo per essere coperto di invettive davanti a tutti (Fox News).


Traduzione da
Palestine Chronicle.

Per me è imbarazzante ricordare la prima volta che presi la parola ad un'assemblea di studenti socialisti all'Università dello stato di Washington a Seattle, un paio di decenni fa. Quando cercai di dipingere in maniera realistica la situazione in Palestina quale essa era dal punto di vista di un profugo, l'uditorio si impressionò parecchio.
Il capo del gruppo studentesco, comunque, sapeva come comportarsi con l'uditorio. Parlò del proletariato palestinese e di quello dello stato sionista, che a sentir lui stavano in ultima analisi combattendo contro il medesimo nemico, le élite capitaliste neoliberiste che stavano soggiogando senza alcun ritegno le classi lavoratrici, sia in Palestina che nello stato sionista. Agli astanti piacquero soprattutto le sue perentorie conclusioni: le classi lavoratrici dell'Algeria, del Congo e del Sud America erano tutte, in qualche modo, magicamente legate a quella palestinese.

Una narrativa scomoda. Io obiettai che lo Histadrut, l'Organizzazione Generale dei Lavoratori in Terra d'Israele, in realtà era un'impresa sindacale costruita su basi razziali, e la gente non la prese per niente bene. Dal momento della sua fondazione, nel 1920, lo Histadrut si è fatto carico della difesa dei diritti dei lavoratori ebrei ed ha fatto tutto quello che poteva per escludere i loro presunti compagni arabi. Era un'istituzione potente, che crebbe fino a diventare il collettore del sionismo operaio e il responsabile della pulizia etnica dei palestinesi, operai e non, nonché della costruzione dello stato sionista sopra la Palestina rovinata.
A parlare davanti a quel gruppo socialista non mi invitarono più; col tempo, però, capii che la questione era molto più complicata di così. Non è una questione che riguarda il socialismo o i diritti dei lavoratori, è una cosa che riguarda la mia particolare narrativa centrata sulla Palestina. Col tempo capii che come palestinese, a prescindere dalla ribalta su cui mi fossi venuto a trovare, potevo soltanto incasellarmi in uno spazio prefissato, le cui dimensioni erano rigidamente stabilite in anticipo.  
Alla fine scoprii che la cosa aveva ripercussioni di ampia e ineludibile portata. Imparai che le decisioni più gravide di conseguenze il Congresso degli Stati Uniti le prendeva dopo lunghe indagini che raramente coinvolgevano qualche palestinese. Quelli che vengono chiamati a rendere testimonianza al Congresso, davanti alle commissioni, sono per lo più cittadini dello stato sionista, esperti di politica estera statunitense e lobbysti favorevoli allo stato sionista; più o meno tutti difendono gli interessi dello stato sionista e lo spazio cui è possibile accedere nei mass media è incredibilmente limitato, specialmente per le autentiche voci della Palestina. La cosa arriva al punto che persino le conferenze solidali e gli incontri che trattano della Palestina poche volte rappresentano i palestinesi e finiscono spesso per rappresentare una versione immaginaria delle priorità palestinesi, basata sull'agenda fissata dagli organizzatori.

Il palestinese mediatico. In uno spazio pubblico così limitato, non tutti i palestinesi sono in grado di partecipare. Coloro cui viene concesso di comparire devono rispondere a criteri ben precisi. Ad esempio, nei mass media ameriKKKani sono ammessi solo due tipi di palestinese: quello favorevole allo status quo, e quello che si comporta da avversario.
Il palestinese del primo tipo fa spesso capo all'Autorità Palestinese o a qualche think tank di Washington e viene letteralmente esibito in una fallace attestazione di equilibrio e di obiettività. Il fatto che costoro rappresentino precisi interessi politici che mettono d'accordo Washington, Tel Aviv e Ramallah e che poche volte rispecchino un punto di vista rappresentativo della maggioranza dei palestinesi non importa molto.
Il palestinese che si comporta da avversario invece viene invitato a prendere la parola nei mass media solo per essere disprezzato in pubblico. Non importa quanto sono ponderati le loro affermazioni e i loro punti di vista, quanto sono aderenti alla realtà e ben argomentati; in questo caso il palestinese fa il nemico e diventa il bersaglio di invettive rabbiose. Quando il facondo direttore esecutivo dello Jerusalem Fund Yussef Munayyer ha cercato di illustrare il contesto della guerra condotta dallo stato sionista contro Gaza, Sean Hannity di Fox News ha trovato semplicemente inaccettabile l'idea che qualcuno potesse contraddire con cognizione di causa le istanze dello stato sionista.
"Hamas è o no un'organizzazione terrorista?! Quale parte di questo concetto non ti entra in quella testolina?!" ha urlato con rabbia Hannity.
Angariato in diretta in televisione, Munayyer ha chiesto: "C'è modo che possa prendere la parola anch'io, in questa conversazione?"
No, certo che non c'è.

Il palestinese che dà fastidio. Quando il docente arabo-ameriKKKano Steven Salaita è stato licenziato dalla sua nuova cattedra all'Università dell'Illinois a causa di qualche suo scritto sul Cinguettatore in cui deplorava la sanguinosa guerra dello stato sionista contro Gaza, sono stati in pochi a mostrarsi sorpresi. Gli ambienti accademici ameriKKKani saranno anche relativamente aperti al dissenso, ma per i palestinesi si fa sempre un'eccezione. La maggior parte della propaganda favorevole allo stato sionista, negli Stati Uniti, ha la voce di docenti apertamente in accordo con le rispettive università. Per i palestinesi e per i loro sostenitori la situazione è parecchio diversa.
Il fatto che docenti -palestinesi e non- vengano presi di mira perché non rimangono entro i limiti di quello che è permesso o meno dire sul conflitto tra Palestina e stato sinoista non è una novità. Campus Watch, di fatto, è stata fondata con lo scopo preciso di isolare e intimidire i docenti che osano infrangere i limti cui devono attenersi i punti di vista poco accomodanti sullo stato sionista ed i suoi "speciali legami" con gli Stati uniti.
Gli studenti vengono incoraggiati a registrare e denunciare i professori le cui lezioni possono essere interpretate come critiche nei confronti dello stato sionista. Un corso sul conflitto arabo-sionista tenuto al Columbia College dal professor Lymen Chehade è stato cancellato, nonostante fosse frequentato da numerosi studenti. Il corso costituiva una ribalta per molte voci coinvolte nel conflitto, eppure uno studente l'ha denunciato all'amministrazione come "tendenzioso", e questo ha portato alla sua cancellazione. Questo genere di censura ha l'unico scopo di controllare la narrativa sulla Palestina e sullo stato sionista e non vi si fa comunemente ricorso per le altre materie accademiche.

Il palestinese alternativo. Esiste poi il palestinese alternativo. Può essere un (sedicente) palestinese le cui affermazioni sono particolarmente utili e perfettamente confacenti all'agenda mediatica. Dopo gli attacchi dell'undici settembre 2001 è diventato più comune il fenomeno dei "terroristi palestinesi pentiti"; in quel momento i mass media e i membri del governo favorevoli allo stato sionista stavano cercando disperatamente di tirare i palestinesi dalla parte dell'AmeriKKKa, nella sua cosiddetta "guerra al terrore". Figure come lo "ex terrorista" Walid Shoebat, con storie spettacolosamente false, vennero fatti passare con regolarità sui media statunitensi e presentati al pubblico come esperti di antiterrorismo.
La figura del "palestinese" alternativo è quella di un imbroglione in cerca di soldi, e fa parte della più ampia saga che coinvolge quegli arabi e quei musulmani che hanno fabbricato su misura storie personali artatamente aggiustate, che continuano a portare sostegno a concezioni razziste stereotipate.
Il palestinese comparsa. Si può mandare un palestinese a fare la comparsa in ogni genere di incontri che abbiano come scopo più o meno dichiarato quello di parlare di Palestina. Sono stato a diverse conferenze nel corso degli anni, solo per scoprire che in molte occasioni la mia presenza e quella di altri come me servivano esattamente a questo: servivano delle comparse. Il palestinese che fa la comparsa deve essere tranquillo e non deve in nessun modo metter bocca nella scaletta degli argomenti da trattare. La comparsa deve starsene lì, e consentire a chiunque abbia organizzato l'iniziativa di sfruttare la sua presenza in qualsiasi modo gli paia utile, che si tratti di raccogliere fondi o di acquisire consenso politico.

Il palestinese testimone. Dopo l'ultima aggressione sionista contro Gaza, che ha ucciso circa duemiladuecento persone e ne ha ferite più di undicimila a maggioranza civili, in tutto il mondo ci sono state pubblici dibattiti di solidarietà con la Palestina. Alcune sono state organizzate con una chiara scaletta di priorità presentata da palestinesi, che aveva il chiaro proposito di spingere all'azione; altre sono state soprattutto simboliche, come simbolica è stata allora la presenza palestinese. 
In questo genere di riunioni ci sono pochi palestinesi messi in mostra affinché descrivano episodi violenti verificatisi nel corso della guerra; una volta fatte venire le lacrime agli occhi, arriva il tuttologo occidentale che di solito si addossa il compito di dare forma al discorso nelle sue varie sfaccettature intellettuali, legali, politiche eccetera, incanalando così la discussione in binari precisi e prescrivendo anche la soluzione.
Nel panorama intellettuale palestinese posteriore ad Edward Said, per qualche misterioso motivo i palestinesi vengono per lo più esclusi dal mettere bocca persino nelle questioni che li riguardano; altrimenti, vengono usati come cavie a buon mercato per gli affari di qualcun altro.

La questione, ovviamente, non riguarda solo i palestinesi; tutt'altro. Pare diventata la regola che il dibattito intellettuale in Occidente continua a seguire nel rapportarsi con le altre nazioni. Nel caso dei palestinesi, il problema è reso ancora più grave dal fatto che l'esclusione di una narrativa autenticamente palestinese è rafforzata anche da quanti simpatizzano con la causa della Palestina. Invero, certo simpatizzare dipende, anche se a volte la cosa avviene senza che gli interessati se ne accorgano, dall'escludere i palestinesi dalla loro stessa storia.


Ramzy Baroud è ricercatore in storia popolare all'Università di Exeter. E' redattore capo di Middle East Eye. Baroud è un editorialista internazionale, un consigliere mediatico, uno scrittore e fondatore di PalestineChronicle.com.
Il suo ultimo libro si intitola "My Father Was a Freedom Fighter: Gaza's Untold Story" (Pluto Press, Londra).