martedì 12 agosto 2014

No time, no space


Keep your feelings in memory,
I love you, especially tonight.

martedì 5 agosto 2014

Alastair Crooke - L'Ucraina, il volo MH17 e la lotta per l'Europa



Traduzione da Valdai Discussion Club, 30 luglio 2014.

Immanuel Wallerstein parla qui di due articoli rilevanti: un trafiletto sul Los Angeles Times ed un lungo scritto sul Der Spiegel tedesco. Il tema comune ad entrambi è La rottura tra Germania ed AmeriKKKa. Secondo Wallerstein entrambi gli articoli esprimono pessimismo sul fatto che questa rottura, che non ha precedenti, possa essere del tutto sanata (sempre che sia possibile sanarla). Il Der Spiegel intitolava: La scelta della Germania: AmeriKKKa o Russia? Un paragrafo dell'articolo si intitolava a sua volta L'ultima possibilità.
Questa ultima possibilità fa riferimento all'incapacità della Germania di scuotere il giogo rappresentato per essa dallo "stato profondo" ameriKKKano; nel caso specifico, dello "stato profondo" che sovrintende alla sicurezza del paese. Susan Rice ha detto senza giri di parole ai funzionari tedeschi che l'AmeriKKKa non avrebbe neppure esteso la propria garanzia sullo spionaggio a nessuno, meno che ad Angela Merkel in peersona. Come notato anche dal professor Hendrickson, "[la vicenda spionistica] ha fatto vedere [ai tedeschi] che l'apparato che tutela la sicurezza nazionale degli Stati Uniti non è meno vorace della STASI quando si tratta di penetrare nei più profondi recessi dell'anima umana. Vuole tutto, e -peggio- pensa che questo volere tutto sia una cosa perfettamente normale".
Ovviamente l'episodio spionistico non è che la punta di un iceberg assai più grande. E questo iceberg è rappresentato dal fatto che l'insediamento postbellico dell'AmeriKKKa in Europa, avvenuto tramite la NATO, ha tolto e continua a togliere la questione della sicurezza dalla prospettiva di azione dell'Unione Europea. La politica di sicurezza dell'Unione Europea è di fatto la politica della NATO, ovvero una politica statunitense.
Potrebbe sembrare che per l'Unione Europea non esistano alternative: gli europei non potrebbero mai mettere in piedi una struttura di sicurezza alternativa che non contempli la presenza degli Stati Uniti, divisi come sono tra ventotto stati sovrani e con l'impianto neoliberista che esiste in tutta l'Europa orientale. Eppure un'alternativa esiste, anche se è una di quelle di cui non si deve parlare a voce alta quando ci sono in giro dei bambini: "Se non avesse alcuna alternativa, la Germania potrebbe chiudere gli occhi, battere i tacchi tre volte e rimettere velocemente in piedi il vecchio concerto europeo [delle potenze], che non prevede la presenza di un solo soldato o di un solo aviatore ameriKKKano", pensa Hendrickson. L'asse centrale d'Europa non sarebbe quello formato da Francia e Germania, ma quello formato da Germania e Russia, soprattutto in considerazione dell'attuale schizofrenia del Regno Unito sul futuro del proprio orientamento politico, e considerata la debilitazione della politica francese.
Cosa c'entra tutto questo con il volo MH17 e con l'Ucraina? Beh, c'entra per parecchi versi. Dopo aver rilevato il fatto che gli articoli citati considerano la rottura tra Germania e Stati uniti come una questione della massima serietà, Wallerstein scrive che
il problema principale è che gli Stati Uniti, già da un po' di tempo a questa parte, stanno vivendo una fase di declino geopolitico. E la cosa non gli piace, e non la accettano realmente. Di sicuro non sanno come affrontare la situazione, ovvero come cavarsela perdendoci il meno possibile. Sicché vanno avanti cercando di ripristinare quello che ripristinare non si può, vale a dire la leadership statunitense -ovvero l'egemonia statunitense- sul sistema globale. Tutto questo fa degli Stati Uniti un attore molto pericoloso. Non sono pochi gli statunitensi addentro alle cose della politica che hanno cominciato ad invocare una qualche "azione decisiva", qualunque cosa l'espressione possa significare. E le elezioni statunitensi possono dipendere in larga misura da come il mondo politico statunitense affronterà la questione.
La cosa adesso sta diventando chiara anche agli europei in generale, e al cancelliere tedesco Angela Merkel in particolare. Gli Stati Uniti sono diventati un partner molto inaffidabile: sicché in Germania ed anche altrove in Europa persino coloro che rimpiangono il rassicurante abbraccio del "mondo libero" si stanno con qualche riluttanza unendo a chi non soffre troppo di certe nostalgie per cercare un qualche modo di sopravvivere geopoliticamente anche senza gli Stati Uniti. E questo li sta spingendo verso l'alternativa logica, che è rappresentata da una casa europea di cui faccia parte anche la Russia.
I tedeschi e gli europei in generale si muovono inesorabilmente verso questa direzione, ma hanno comunque i loro dubbi. Se non possono più fidarsi degli Stati uniti, possono fidarsi della Russia? E soprattutto, potranno mai arrivare ad un accordo con i russi che i russi considerino valga la pena di stringere e soprattutto di rispettare? Si può scommettere che le dicussioni, nelle conventicole del governo tedesco di oggi, vertono su questo argomento e non sul come ricucire lo strappo irreparabile sofferto dalla credibilità degli Stati uniti.
Si tratta di una prospettiva molto temuta da varie figure di primo piano in AmeriKKKa perché è diventata un qualche cosa che viene considerato determinante per il destino dell'AmeriKKKa come leader globale, per un verso o per l'altro. E Putin ha capito perfettamente cosa bolle in pentola: nel gestire la crisi in Ucraina Putin si è concentrato soprattutto sull'ottenere sostegni in Europa. Quando il volo MH17 è stato abbattuto -da chi non è ancora dato saperlo- la questione è stata accolta dai politici ameriKKKani secondo l'adagio che afferma che "ogni crisi contiene delle opportunità".
I mass media occidentali hanno premuto a fondo sul fattore emotivo e ritratto i miliziani -e per estensione lo stesso Putin- come barbari di inumana freddezza a fronte della perdita dell'aereo e delle vite dei civili; l'intenzione è ovviamente quella di togliere alternative ai tedeschi e di non lasciare alla Merkel altra scelta che non quella di appoggiare le sanzioni "di terzo livello" contro la Russia. Le comparsate di John Kerry nelle trasmissioni televisive statunitensi della domenica in cui si dava la stura all'indignazione per il cinismo e per l'irresponsabilità mostrati da Putin sono servite a spedire ai tedeschi e agli europei in generale un messaggio critico: non potete credere a Putin, che non ha alcun senso morale, e alla Russia.
A rendere ancora più chiaro quale fosse il fine di tutto questo tramestìo ci ha pensato Zibignew Brzezinski, anch'egli ospite in televisione ha detto in contemporanea a Kerry, esortando gli europei "a levarsi contro Putin", chiedendosi se l'Europa "voglia diventare un suo satellite" ed esprimendo preoccupazione per il fatto che "ci troviamo in un momento determinante per il futuro del sistema, per il futuro del sistema mondiale". Kerry non ha citato alcuna prova sostanziale che coinvolga le milizie del Donbass o la Russia nell'abbattimento dell'aereo civile. Molte delle presunte efferatezze delle milizie sono state esagerate per approfittare della loro valenza emotiva, come in questo caso.
Lo Wall Street Journal ammonisce la Merkel dalla prima pagina affinché dia il suo assenso alla terza tornata di sanzioni contro la Russia: "le operazioni di vasta portata della Deutsche Bank negli Stati Uniti sono minate da una lunga serie di problemi seri: report finanziari scoraggianti, indagini preliminari e follow up inadeguati, tecnologie deboli". Questo suggerimento alla Merkel arriva insieme alla multa da nove miliardi di dollari imposta dalle autorità statunitense alla banca francese BNP; il motivo ufficiale è che la banca finanzia il commercio con l'Iran, ma pare che il motivo vero sia la volontà di punire la Francia per aver rifiutato di annullare il contratto che prevede la fornitura alla Russia di navi da assalto anfibio della classe Mistral. Alla Deutsche Bank viene attribuita un'esposizione in termini di derivati vicina ai settantacinquemila miliardi. Cento volte superiore ai cinquecentoventidue miliardi in depositi che ci sono nelle casse della banca, e cinque volte superiore all'intero PIL europeo.
Da tutto questo derivano due dati di fatto. In primo luogo, le comparsate di Kerry negli studi televisivi sono servite a saturare e ad emozionare il pubblico in una maniera tale che qualunque sia il risultato delle indagini sull'abbattimento dell'aereo esso non potrà cambiare quello che nell'opinione pubblica ameriKKKana sarà divenuto un atteggiamento consolidato. Si controlli pure la copertina del numero straordinario di Newsweek di questo mese per avere prova di come sia di fatto impossibile considerare realistica un'analisi obiettiva di quanto successo.
In secondo luogo, quanto successo non ha influito sui calcoli del Presidente Putin riguardo all'Ucraina, e neppure sulla politica fin qui messa in pratica. Per mettere a tacere ogni voce che mette in dubbio la sopravvivenza politica di Putin è sufficiente dare un'occhiata agli ultimi sondaggi. Putin viene approvato dall'83% degli interpellati, mentre la posizione sostenuta dalla leadership statunitense convince solo il 4% dei russi. I filoatlantisti in Russia hanno completamente perso la loro base.
Perché la Russia ha iniziato ad offrire una versione ufficiale diversa sull'abbattimento del volo MH17, sostenendola con prove concrete provenienti dalle registrazioni fatte dai radar per il traffico aereo? Le registrazioni indicano che al momento in cui l'MH17 è scomparso dai radar, vicino si trovava un aereo ucraino, nonostante le smentite di Kiev. I militari russi hanno anche fornito immagini da satellite che mostrano come una batteria di SA11 ucraini si trovasse nei pressi del punto in cui il Boeing 777 è scomparso dai radar, ed anche questa è una cosa che contraddice le pretese di Kiev e di Washington. A differenza di Kerry, i funzionari russi (primo fra tutti il viceministro della Difesa) si sono guardati bene dal fare speculazioni su chi o che cosa abbia causato lo schianto; invece, hanno posto dieci domande sulle circostanze in cui si è verificata la scomparsa dell'aereo, e sono dieci domande a cui attendono risposta.
Per parare il colpo, gli Stati Uniti sono stati costretti a cedere alla stampa una ricostruzione fatta dall'intelligence in cui i toni sono molto differenti da quelli utilizzati dal blitz che Kerry ha fatto nelle trasmissioni di domenica. Invece di reggere la parte al suo spettacolino fracassone, chi ha analizzato la situazione ha agguantato il Segretario di Stato e lo ha rimesso a contatto con le prove oggettive che stavano dietro alla tiritera del "chi è stato lo sappiamo noi". Chi ha analizzato la situazione non ha cercato di rispondere alle dieci domande dei russi; i funzionari dei servizi statunitensi hanno detto che non sapevano chi aveva lanciato il missile, e nemmeno se a lanciarlo fosse stato personale russo. Non sapevano con sicurezza se la squadra di lancio fosse stata addestrata in Russia, anche se si sono soffermati a descrivere come nelle ultime settimane le forniture di armi e di addestramento ai ribelli da parte dei russi siano diventati più intensi, rafforzamento che è proseguito a loro dire anche dopo l'abbattimento dello MH17. Chi ha lanciato il missile? "Non abbiamo nomi, non abbiamo il grado, e non siamo sicuri al cento per cento nemmeno sulla sua nazionalità" ha detto un finzionario che ad un certo punto ha anche aggiunto che "in questa faccenda non arriverà nessun Perry Mason". Hanno anche detto di non sapere se le forze armate del Donbass avessero o meno nelle loro disponibilità dei lanciatori di missili SA11 prima che l'MH17 venisse abbattuto.
Per quale motivo i russi stanno cercando di arrivare alla verità? Per i mass media essa sarà comunque carta straccia, se non sarà conforme ai loro preconcetti. Il fatto è che la battaglia per la verità ha come posta in gioco la fiducia della leadership tedesca, ed anche di quella di altri paesi europei tra i quali la Francia, l'Austria e lo stato che occupa la penisola italiana. Senza fare tanto chiasso, i russi hanno già fornito all'Unione Europea tutti i dati in loro possesso. La commedia di Kerry riuscirà a far piazza pulita in Germania di ogni possiblità diversa dall'accodarsi all'atteggiamento ameriKKKano? Lo dirà il tempo. Ma se alla fine viene fuori che gli Stati Uniti hanno forzato l'europa ad approvare la terza tranche di sanzioni contro Mosca e l'hanno portata sull'orlo dello scontro con la Russia sulla base di prove inconsistenti, il risultato non potrà essere che un forte rafforzamento della convinzione dell'esecutivo tedesco (già notata da Wallerstein) che già oggi vede la politica estera degli Stati Uniti come pericolosamente allo sbando e in preda all'incoerenza.
Probabilmente i leader europei saranno in larga misura d'accordo con Peter Lee, che scrive che "le sanzioni [contro la Russia] per gli Stati Uniti sono diventate un fine in se stesse; l'impressione è che la politica statunitense nei confronti della Russia sia caduta preda degli antirussi di principio che allignano nello "stato profondo" della diplomazia e dell'esercito, che li permeano e che sopravvivono ad ogni cambio di amministrazione". Non sorprende che gli europei abbiano iniziato a chiedersi dove arriveremo con le sanzioni, e quale sia la posta in gioco. Perché le sanzioni colpiranno gli scambi degli europei con la Russia, che sono di tutto rispetto, e laceranno le economie europee scoperte e vulnerabili rispetto agli interessi commerciali degli Stati Uniti. Ecco perché l'establishment ameriKKKano considera le sanzioni in se stesse come un fine, ecco perché infangare ed umiliare Putin è anch'esso un fine in sé, ed una prospettiva allettante.
E' possibile che Putin ceda? E Perché dovrebbe farlo? Una Ucraina per intero compresa nel campo ostile degli antirussi e dei favorevoli alla NATO costituirebbe una minaccia fondamentale, cui Putin non ha alcun motivo di assoggettarsi. A luglio un settore dei federalisti di Donetsk, quello allineato all'oligarca ucraino Akhmetov, ha cercato di fare un golpe interno contro i militanti del Donbass. Dopo aver stretto un accordo segreto con gente che faceva capo a Poroshenko, sono stati sul punto di riportare Kiev a controllare Donetsk. Solo che il piano è venuto alla luce e tutti i personaggi coinvolti sono stati estromessi. In contemporanea con tutto questo, dopo la ritirata dalla città di Slaviansk, le forze militari del Donbass non solo sono riuscite a spezzare l'accerchiamento che l'esercito ucraino stava cercando di portare a termine, ma sono anche riuscite a prendere a tenaglia gli ucraini: da una parte c'erano i miliziani della Novorossija, dall'altra la frontiera russa. L'esercito di Kiev ha subito una sconfitta di vaste proporzioni.
Il fallito golpe a Donetsk e la sconfitta militare inflitta a Kiev hanno provocato la formazione di un'alleanza militare e politica nell'est dell'Ucraina. Il gruppo dell'ex candidato alla presidenza Oleg Tsaryov sta cominciando ad avere un autentico peso politico; i militari invece, guidati da Strelkov, concretizzano sul terreno il ritorno all'idea di una "più grande Novorossija" composta non da due, ma da sette o otto regioni. Tutto questo è diventato possibile dopo la sconfitta che Kiev ha subito a luglio. Detto in altre parole, Putin ha oggi in mano delle vere e proprie carte da giocare, sia sul piano militare che su quello politico. Il parlamento russo è stato richiamato dalle ferie per deliberare su una nuova importante iniziativa che riguarda l'Ucraina e di cui non è dato conoscere i dettagli. C'è da attendere e vedere.
Infine, la partita europea di Putin gli preclude l'alleanza con la Cina? Noi non crediamo. Le due iniziative sono collegate, ed unite dall'idea di rimodellare l'ordine mondiale.

lunedì 4 agosto 2014

Ad ogni bandiera il suo posto, ad ogni bandiera il suo utilizzo.


A volte succedono cose davvero incredibili.
Per esempio cogliere un barlume di assennatezza nelle merci di un centro commerciale.
Qui ci sono la bandiera statunitense e quella dello stato che occupa la penisola italiana.
Usate per delle ciabatte, quindi ridotte a ciabatte.
Sicché si possono calpestare e portare con noncuranza in giro per alberghi diurni, servizi igienici promiscui e latrine pubbliche di vario tipo e pertinenza, di quelle dove le ciabatte sono indispensabili per non rischiare qualche fastidiosa malattia della pelle.
E poi si possono buttare nei rifiuti dopo qualche settimana di utilizzo.

domenica 3 agosto 2014

La viltà ed il cinismo di Hamas, che si nasconde negli ospedali e sulle spiagge.



Traduzione da The Guardian.

Nascosti nell'ospedale El Wafa.
Nascosti nell'ospedale Al Aqsa.
Nascosti sulla spiaggia dove i bambini giocavano a pallone.
Nascosti nel cortile di Muhammad Hamad, settantacinque anni.
Nascosti fra le case del quartiere di Shujaya.
Nascosti vicino a Zaytoun, vicino a Toffah.
Nascosti a Rafah e a Khan Younis.
Nascosti dentro casa, dalla famiglia Qassan.
Nascosti dentro casa, dal poeta Othman Hussein.
Nascosti nel borgo di Khuzaa
Nascosti nelle migliaia di case rovinate o distrutte.
Nascosti in ottantaquattro scuole e ventitré presidi sanitari.
Nascosti in un caffè dove gli abitanti di Gaza stavano guardando la partita.
Nascosti nelle ambulanze che cercano di soccorrere i feriti.
Nascosti in ventiquattro cadaveri, sepolti sotto le macerie.
Nascosti in una ragazza con le pantofole rosa, una di qua e una di là sull'asfalto, uccisa mentre scappava.
Nascosti in due fratelli di otto e quattro anni, nel centro grandi ustionati di Al Shifa.
Nascosti in quel ragazzino che suo padre ha portato via a pezzi, dentro un sacchetto di plastica del supermercato.
Nascosti nel "guazzabuglio di corpi senza paragoni" che arriva negli ospedali di Gaza.
Nascosti in una donna anziana, ferma in una pozza di sangue su un pavimento di pietra.

Hamas, ci dicono, è cinico e vile.

Richard Seymour

sabato 2 agosto 2014

L'incoerenza strategica e i suoi rischi. Iraq, Palestina ed Ucraina nell'estate del 2014 secondo Conflicts Forum.




Traduzione da Conflicts Forum.

Il rischio di ritrovarsi a rischio, dal punto di vista geostrategico, oggi è sempre più alto. Se consideriamo la guerra civile in Ucraina con i possibili sviluppi della vicenda dell'aereo di linea della Malaysia abbattuto la settimana scorsa, la decisione degli Stati Uniti di "punire" Putin per non aver fatto sì che i miliziani del Donbass si arrendessero a Poroshenko, l'ascesa dell'ISIL e lo smembramento di fatto dell'Iraq o anche l'andamento dei negoziati con l'Iran, che vertono su un concetto di "soglia di capacità" palesemente artificiosa, o anche i cinquecento milioni di dollari stanziati dagli USA per moderare gli insorti moderati in Siria, o infine l'offensiva militare dello stato sionista contro i palestinesi, ci accorgiamo che ciascuno di questi fatti, considerato da solo, ha la potenzialità di causare cambiamenti esplosivi nel panorama politico del Medio Oriente e del mondo intero. Sono tutte crisi che si intersecano e compenetrano, e che costituiscono un rischio per il sistema. Fra l'altro, tutte quante sembrano condividere una caratteristica in comune, quella di mettere in evidenza un qualche fallimento della politica ameriKKKana di tale portata da impedire un serio tentativo di comprendere gli eventi dal punto di vista strategico, insieme ai rischi concatenati che essi comportano. Il problema è questo: perché un rischio sistemico di questa portata viene affrontato con nessuna reattività dallo stesso sistema?
All'inizio l'avanzata dell'ISIL nelle regioni sunnite dell'Iraq -come ci hanno confermato i nostri contatti a Washington- ha originato un dibattito vivace negli USA circa l'opportunità di cooperare con la Repubblica Islamica dell'Iran per contrastare l'impatto di un simile evento, potenzialmente devastante per la stabilità dell'intera regione. Si era accesa anche qualche debole speranza -specie alla Casa Bianca e tra i funzionari del Dipartimento di Stato- sul fatto che una collaborazione del genere avrebbe potuto facilitare i negoziati tra l'Iran ed il "cinque più uno" sulle attività nucleari iraniane. Sulla base di queste prime aspettative, il vicesegretario di Stato William Burns è stato chiamato a far parte della delegazione statunitense ai colloqui viennesi dei "cinque più uno", ripresi il sedici giugno: lo scopo non era solo quello di rendere più incisiva la capacità di negoziazione statunitense, ma anche quello di presentare agli iraniani un interlocutore autorevole, con cui potessero cominciare ad affrontare la questione dell'Iraq.
Le aspettative di Washington sulla prospettata cooperazione con Tehran hanno avuto vita breve.
Negli ambienti politici statunitensi la discussione ha portato all'affermarsi dell'idea che le vittorie dell'ISIL fossero dovute essenzialmente alle politiche settarie del governo di Al Maliki più che ad altri e più sostanziali motivi; il che significa che negli ambienti politici statunitensi le si è considerate una rivolta sunnita e nulla più. Questa conclusione ha portato a sua volta l'amministrazione Obama a propendere per l'idea che qualunque cosa gli Stati Uniti avrebbero potuto fare in Iraq, a prescindere dalla collaborzione con l'Iran, avrebbe dovuto dipendere dall'abbandono di Al Maliki. In queste condizioni i principali attori dell'amministrazione Obama non sono riusciti a raggiungere alcun accordo sul se e sul come coinvolgere l'Iran.
Dapprincipio sia la Casa Bianca che il Dipartimento di Stato si erano mostrati disponibili ad azioni coordinate con Tehran, ma dall'altra parte il Ministero della Difesa si è imposto nel dibattito interno opponendosi all'iniziativa, sopratutto per il timore che una collaborazione del genere potesse far aumentare l'influenza dell'Iran, che in Iraq è già considerevole. A Washington, la pressione delle lobby che agiscono per lo stato sionista e per l'Arabia Saudita affinché l'interesse dell'amministrazione Obama per un coinvolgimento iraniano in Iraq non finisse con l'indebolire la posizione statunitense nei negoziati nucleari con l'Iran ha rafforzato la preoccupazione.
A Tehran invece la situazione venutasi a creare in Iraq è stata affrontata fin dal principio in modo piuttosto diverso. L'Iran non intende considerare la crisi come un qualche cosa che si possa usare per minare la posizione di Al Maliki, il quale tra l'altro ha appena ottenuto la maggioranza dei seggi al parlamento. I politici iraniani hanno messo in chiaro che per avere un qualche effetto positivo qualunque iniziativa gli Stati uniti intendano prendere in  risposta alla crisi irachena deve essere diretta la rafforzamento della capacità del governo iracheno di combattere i militanti jihadisti.  Il Presidente Rohani ha detto che Washington dovrebbe riconsiderare la questione degli aiuti che fornisce all'estremismo jihadista in Medio Oriente, a cominciare dal sostegno elargito ai militanti jihadisti nella Repubblica Araba di Siria, ed aprire un confronto con l'Arabia Saudita e con gli altri alleati della regione circa il sostegno da essi fornito agli jihadisti takfiri.
L'Iran preferisce di gran lunga evitare un coinvolgimento militare diretto in Iraq, e spera ancora di riuscire ad evitarlo; considera un intervento militare statunitense come intrinsecamente controproducente anche se limitato alle incursioni aeree; a maggior ragione se si trattasse del dislocamento di truppe sul terreno. Di conseguenza Tehran non ha interesse a collaborare mano nella mano con Washington in Iraq, ma ne avrebbe invece a cooperare sul piano della definzione strategica della questione.
Alla fin fine l'amministrazione Obama ha trovato più facile, sul piano politico, abbandonare gli iniziali tentativi di esplorare le possibilità di una cooperazione irano-statunitense sull'iraq. Inoltre, si è riaffermata la radicata resistenza di Washington contro qualsiasi cosa che possa agevolare gli interessi dell'Iran in Medio Oriente, cosa che ha prodotto un ulteriore restringimento dello spazio politico a disposizione per esplorare la possibilità di una cooperazione con Tehran, come ci hanno confermato i nostri contatti negli Stati uniti.
Insomma, l'amministrazione statunitense a fronte di una minaccia da parte dell'estremismo sunnita radicale più seria di quella che è nata negli anni Ottanta dalla guerra in Afghanistan, si accontenta benevolmente di far sì che le implicazioni di quanto siano frutto del "lasciar fare agli avvenimenti". L'AmeriKKKa ha chiuso entrambi gli occhi sull'utilizzo che l'Arabia Saudita ha fatto delle forze legate allo jihadismo radicale, ISIL innanzitutto, in nome dei propri fini settari e geopolitici. E' il caso di ricordare che l'idea che lo jihadismo radicale sia sostanzialmente tutta colpa di Assad e di Al Maliki serve a distogliere l'attenzione dal fatto che l'ascesa dell'ISIL è dovuta a questo. Questo atteggiamento presuppone anche il credere, in una certa misura, alle rassicurazioni che arrivano dal Golfo: l'ISIL sarà sistemato dopo che avrà svolto la sua parte. Un'idea che possiamo ascrivere quasi certamente al mondo della fantasia.
Il punto è che nelle agitate acque della politica statuitense, in cui le correnti avverse sono forti, è stato più semplice NON pensare a quali rischi strategici comporti il soffiare un'altra volta sul fuoco dell'Islam sunnita radicale. La prima volta è stato fatto trent'anni fa, e il risultato sono stati decenni di "Guerra al terrore".
In Palestina stiamo assistendo a qualcosa di simile: lo stato sionista ha usato il pretesto della ricerca dei tre giovani coloni rapiti, che "si presumevano" ancora in vita ma che il governo sionista sapeva essere già morti, e per mano di palestinesi che NON appartenevano a Hamas, per umiliare Hamas nella West Bank e a Gaza. Il Primo ministro Netanyahu ha detto, in ebraico: "Adesso penso che il popolo dello stato sionista abbia capito quello che ho sempre detto: non può esistere alcun caso, definito da nessun accordo, che preveda che abdichiamo al controllo della sicurezza sul territorio ad ovest del Giordano". In altre parole, non può esistere alcuna soluzione basata su due stati e non si prevede alcuna fine dell'occupazione.
Netanyahu ha usato gli omicidi per nutrire il risentimento popolare contro Hamas, che il Primo Ministro ha ripetutamente additato come responsabile mentre non lo era affatto. Tra i palestinesi si è acceso un atteggiamento speculare dopo che per vendetta un palestinese sedicenne è stato bruciato vivo. L'obiettivo che Netanyahu si prefiggeva con questo imbroglio era innanzitutto quello di colpire Hamas nella West Bank, e poi quello di tentare di ristabilire lo status quo a Gaza, ovvero il ritorno al governo dell'Autorità Palestinese. L'accordo di cessate il fuoco raggiunto con Hamas a dicembre del 2012, che secondo i sionisti Hamas avrebbe violato lanciando più volte dei razzi, di fatto prevedeva un alleggerimento al perenne accerchiamento e al sempiterno assedio della popolazione di Gaza; lo stato sionista non ha mai attuato gli accordi.
Ora, Netanyahu vuole rimettere in piedi un assedio vero e proprio (vale a dire la situazione precedente all'accordo) facendolo figurare come un cessate il fuoco; Hamas sta cercando di spezzare l'assedio una volta per tutte. Hamas intende utilizzare le tattiche che Hezbollah ha usato in Libano nel 2006. I vertici del movimento se ne stavano ben nascosti nel sottosuolo e hanno lasciato che i primi bombardamenti a tappeto si accanissero contro le loro forze militari, in gran parte uscite indenni. Nel frattempo i combattenti di Hezbollah continuavano il loro lancio di razzi contro lo stato sionista. I razzi non sono mai stati usati con l'idea di infliggere ai sionisti una sconfitta militare, ma per costringere l'esercito sionista a scendere sul terreno del Libano meridionale, che è l'ideale per le azioni di guerriglia. E dove i sionisti avrebbero potuto incappare in qualche lezione dolorosa. In effetti, l'unico modo possibile per rispondere al lancio di razzi che possono essere messi in posizione e lanciati in meno di un minuto -molto meno di quanto impiegassero i sionisti a puntare le loro armi sul luogo da cui avveniva il lancio- non può essere che il mandare in zona truppe di terra.
Resta da vedere se le tattiche di Hamas funzioneranno: Gaza è per lo più pianeggiante e sabbiosa, a differenza del Libano del sud, e questo mette Hamas in condizioni di svantaggio. Certamente il braccio militare di Hamas, che è quello cui toccano le decisioni, non vuole un cessate il fuoco immediato, specie se del tipo che nasconde qualche fregatura. "La mia fonte nello stato sionista", ha scritto l'editorialista Richard Silverstein, "è stato consultato nei negoziati e mi ha detto che i negoziati non sono in realtà una proposta degli egiziani. Sono una proposta dello stato sionista, presentata come se fosse una proposta egiziana. Lo stato sionista ha redatto il protocollo per la tregua. Sicché, una delle due parti ha preparato il cessate il fuoco, lo ha presentato a se stessa e lo ha accettato. L'altra parte non è stata nemmeno consultata". Tony Blair, il rappresentante dei "quattro", ha avallato la "tregua".
Hamas vuole costringere Netanyahu ad invadere Gaza via terra, e pare esserci riuscito. Dal canto loro, Netanyahu e il presidente Al Sissi sperano di poter usare un qualunque accordo di cessate il fuoco per far tornare Gaza allo status quo e soprattutto per sostituire Hamas come autorità e come organismo di governo con l'Autorità Palestinese. In altre parole, per ordire un "golpe morbido" a Gaza, come nel 2007.
Il punto dolente, qui, è la stoltezza di tutto questo. I funzionari dei servizi sionisti hanno detto senza mezzi termini che falciare l'erba, vale a dire uccidere abitanti di Gaza in numero sufficiente a costituire un deterrente per ogni attacco, almeno fino alla prossima volta in cui il conflitto si riaccenderà, non serve a nulla. Si tratta di una mossa meramente tattica e a breve termine, che non raggiunge alcun risultato strategico. Lo stato sionista deve solamente continuare a lavorare di falce.
La questione palestinese, anche se è uscita un po' dall'attenzione nel corso degli ultimi anni, per la maggior parte dei musulmani resta nevralgica ed iconica. E? a tutt'oggi la materia fondante che può seppellire le diatribe regionali. Può avere, e nei fatti ha, un effetto destabilizzante sulla politica: i leader dei paesi arabi temono ancora il suo irrompere nei telegiornali, anche se la questione non ha più la portata che aveva nei primi decenni. E' chiaro che la situazione a Gaza è instabile e critica, e che non è possibile andare avanti all'infinito in questo modo; l'idea dei due stati è rimasta lettera morta per anni e Martin Indyk ha recentemente confermato il fatto che è stata abbandonata. Gli europei e gli ameriKKKani paiono in preda ad una paralisi decisionale, trovano più facile, visto che sul piano politico sono in tanti a remare contro, lasciar fare agli eventi.
Forse, l'unico caso in cui gli Stati Uniti hanno una linea politica chiara è rappresentato dall'Ucraina. L'elemento neoconservatore dell'amministrazione statunitense ha insistito con gli europei affinché venissero implementate sanzioni più dure contro la Russia, anche se Washington non ha ancora spiegato loro a cosa servano, nonostante i politici dell'Unione Europea stiano iniziando a lamentarsi della cosa; Washington non ha nemmeno spiegato quale senso abbiano dal punto di vista strategico, visto che è possibile che danneggino gli interessi europei più di quelli russi.
Tutto questo lavorio non è stato meno controproducente di quanto successo in quei casi in cui l'amministrazione ha deciso di rimanere inerte, o abbia gettato la spugna sotto il peso delle paralisi interne. Gli sforzi dell'amministrazione per sabotare i tentativi di Angela Merkel di arrivare di concerto con Putin ad una soluzione diplomatica della crisi ucraina sono stati attuati spingendo Poroshenko a mettere in atto azioni militari su scala ancora più vasta; questo insistere sulle sanzioni, insieme all'aver minimizzato le preoccupazioni tedesche sulle attività di spionaggio degli Stati Uniti, sono arrivati al punto di mettere veramente in crisi un'alleanza di importanza fondamentale come quella con la Germania. Ed ha causato una frattura nell'Unione Europea; Germania, Austria, Bulgaria, Cipro, Francia, Grecia, Italia, Lussemburgo e Slovenia sono favorevoli ad un atteggiamento conciliante nei confronti della Russia e costituiscono un campo incline a seguire la linea dei tedeschi. Ad esso si contrappone un blocco assai più piccolo che si oppone alla Russia, di cui fanno parte soprattutto la Polonia e i tre paesi baltici, e che ha fatto propria la linea ameriKKKana.
Anche qui troviamo un paradosso: in Occidente si pensa per lo più che mentre le sanzioni diplomatiche occidentali contro la Russia sono state accolte con scherno, l'unica cosa che davvero danneggerà l'economia russa è rappresentata dalle sanzioni unilaterali decise dall'AmeriKKKa e che prevedono un embargo sul mercato dei capitali. La misura è stata imposta ad alcuni settori in cui i russi hanno interessi, le imprese russe si trovano a dover rifondere centoquindici miliardi di dollari di debiti per i prossimi dodici mesi e dopo i fatti di Crimea nessun eurobond russo è stato collocato con successo. SOlo che, come scrive Bloomberg, è possibile che chi si aspetta che i grandi gruppi russi entrino in sofferenza è probabilmente destinato a rimanere deluso.
I russi devono pagare centoquindici miliardi di dollari in dodici mesi e secondo Il servizio investitori di Moody's e secondo Fitch si troveranno a non poter avere accesso al mercato del prestito e a quello obbligazionario a causa della crisi ucraina. Moody's ha preso in considerazione quarantasette casi ed ha rilevato che le imprese avranno a loro disposizione cento miliardi in denaro liquido e in incassi, nel corso dei prossimi diciotto mesi. Quasi tutti i cinquantacinque casi esaminati da Fitch, invece, sono in una "buona posizione" per affrontare il caso che venga loro meno l'accesso ai finanziamenti per il resto del 2014, questo è scritto in una comunicazione del sedici aprile scorso. Le banche dispongono di oltre venti miliardi in valuta estera che possono concedere in prestito, perché le tensioni hanno spinto i clienti a convertire in valuta i loro risparmi in rubli", spiegano alla ZAO Raiffeisenbank.
"I liquidi a disposizione, il credito bancario e i flussi di cassa previsti sono sufficienti a far sì che le imprese possano tranquillamente far fronte alle proprie necessità", ha detto per telefono Denis Perevezentsev, analista di Moody's a Mosca.
L'inasprirsi dell'atteggiamento statunitense contro la Russia, e contro la persona di Putin in particolare, ha più che altro a che vedere con la politica interna; non è caratterizzato dal minimo desiderio di capire quali rischi strategici comporti il permettere all'incoerenza di dominare in un campo così ampio di situazioni tanto volatili. Con questo non si intende affatto dire che europei e statunitensi dovrebbero agire in modo più incisivo. Non dovrebbero farlo. Ma se pensano che sia più facile lasciar fare agli eventi, in situazioni che richiedono solo un minimo di comprensione in più, non accolgano poi con sorpresa il fatto di essersi fatti sorprendere dagli eventi. Quello che manca è una più profonda comprensione: il fatto che essa manchi è determinate per la qualità dei rischi geopolitici che dobbiamo affrontare oggi.
E che cos'è che ha preso il posto della comprensione? Perché situazioni tanto pericolose come il fatto che si soffi di nuovo sul fuoco del radicalismo sunnita, come la guerra in Ucraina, il conflitto in Siria e quello in Iraq, il termine ultimo dei negoziati con l'Iran che si avvicina e la repressione a Gaza vengono tutte affrontate con tanta incoerenza strategica? Non è che gli ufficiali superiori non ci arrivino, come si suol dire; molti di loro sanno benissimo con cosa hanno a che fare, ma sembra che si trovino con le mani legate, in un vicolo cieco intellettuale e politico che li rende incapaci di prendere decisioni, o di azzardarsi a sbugiardare il gergo politichese.
Abbiamo già scritto del vuoto che si è aperto nella politica occidentale (si veda qui). Questo vuoto è dovuto al disimpegno e al disincanto che la gente prova nei confronti dei partiti politici e da come i politici di centro, dagli anni Ottanta in avanti, hanno deliberatamente scelto allo stesso tempo di ritirarsi dalla politica, spesso ostentando disprezzo nei confronti dei loro stessi partiti ed atteggiandosi come gente che in qualche modo si era innalzata al di sopra delle ideologie, dell'etica e che traeva gioia dall'essere riuscita a "depoliticizzare" in qualche modo l'assunzione di decisioni politiche, diventando più che altro dei tecnocrati che si basavano sul "consiglio di esperti" come i banchieri, gli uomini d'affari e i tecnici. Tutta gente "esperta", da preferire al proprio consiglio dei ministri o al proprio partito. A partire da tutto questo c'è stato qualcuno, ad esempio Tony Blair, che ha potuto sostenere che di fatto non si occupava per niente di politica.
La conseguenza di tutto questo è il fatto che si è aperto un vuoto politico. Fino a quando la cosa non ha cominciato a riguardarli personalmente, gli elettori hanno anche potuto fare a meno di preoccuparsi del fatto che erano stati effettivamente privati di ogni potere, ma questa noncuranza è venuta meno quando è stata la volta della "austerità". La gente sente di star pagando, ingiustamente, il prezzo elle pecche del sistema finanziario. Claudio Gallo ha identificato le origini di questo processo di depoliticizzazione nel gemmare del neoliberismo a partire dal liberalismo europeo, che a suo dire resta qualcosa di diverso dalla cosa a cui ha dato origine (la sua analisi trascura l'influenza del trotzkismo sul neoliberismo, specie in quello ameriKKKano). Altri hanno documentato molto bene in che modo il nuovo spirito neoliberista è stato fatto proprio dai "partiti di centro" del vecchio continente come il Labour Party, che è arrivato in modo semplice e paradigmatico a concludere che l'ideologia di Wall Street o la City di Londra non si potevano sfidare, e tanto basti: per avere successo in politica -ovvero per vincere le elezioni- occorreva far proprio il neoliberismo finanziario. Il nucleo della "rivoluzione" che ha portato al New Labour è questo. Gallo sostiene che il liberalismo ha sempre cercato, fin dalle sue origini, di presentarsi come "oltre la morale". Gallo nota come, anche prima di pubblicare il suo "La ricchezza delle nazioni" nel 1776, Adam Smith avesse affrontato lo studio dei sentimenti morali e come l'azione economica in Smith "rifugga la morale senza porsi contro di essa (sic)".
Il neoliberismo del New Labour e i democratici alla Clinton si sono proprio presentati come ideologicamente neutrali: la loro è l'ideologia della fine delle ideologie. Il loro non è un sistema politico in mezzo a tanti altri, determinato dalla storia e dal contesto sociale ma un fatto naturale, da considerarsi come dato. Il mercato che si regola da solo diventa dal punto di vista ideologico una specie di categoria universale, presente nella storia dell'umanità fin dai suoi albori.
Il punto critico è che in una società neoliberista non esiste nessuno che detenga davvero il potere politico. L'economia si regola da sola: gli individui massimizzano il proprio interesse materiale e la somma degli interessi individuali fa sì che si determini il benessere della società intesa nel suo complesso. I neoliberisti cercano sempre di fare in modo che le invisibili forze del mercato possano operare senza ostacoli, in modo che possano arrivare ai "verdetti del mercato".
Pare che oggi ci sia dato di vedere all'opera gli stessi principi tecnocratici, applicati alla politica estera. In politica estera le dinamiche del potere vengono considerate rivolte a "verdetti del mercato" di natura razionale, sicché si lascia tutto allo scorrere degli eventi. Secondo la stessa logica il "mercato" internazionale in cui operano gli equilibri di potere dovrebbe essere messo in condizioni di operare senza vincoli. A governare ci pensano tecnici razionali, che si limitano a lasciare che il mercato funzioni e che si adattano a ciò che esso sentenzia. In questo modo, i politici possono davvero sostenere di trovarsi al di sopra delle ideologie ed al di sopra dell'etica, anche se ovviamente la loro è un'ideologia di facciata. Il mantenimento di questa facciata ed il far credere alla gente che essa corrisponde alla realtà hanno avuto un'influenza fondamentale nell'orientare i mass media e la cultura dei nostri tempi.
Tutto questo riesce in qualche misura a rispondere al continuo accumularsi delle incoerenze strategiche in cui l'Occidente è incorso durante l'ultimo decennio? Di sicuro il vuoto che si è venuto a creare con il distacco dalla politica messo in atto sia dai governati che dai governanti, e i tentativi di colmare questo vuoto che sia il nuovo populismo sia i partiti di destra e di sinistra stanno facendo, chiamati come sono ad occupare lo spazio rimasto vacante, rende parzialmente conto della paralisi decisionale in politica estera. Sono tempi pericolosi.

giovedì 31 luglio 2014

Su uno striscione livornese. La hasbara' di quartiere di Vittorio Mosseri.



La propaganda sionista viene riportata senza critiche e con puntualità in tutte le gazzette e da tutte le televisioncine del mainstream "occidentale"; chiunque tra il personale gazzettiero osasse confutarla, deriderla o semplicemente ignorarla avendo accesso a spazi di pari o di maggiore visibilità rischierbbe di farsi cacciare dalla sera alla mattina perché l'informazione "occidentale" è talmente libera da non poter neppure concepire una simile insubordinazione.
Nel corso degli ultimi anni anche l'efficacia della propaganda sionista, come quella della propaganda "occidentale" nel suo complesso, è crollata a causa dello smisurato approfondirsi del baratro che la separa dal mondo reale. Uno dei risultati è che lo stato sionista conserva una fama presentabile soltanto nelle gazzette e nelle lobby di riferimento, e che la reiterazione dei temi propagandistici viene affidata alla volenterosità di qualche "hasbarista di quartiere" reperito negli stessi ambienti.
I muri, in "Occidente", di solito sono in dissonanza con le gazzette e con la "libera informazione" in generale. A Livorno proprio un muro nel luglio 2014 presentava una scritta che non è affatto piaciuta al capo della locale comunità ebraica perché invitava a "fermare il genocidio a Gaza" ed accusava di terrorismo lo stato sionista.
Il signor Vittorio Mosseri ha scritto al primo cittadino e la lettera è stata ripresa ossequiosamente dalle gazzette, che di solito non mancano affatto in approssimazione, disinvoltura e pressappochismo quando devono decidere se e come trattare materiali di altra e meno lobbistica provenienza. La riportiamo per intero, accompagnandola alle nostre considerazioni.


Gent.mo Sig. Sindaco,

Le scrivo a nome della mia Comunità, scosso e indignato per quanto accaduto ieri sera, durante la festa per l’inaugurazione di Effetto Venezia. Luogo dell’incontro, del rispetto e del divertimento, non ho potuto non notare uno striscione che mi ha particolarmente offeso e addolorato, come ha offeso e addolorato altri cittadini, non solo miei correligionari. La scritta era particolarmente eloquente: “Fermare il genocidio a Gaza. Israele vero terrorista”.
Non posso non notare posizioni antisemite, contenute in affermazioni spacciate per anti-israeliane, che sempre più spesso vengono invece legittimate come critica al governo al cui capo oggi siede Benjamin Netanyahu.La disinformazione o una voluta mancanza di informazione, certamente di natura ideologica, distorcono la verità delle cose. Come il caso di questo striscione, appeso in modo disinvolto alla finestre del quartiere.

Qualunque manifestazione pubblica può essere usata per la ricerca di agibilità politica e di visibilità mediatica. Nel caso di obiettivi "occidentalisticamente" congeniali come la Repubblica Islamica dell'Iran o la difesa di certi vergognosi tornaconto da magliari si verificano abitualmente gazzarre ad uso gazzettiero assai più frastornanti e assai meno argomentate. Alcuni anni fa una formazione politica "occidentalista" nota per le simpatie di cui godeva presso i vertici della comunità ebraica di Roma era arrivata a delegare ai propri attivisti giovanili il compito di tampinare quotidianamente il primo ministro dello stato che occupa la penisola italiana, in modo da farlo figurare oggetto di contestazioni quotidiane, senza che nessun estimatore "dei luoghi dell'incontro, del rispetto e del divertimento" trovasse nulla da ridire.

Prima di tutto il significato di “genocidio” viene storpiato e usato fuori contesto.  Quello che sta succedendo a Gaza è fortemente drammatico, si parla infatti di perdita di vite umane.Sono ben consapevole della sacralità della vita e mai mi permetterei di sminuirne il valore. Al contrario, me ne faccio difensore: questo è l’insegnamento della Legge ebraica. Il genocidio, però, è un’altra cosa e chiama in causa ben altri scenari. L’uso corretto del dizionario consente di attribuire ai fatti una prospettiva o, comunque, è già un primo passo per farlo con consapevolezza. In questo caso il senso è saltato del tutto e, peggio ancora, usato per fini propagandistici.
In seconda battuta, il giudizio di merito attributo a Israele quale “terrorista” non è certo più veritiero. Gli autori dello striscione conoscono il significato dell’aggettivo “terrorista”? Sia chiaro per tutti, dunque: Israele non può essere definito uno Stato terrorista, perché si sta difendendo da una organizzazione (questa, sì, terroristica) che ha come obiettivo la distruzione di Israele stesso, come recita il loro statuto. Israele, anche con le azioni militari in atto in queste settimane, difende il diritto alla propria esistenza.

Il vocabolo genocidio è sicuramente fuori contesto ed inappropriato alla descrizione degli eventi in atto. Tuttavia esistono persone che pensano che alla propaganda si debba rispondere con altra propaganda, ed in questo caso il vocabolo trova ampia giustificazione dal momento che la propaganda sionista presenta abitualmente qualsiasi disavventura in cui incorra  un individuo ascrivibile al bel numero come se si trattasse di un deliberato attacco allo stato sionista nella sua interezza, o addirittura all'intero ebraismo mondiale. Esistono organizzazioni deputate ad un lavoro propagandistico di questo genere, il cui modus agendi non è sicuramente ignoto al signor Mosseri. Come non deve essergli ignota la diatriba sull'utilizzo del vocabolo genocidio: negli ambienti sionisti si vede sfavorevolmente il suo utilizzo nel caso degli armeni, che si vedrebbero riconosciuta una tragica primogenitura suscettibile di minare certe pretese.
"In seconda battuta" lo stato sionista ha fatto diventare rapidamente degli eroi i propri combattenti irregolari. La storia della Banda Stern -responsabile tra l'altro dell'assassinio di Folke Bernadotte-  e dell'Irgun sono a disposizione di chiunque voglia documentarsi. L'operato dei combattenti irregolari è parte non eliminabile dalla storia dello stato sionista, così come non lo è il suo ampio ed abituale avvalersi di servizi più o meno segreti.
Negli ultimi anni la propaganda "occidentalista" ha abusato anche del vocabolo terrorista, che dopo la spregiudicata operazione urbanistica eseguita in territorio statunitense l'11 settembre 2001 su iniziativa di un sobrio ingegnere saudita viene utilizzato a piene mani per denigrare chiunque muova la minima obiezione, specie se documentata. Dunque, lamentarsi del fatto che qualcuno si comporta allo stesso modo ed usa gli stessi vocaboli non ha molto senso. Qualunque cosa contenga lo "statuto" di Hamas, asserire che il diritto all'esistenza dello stato sionista, del suo imprecisato numero di testate nucleari e della smodata quantità di armamenti di cui dispone sia messa in pericolo da qualche combattente irregolare è cosa di nessun realismo. Si potrebbe sostenere con malignità che dal momento che i sionisti non sono rifuggiti all'occorrenza dal ricorso ai combattenti irregolari c'è se mai da pensare che conoscano bene fin dove può arrivare la portata delle loro azioni, una volta che il clima internazionale sia ad essi favorevole.
Qualunque cosa contempli, ancora una volta, lo "statuto" di Hamas, lo stato sionista ha attuato un regime di occupazione e di apartheid fattuale in tutti i territori occupati, che non è possibile contestare nello stesso spicciativo modo anche perché a settant'anni dalla fondazione non si è ancora dotato di una costituzione scritta. In particolare la cancellazione sistematica dell'identità araba dai territori sotto controllo sionista è iniziata addirittura prima della fondazione dello stato ed ha previsto azioni "muscolari", per usare un'espressione cara a quei neoconservatori yankee cui lo stato sionista deve tanta e servile gratitudine, sia sul terreno (come a Deir Yassin) che nell'àmbito della storiografia, dell'archeologia e della toponomastica. Tutto per costruire all'occupazione una legittimazione storica e de facto che non aveva e non poteva avere.

Sono ben nove anni che da Gaza vengono lanciati missili contro i civili israeliani, ovvero da quando, sotto il governo di Ariel Sharon, la Striscia è stata lasciata ai palestinesi. Sono quindi nove anni che la popolazione israeliana vive sotto l’incubo degli attacchi missilistici, scandedo la propria vita tra una sirena e l’altra, tra le corse al rifugio più vicino ed al ritorno alle proprie attività quotidiane. Nella speranza che il sistema di protezione non fallisca.

Naturalmente esiste una quantità molto alta di dati utilizzabili per dimostrare l'esatto contrario, in primis le rilassate scene vacanziere di Jafo e dintorni, turbate solo dai fucili d'assalto d'ordinanza che le reclute di Tsahal' sono costrette a portarsi dietro anche sulla spiaggia. La località è famosa anche per il consumo fracassone di bevande alcoliche, prerogativa dei coscritti e che quando si verifica fuori dallo stato sionista -e segnatamente sotto le loro finestre- ha sicuramente ha in molti lagnosi sionisti di complemento alcuni dei suoi più intransigenti detrattori.
Le spese militari dello stato sionista sono da sempre alla base di una feroce tassazione sui redditi e le risorse economiche sono per definizione limitate. Persino Ariel Sharon, le cui competenze di macellaio nessuno intende qui mettere in discussione, era arrivato a capirlo. Di qui la decisione di abbandonare territori che sarebbe stato possibile tenere solo con un utilizzo generoso delle armi protratto a tempo indefinito.

Israele si trova a dover spendere milioni di dollari per la Kipat Barzel (o Iron Dome, cioè Cupola di Ferro), un sistema militare impiegato quale misura difensiva nei confronti dei missili di Hamas, neutralizzandone per fortuna centinaia. È solo ed unicamente per questo che, oggi, non c’è stata una strage di civili.
Al contrario, Hamas ha utilizzato e utilizza tutte le proprie risorse, che non sono poche come invece si vuole far credere, in missili e nella costruzione di tunnel attraverso cui far passare i terroristi e i missili stessi. I tunnel, inoltre, vengono costruiti appositamente sotto le abitazioni, gli ospedali e le scuole, riducendo i civili, in particolare i bambini, a veri scudi umani. Delle bombe e dei missili piazzati nelle scuole gestite dall’ONU ne hanno parlato tutti i media. Si può dire lo stesso per Israele?

Tutti i "media" hanno parlato e continuano a parlare della disinvoltura con cui lo stato sionista affronta simili questioni, meritando per l'ennesima volta nel corso della sua storia il biasimo di quelle Nazioni Unite che neoconservatori yankee e sionisti di ogni ordine e stipendio hanno comunque la buona abitudine di ignorare e di disprezzare.
Una "strage di civili" non c'è stata grazie a Kipat Barzel, ma nonostante Kipat Barzel. Chi lancia missili contro lo stato sionista non lo fa per compiere stragi perché ordigni del genere colpiscono gli spazi molto più che gli uomini. E non lo fa neppurea per rendere difficile l'ordinato svolgersi della vita quotidiana: nelle località sioniste che la propaganda postula come "sotto assedio" si ha agio e calma di assistere ai bombardamenti che si svolgono a poche centinaia di metri comodamente seduti a sorseggiare Coca Cola.
Lo scopo degli attacchi prolungati con i missili e con i razzi è quello di obbligare l’avversario, frustrato dai continui fallimenti dei bombardamenti destinati a fermare questi attacchi, a schierare truppe sul terreno. E sul terreno gli aggressori sionisti vengono sistematicamente accolti a colpi di panzerfaust, per giunta con un certo successo. Il precedente della guerra persa contro Hezbollah non deve aver insegnato gran che, almeno a chi si occupa della propaganda.

Terrorista, dunque, è chi usa i civili come scudi umani, non chi cerca di difendersi. È un fatto. Ed è sotto gli occhi di tutti, anche se in molti fanno finta di non accorgersene.  Questo striscione, diffondendo false verità, non fa che alimentare l’odio verso Israele e di conseguenza verso gli ebrei. Gioca, in maniera subdola e pericolosa, su quel confine sempre più labile e pretestuoso tra anti-israelismo e antisemitismo.

Nelle realtà normali un terrorista è qualcuno che punta ad ostacolare l'ordinato svolgersi della vita sociale in un dato ambiente generando in coloro che si percepiscono come potenziali bersagli il timore di rimanere vittime di attacchi imprevedibili. Nelle realtà che di normale non hanno nulla, come le gazzette "occidentali", la propaganda sionista o lo stato che occupa la penisola italiana, un terrorista è chiunque osi dissentire dalla visione del mondo che esse veicolano. Tanto meno attaccabili sono le argomentazioni portate a sostegno del dissenso, tanto più grave è la condotta terroristica di chi dissente.

In Israele, anche senza “guerre” in atto, le famiglie la mattina si separano: il padre porta un figlio a scuola con un autobus, la madre un altro con un altro autobus, così, se un veicolo viene fatto saltare in aria da un terrorista che si imbottisce di esplosivo, almeno non tutta la famiglia viene annientata.  Questa è l’atmosfera che si vive in Israele, questa è l’ansia che si respira per il terrore di non ritrovarsi la sera, al rientro.  Si può dire lo stesso per Hamas?

Le possibilità sono due: o la vita quotidiana nello stato sionista è oggettivamente intollerabile -ma come si è detto non mancano abbondantissime informazioni che attestano il contrario- o Vittorio Mosseri mente sapendo di mentire.
Hamas ha un braccio combattente per il quale la morte violenta è roba d'ogni giorno; nella visione del mondo della propaganda, tutti i sudditi dello stato sionista vivrebbero nelle stesse condizioni. Sulla credibilità e sulla plausibilità di questo assunto lasciamo giudicare a chi legge.
Al momento in cui scriviamo, "il terrore di non ritrovarsi la sera al rientro" è realtà concreta per la popolazione di Gaza. Ma questa è appunto una realtà concreta, non un costrutto propagandistico, per cui sarà difficile trovarne traccia negli scritti di un Mosseri.

Israele non è in conflitto con i palestinesi, ma con i terroristi palestinesi. Israele accoglie, nella pienezza dei diritti, i palestinesi (e gli arabi) che, in fuga dai loro regimi politici, oltrepassano i confini e decidono di stabilirsi nell’unico Stato democratico del Medio Oriente. Li fa cittadini attivi. Tanto che arabi e palestinesi, così come tutte le altre realtà sociali e religiose, sono rappresentati politicamente e hanno diritto di voto. Si può dire lo stesso per Hamas?

La contrapposizione tra uno stato sovrano ed un movimento politico in questo caso non ha alcuna logica e non ha altro giustificativo che la malafede.
Il discorso sul "diritto di voto" potrebbe portare assai lontano, e su un terreno che il signor Mosseri troverebbe per lo meno imbarazzante. Il democratismo sionista è democratismo "occidentalista", che concede di buona grazia un diritto che resta tale fino a quando i suffragi vanno nella direzione auspicata o fintanto che coloro cui viene concesso non lo esercitano (evitando di disturbare il manovratore) come avviene nello stato sionista per molti dei sudditi di origine araba. 
Un paio di anni fa Gilad Sharon, figlio del macellaio  di cui sopra, auspicava una soluzione finale per Gaza e per la sua irredimibile popolazione civile, e lo faceva su uno dei principali fogliettini dello stato sionista, non su un blog che nessuno legge, o sul Libro dei Ceffi.
“La popolazione di Gaza non è innocente, hanno eletto Hamas. I gazawi non sono ostaggi, hanno fatto questa scelta liberamente e devono pagarne le conseguenze”.
Secondo qualche gazzettiere la morte dei civili a Gaza non è argomento suscettibile di destare l'attenzione dei sionisti. L'articolo che presentiamo in link testimonia anche l'abiezione di qualche buono a nulla da Libro dei Ceffi, cosa che attesterebbe anche nello stato sionista il persistere di larghi strati sociali connotati da istanze e "valori" tipici della feccia da pallonaio. Una realtà rassicurante per qualsiasi "occidentalista": muoiono i bambini? Meglio, visto che anche Hitler è stato bambino

Il Magen David Adom e gli ospedali israeliani soccorrono, curano e assistono israeliani e palestinesi, senza alcuna distinzione. Ed in particolare in questi tragici giorni, l’ospedale di Beer Sheva sta fornendo assistenza ai bambini feriti che arrivano da Gaza.  Si può dire lo stesso per Hamas?

I sionisti non devono curare e assistere i palestinesi, devono semplicemente smettere di sparare loro addosso.

A Israele e ai palestinesi non piace la guerra. Invece piace ad Hamas, che, unitamente a una politica della tensione, la vede come strumento per raggiungere i propri fini. Hamas non è uno Stato, non aspira ad esserlo, tantomeno con gli strumenti della politica e della diplomazia, come invece fanno i Territori palestinesi. Hamas vuole impadronirsi sempre più dei gangli politici dell’Autorità palestinese, controllarla definitivamente e instaurare una guerra totale per annientare Israele. “Se Hamas getta le armi non c’è più la guerra. Se le getta Israele non c’è più Israele”.

Hamas come organizzazione metafisicamente malvagia e capacissima di ogni nequizia è una costante della propaganda sionista e poco importa se gode di un ampio mandato popolare. In che conto il sionismo e l'"occidentalismo" in genere tengano la volontà degli elettori lo si è già visto e men che mai si può anche solo ipotizzare che qualche sionista si chieda se l'affermarsi di Hamas non abbia un qualche motivo concreto invece che affondare nella metafisica.
Le ricorrenti aggressioni sioniste non hanno affatto tolto sostegno a Hamas, che è persino riuscito a superare i seri passi falsi degli ultimi anni, e c'è da pensare che il loro scopo non sia altro che quello di mantenere nello stato sionista un clima politico sfruttabile in termini di suffragi. Una strategia vincente, almeno fino ad oggi.

La carica di Sindaco che lei ricopre La responsabilizza per una presa di posizione che elimini qualunque voce di odio e conflittualità.  Livorno, storicamente città della coesistenza virtuosa delle diversità, deve essere oggi più che mai una testimone attiva di pace e dignità umana. La verità è lo strumento per veicolarle.

Potremmo concludere con una perifrasi, sostenendo che la verità intesa come strumento per veicolare la pace e la dignità umana non abbonda negli scritti di Mosseri.
E sperarndo che mosse come questa si rivelino almeno controproducenti.


martedì 22 luglio 2014

Grazie Putin per aver ucciso mia figlia. Prego, non c'è di che.



La propaganda è come il fuoco di copertura: mai cessare un istante.
Sicché quando un certo Hans de Borst ha messo in internet un'invettiva sarcastica contro quelli che reputa i diretti assassini di sua figlia, le gazzettine hanno preso la palla al balzo senza pensarci un secondo.
Non bastava che
vessasse gli omosessuali e si divertisse a far affondare le navi da crociera; anche le ragazzine si è messo ad ammazzare.
Il Signor de Borst scrive ringraziando il Presidente della Federazione Russa ed i "Separatist leaders of Ukrainian government" facendo capire che per lui i separatisti dell'est ed il governo ucraino che li sta combattendo appartengono allo stesso esecutivo.
Di questo non si è accorto nessuno.
In mancanza di meglio il Nemico è Putin, e tanto basti.