venerdì 1 maggio 2015

Valerio Evangelisti - Expo, l'industria del mandolino


Il primo maggio 2015 si apre in una grossa città nel nord della penisola italiana una "esposizione universale". A questo proposito internet abbonda di considerazioni improntate al realismo, che confinano la propaganda al mainstream cui è ovvio essa appartenga.
Dobbiamo contritamente confessare che anche noi eravamo rimasti molto indietro, cioè ad un'epoca in cui le "esposizioni universali" dovevano servire ad illustrare i progressi compiuti da questa o quella compagine statale nei più vari settori della scienza e della tecnica.
Riportiamo per questo le
considerazioni di Valerio Evangelisti, improntate a pragmatismo e sobrietà.
Nel testo ricorre più volte il nome dello stato che occupa la penisola italiana; ce ne scusiamo come d'uso con i nostri lettori, specie con quanti avessero appena finito di pranzare.


Ai tradizionali argomenti contro l’Expo (sfruttamento del lavoro precario, danni per l’ambiente, inquinamento malavitoso, spreco di denaro, ecc.) vorrei aggiungerne uno che non vedo citato spesso. La scelta di modello di crescita economica che una manifestazione del genere nasconde.
Nel corso della loro storia più che secolare, le Esposizioni universali hanno avuto due funzioni. La prima, mostrare lo “stato dell’arte” nel campo della tecnologia, dello sviluppo industriale, di quello che era definito genericamente “il progresso” (capitalistico, è ovvio). La seconda, far conoscere al mondo la posizione del paese ospitante in quel quadro, presentandolo come centrale e ben inserito nei grandi risultati raggiunti.
L’Italia è stata, fino a tempi recentissimi, la terza potenza industriale europea, dopo Germania e Francia. Sarebbe stato logico, dunque, che un’Esposizione universale esibisse i suoi gioielli in quel campo. Ma sono bastati pochi anni di crisi e molti di neoliberismo (leggi Unione Europea) perché quei gioielli fossero venduti, trasferiti altrove, messi all’asta, trasformati in carbone. Così come i lavoratori che li avevano creati.
L’Expo 2015 si profila dunque come un gigantesco ristorante, un Eataly di proporzioni colossali, secondo il progetto con cui Renzi (e Farinetti, e gli altri geni che gli stanno attorno) intendono rimodellare l’economia italiana e segnarne le sorti. Terra di cibi e musei, paese da turismo e da vacanze. Una Riviera Romagnola estesa all’intera penisola. A beneficio di chi? Degli Stati che dominano la UE, cui rimarrebbe il monopolio assoluto dell’industria pesante e della finanza. A loro le produzioni che contano e rendono, a noi l’accoglienza delle comitive.
Non ho citato la Riviera Romagnola a caso. E’ da sempre, per la conformazione della sua economia (che non ha andamento continuativo), la patria del lavoro precario e malpagato. Così come lo è l’agricoltura, che funziona a cicli. Vale anche per la Spagna, il Portogallo, la Grecia, Cipro. Tutta la catena dei debitori dell’Europa meridionale. L’Italia si è a lungo sottratta a questa regola, ma arriva l‘Expo a sancire la resa. Esibiamo cassette di frutta, formaggi, pizza, spaghetti, accanto a prodotti non più nostri perché venduti alle multinazionali dell’alimentazione.
Un simpatico mercato rionale, con forza-lavoro non organizzata né tutelata dalla legge da mandare a casa finito il ciclo stagionale “alto”. Accompagnato da guide turistiche, ragazzi di fatica, personale alberghiero, autisti ecc. (mancano solo i suonatori di mandolino) che, dopo il pranzo, rendano il soggiorno piacevole al ricco visitatore. Ricco perché ha ormai in mano l’essenziale dell’industria italiana, a cominciare dal comparto agro-alimentare.
Cosa resta da fare al cameriere ipersfruttato, in simili frangenti? Ce lo dice la logica. Rovesciare il tavolo del cliente e gettare il vassoio in faccia al padrone. Ricostruire un Primo Maggio di lotta e dignità.

domenica 26 aprile 2015

Firenze. Jacopo Alberti minaccia l'elettorato attivo.


Su internet un certo Jacopo Alberti figura come questo o quello o quest'altro della formazione "occidentalista" "Lega Nord - Toscana".
Agli effetti pratici, Jacopo Alberti non è.
Questo non gli impedisce di minacciare le persone serie da un afasico sito in Wordpress: Da oggi, nel vostro domani c'è Lega Nord.
Potremmo sostituire "Lega Nord" con una marca di assorbenti igienici e ricollocare tutto in una campagna pubblicitaria per quei prodotti e per quel target: il ben vestito sulla destra si presenta come un testimonial autorevole e di granitica competenza settoriale.
Purtroppo per lui, Firenze non è Saronno: ancora vi alligna una umanità poco addomesticabile che invece di perdere tempo con il Libro dei Ceffi è capace di fare proposte molto costruttive e molto concrete per il futuro senza scomodare partiti... o assorbenti igienici.
Il minimo che possa succedere è che qualcuno che considera gli jacopoalberti come parte dei problemi invece che come parte delle soluzioni spenga il computer, esca di casa, passi dalla più vicina mesticheria e si procuri uno spray a vernice nera.
E con uno spray a vernice nera qualcuno ha corretto un pannello pubblicitario di Jacopo Alberti, vaticinandogli di finire appeso nella piazza omonima.
Piazza Alberti è lievemente decentrata: la recente costruzione di un parcheggio multipiano l'ha dotata anche di punti d'appoggio elevati, che assicurerebbero buone prospettive mediatiche a tutte le fasi dell'operazione. Tutto questo fa pensare che a Firenze, crisi nonostante, si trovino ancora persone seriamente orientate al pragmatismo e al problem solving.
Jacopo Alberti, dicono le gazzettine, ci è rimasto male.
Ma male proprio.
Male al punto da non aver capito che a Firenze chi vuol fare politica "occidentalista" va a iscriversi al PD, e che i ben vestiti paracadutati da chissà dove per rappresentarvi l'occidentalame alla moda finiscono invariabilmente col fracassarsi il grugno prima contro un disprezzo mai nascosto e interclassista, e poi, con calma, contro i risultati degli scrutini.


sabato 25 aprile 2015

Orrore a Firenze: aggressione vitivinicola cinese!


Il Brunello coi piselli sequestrato vicino a Firenze (foto da "La Repubblica")

Da circa venti anni ci si accorge che nel "paese" dove mangiano maccheroni sta per tenersi una consultazione elettorale dalla puntualità con cui le gazzette intensificano campagne di denigrazione contro bersagli facili, di solito individui a basso reddito scelti con cura per la loro origine non peninsulare.
La strategia ha sempre pagato: accontenta la committenza assicurandole i suffragi necessari ad insediare a decidere su questioni vitali individui autenticamente rappresentativi del corpo elettorale (fannulloni, incapaci, corpivendole, elegantoni, bulli di quartiere, yes men, fallite, frequentatori di ristoranti, avanzi di ristorante, cocainomani, scarti di produzione, tenutarie, bocciati a scuola e/o cattivi d'animo puri e semplici) e permette ai gazzettieri di far giornata senza disturbare nessuno e senza nessuna fatica. La probabilità che qualcuna delle vittime (di solito gente costretta a ben altro che picchiettare su qualche bottoncino per avere di che vivere) chieda loro conto di quanto scribacchiato sono per forza di cose molto esigue.
Secondo l'edizione fiorentina di "Repubblica" un furbastro originario della Repubblica Popolare Cinese sarebbe stato sanzionato dalla gendarmeria mentre cercava di immettere in commercio una partita di "Brunello fatto coi piselli".
Chi leggesse da località normali sappia che con Brunello si intende un vino pregiato, dal packaging inconfondibile, a cui sovrintendono uomini ed organizzazioni dalla ferrea e specchiata integrità.
La gazzetta su nominata sa bene che nessuno legge più: meglio mettere una foto dei materiali sequestrati, tanto per chiarire il concetto. 
Trandosi la zappa sui piedi. Ma anche questo non importa, tra qualche ora ne avranno inventata un'altra.
L'immagine a corredo dell'articolo mostra bottiglie di superalcolico con ideogrammi sull'etichetta, simili a quelle qui sotto. In comune con quelle di vino più o meno pregiato non hanno neppure la forma. E il signore che si è preso la briga di importarle ha avuto problemi semplicemente per etichette dalla traduzione sbrigativa: nelle intenzioni del legislatore a prodotti del genere non può essere apposta la dicitura di "vino" o "grappa", che nella penisola italiana dovrebbero indicare soltanto derivati dall'uva.

Il Brunello senza piselli, sequestrato da nessuno.

mercoledì 22 aprile 2015

Matteo Salvini contestato a Livorno



Una delle più abiette -e dunque rappresentative- formazioni "occidentaliste" protagoniste della vita politica nella penisola italiana si fa chiamare "Lega Nord".
Nelle realtà normali chi caldeggia e promuove la secessione di questa o quella parte di uno stato sovrano non può attendersi troppi riguardi dalle istituzioni. Dal momento che la normalità non riguarda a nessun titolo lo stato che occupa la penisola italiana ed i suoi sudditi (e men che mai i loro rappresentanti) nel corso degli anni gli esponenti della "Lega Nord" hanno fatto ottime carriere politiche nello stesso stato che andavano dicendo di voler disgregare. La normalità ed il "paese" dove mangiano maccheroni percorrono rotte parallele, al punto che invece di fucilarlo come un cane per alto tradimento, hanno trovato normalissimo affidare per anni ad un esponente di questa formazione politica la carica di ministro degli affari interni.
Nonostante abbia avuto molta fortuna in altre zone della penisola, in Toscana la "Lega Nord" ha seguito strategie propagandistiche che denotano una pessima conoscenza del terreno e la presenza dei suoi esponenti in occasione di questa o quella campagna elettorale è servita soltanto a tenere occupati i gazzettieri e soprattutto la gendarmeria. I suffragi ottenuti nel 2010 servirono a mandare in consiglio regionale quattro nullità il cui gruppo si dissolse nel giro di due anni.
A complicare le cose c'è anche il fatto che l'ultima revisione ideologica della "Lega Nord" ha definitivamente incistato il "partito" nel truogolo dell'"occidentalismo" più ebefrenico, che ha il brutto difetto di essere gremito: inoltre i sedicenti avversari dell'"occidentalismo" ne hanno depredato il patrimonio propagandistico e la loro offerta politica non è in alcun modo distinguibile da quella "occidentalista". Detto altrimenti, le formazioni politiche che additano ai sudditi un incubo distopico di zingari, scippatori e tagliagole cui interessano solo le comodità di una casa popolare (ah, e le schede telefoniche) sono più di quante gli organi di rappresentanza possano ospitarne. La concorrenza è forte, il target è sempre quello, la propaganda ha saturato. Il numero del "comizio" a Livorno con salvataggio dell'oratore da parte della gendarmeria viene ripetuto ad ogni consultazione elettorale ed è talmente logoro che solo gazzette "occidentali" possono trovare visibilità da dedicargli, magari frignando di democratismo. La cosa parrebbe improbabile, ma chissà che non esistano limiti almeno fisici persino alla corsa al ribasso imposta dalla politica "occidentalista".
I nostri lettori sanno che lo sfaticato Matteo Salvini, nonostante le gazzette ne ricordino la carica di "segretario federale della Lega Nord" altro non è che un diplomato divorziato e in sovrappeso con l'abitudine di sputare nel piatto in cui mangia.
Difficile farsi notare con un simile curriculum: le mescite della penisola italiana raccolgono migliaia di elementi del genere.
Tocca cercare di far notizia sperando nell'equivalente gazzettiero del farsi largo a gomitate, e che un numero sufficiente di sudditi si senta rappresentato da un diplomato divorziato e in sovrappeso che sputa abitualmente nel piatto in cui mangia.
Vista la storia politica della penisola italiana la cosa è più che probabile, concorrenza nonostante: Matteo Salvini può dormire tranquillo.

sabato 18 aprile 2015

Alastair Crooke - Le "guerre del Tesoro" e i loro rischi geofinanziari



Traduzione da Valdai Discussion Club, 11 aprile 2015.

Fino ad oggi il mercato dell'energia è sempre stato considerato soggetto a rischi politici (caduta di questo o quel governo, disordini interni eccetera) oltre che ai consueti rischi economici. In passato la geopolitica è stata considerata come la variabile indipendente: era la politica a determinare in larga misura quello che succedeva nel campo finanziario e in quello energetico: una cosa nasceva dall'altra. Le cose stanno ancora in questo modo, anche oggi? Forse dovremmo iniziare a ridefinire la questione, perché oggi come oggi è sempre più il campo geofinanziario ad influire sul geopolitico.
Nelle particolari circostanze del dopoguerra, in cui l'economia statunitense era effettivamente l'unica economia sviluppata rimasta sulla scena -controllava il cinquanta per cento del commercio mondiale- l'AmeriKKKa è riuscita ad utilizzare per i propri interessi Bretton Woods, una situazione in cui il dollaro era la valuta di riserva per eccellenza ed aveva un'influenza determinante sul Fondo Monetario Internazionale e sulla Banca Mondiale. Tutto questo permise all'AmeriKKKa di assumere il controllo dell'economia mondiale.
Negli ultimi anni, dopo l'infelice esperienza fatta dall'AmeriKKKa con i massicci interventi militari in giro per il mondo allo scopo di mantenere il controllo sull'ordine mondiale, il Tesoro degli Stati Uniti ha iniziato a sostenere la posizione privilegiata del dollaro in quelle che potremmo definire "guerre del Tesoro" facendo abbondante ricorso, per conseguire fini politici, all'equivalente finanziario della bomba al neutrone: l'esclusione dal sistema commerciale e finanziario basato sul dollaro. In questo momento è in corso una guerra geofinanziaria, tra gli altri, contro la Russia, contro la Cina sia pure in misura minore, e contro l'Iran. Con un pizzico di discrezione in più, lo stesso sistema è stato utilizzato per far cadere questa o quella testa in vari governi europei. La guerra del Tesoro dispiega campagne di disinformazione, guerra psicologica, droni e operazioni speciali: sono il principale strumento per mantenere il controllo di un ordine mondiale che si sta disgregando.
Questo introduce rischi di un altro genere: spingendo Russia e Cina a sviluppare un sistema commerciale e finanziario non basato sul dollaro per ridurre la propria vulnerabilità nei confronti delle pretese della giurisdizione del dollaro, ci siamo imbarcati in un confronto che finirà col danneggiare tutti, in particolare il Medio Oriente. Iran, Turchia ed Egitto sono i tre paesi fondamentali dell'area: ciascuno per le proprie ragioni, stanno tutti passando al blocco euroasiatico non basato sul dollaro.
E' inevitabile che i flussi del mercato energetico in futuro siano influenzati dal risultato di questa guerra geofinanziaria. Non esiste ragione per pensare che l'insieme di alleanze geofinanziarie che emergerà da questa guerra corrisponderà alla mappa politica oggi esistente, e che risale al dopo guerra fredda. E' verosimile che l'assetto attuale e quello futuro si incroceranno l'uno con l'altro. Per esempio, in Medio Oriente ci saranno vincitori e sconfitti tra i paesi produttori di energia: alcuni stati dell'OPEC potranno finire in uno dei circuiti finanziari, altri nell'altro.
Quello che fa alzare i rischi insiti in questo nuovo tipo di guerra, e quello che ne incrementa l'imprevedibilità dei risultati, è il fatto che ad un certo punto la politica dei tassi di interesse vicini allo zero e del quantitative easing si ritrovano ad aver creato un ampio eccesso di debito denominato in dollaro, al momento quantificabile in nove trilioni. Un debito molto sensibile alle oscillazioni dei cambi. Oggi, questa è la situazione in cui ci troviamo. Alla guerra delle valute ha contribuito anche la guerra per il prezzo del petrolio. Poi abbiamo anche una guerra di sanzioni, che opera assieme alle guerre sui tasssi di cambio, a quelle sulle valute e a quelle sui prezzi dell'energia. Tutto questo, oggi, sta succedendo tutto insieme mentre una delle più grosse bolle finanziarie della storia sta venendo gonfiata dalla tempesta monetaria senza precedenti che abbiamo scatenato.
Nessuno sa come andrà a finire con questa miscela esplosiva perché le scienze economiche tradizionali in questo caso ci sono di scarso aiuto. Quello che è chiaro è che produttori e consumatori di energia devono cambiare radicalmente la prospettiva da cui considerare i rischi che corrono. C'è chi ha cominciato ad adottarne una che mescola la vulnerabilità insita nel sistema finanziario con le dinamiche della guerra geofinanziaria; altri stati ed altre regioni cercano di sfuggire all'egemonia di tutto questo costruendo una struttura che non è basata sul dollaro. La futura mappa degli oleodotti e dei flussi energetici sarà determinata in gran parte da questa complicata guerra, in cui ci saranno vincitori e vinti.

venerdì 17 aprile 2015

Alastair Crooke - Nei negoziati sul nucleare con la Repubblica Islamica dell'Iran le posizioni si irrigidiscono su entrambi i fronti



Traduzione da Conflicts Forum.

Paradossalmente i tentativi delle due parti di arrivare a mettersi d'accordo su qualche cosa, dopo due anni e mezzo di colloqui, pare abbiano prodotto l'effetto contrario. Invece di evidenziare punti comuni -e qualche accordo è stato raggiunto davvero- tutto questo manovrare la messo in luce ed ingigantito le divergenze. Il problema è che le parti hanno raggiunto qualche accordo su questioni di tipo essenzialmente tecnico -e anche qui i disaccordi rimangono e su materie non certo secondarie, per esempio su cosa si debba fare delle scorte di uranio a basso arricchimento che l'Iran ancora possiede- mentre non esiste alcun accordo sulla sostanza di una qualsiasi potenziale soluzione.
Le due divergenti narrative non dicono che il re è nudo: insomma, ha solo un cappello e i guanti, sicché è in un déshabillié di una certa distinzione. Lo spettacolo ci ha in qualche misura scioccato, ma la conseguenza essenziale è che l'AmeriKKKa si è fissata con l'interpretazione puntigliosa della propria "scheda informativa" e adesso sarà difficile distoglierla da lì senza suscitare aspre critiche da parte dell'opposizione, sia interna che all'estero. In Iran, invece, sono stati messi in discussione anche i principi stessi sulla cui base si svolgevano i colloqui. La Guida Suprema ha scritto su Twitter il 2 aprile 2015: "Se le sanzioni non vengono meno appena sarà raggiunto un accordo, che cosa negoziamo a fare?"
Le divergenze sostanziali hanno a che vedere con la struttura stessa della soluzione, non con i dettagli. Le parti non convergono assolutamente sui presupposti necessari ad arrivare ad un accordo formale, sulla forma che questo accordo deve prendere, sulla scansione dei tempi di tutto quanto e sui metodi con cui si dovranno mettere in pratica i termini dell'accordo. Praticamente un baratro.
Secondo la scheda informativa ameriKKKana le condizioni indispensabili per arrivare ad un accordo sono che dalla AIEA arrivi conferma che sono soddisfatte le richieste in materia di arricchimento, degli impianti di Fordow e di Arak, di possibile utilizzo militare ed in materia di verifiche. Allora, e solo allora inizierà la sospensione, non l'abolizione, delle sanzioni. E anche quello sarà un processo graduale. Gli iraniani la vedono in tutt'altro modo. Tanto per cominciare, non ci sono prerequisiti da rispettare per cominciare. L'accordo è fatto da un testo, detto "piano di azione" e dalla sua presentazione sottoforma di risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Approvata la risoluzione si passa a metterla in pratica. Possiamo dire che i possibili aspetti militari della questione rappresentano un bastone tra le ruote che i sostenitori dello stato sionista e dell'Arabia Saudita hanno voluto fosse incluso nella bozza: si ricordano bene di come si arrivò a costringere l'indiziato Saddam Hussein ad addossarsi l'onere della prova. Fornire prove negative inoppugnabili fu impossibile, e questo permise ai neoconservatori statunitensi ed europei di mettere in piedi una serie sempre più stringente di pretese e di conseguenti sanzioni che portò alla guerra.
Per quello che riguarda i meccanismi per arrivare ad un accordo, gli Stati Uniti dicono che ci si arriverà, una volta appurata la presenza dei requisiti, di una risoluzione ONU non vincolante, che sostene l'accordo e che preme per la sua messa in pratica, mentre allo stesso tempo mantiene in vigore le altre restrizioni, che riguardano gli armamenti convenzionali e i missili balistici. L'Iran afferma che ci si è accordati per una risoluzione sulla base del Capitolo Sette dello statuto dell'ONU, che la risoluzione comprende anche il piano d'azione e che è vincolante ed esecutiva per tutti i paesi membri. Questo significa che non solo l'Iran, ma anche l'AmeriKKKa e i suoi alleati sarebbero legalmente vincolati da quanto stabilito nell'accordo.
La "scheda informativa" ameriKKKana non fa precisi riferimenti alla tempistica, ma indica implicitamente che l'edificio delle sanzioni è destinato a restare in piedi per tutto il tempo necessario a mettere in pratica gli accordi. Nel testo statunitense ci sono scadenze fissate ai dieci, ai quindici e ai venticinque anni. Questa progressiva sospensione delle sanzioni inizierà quando tutti i prerequisiti, ivi compresa la composizione delle più urgenti questioni in materia dei possibili aspetti militari, saranno stati verificati. Per questo non si stabilisce alcuna tempistica precisa e da altre dichiarazioni si capisce che non sarà una cosa veloce. Nella versione iraniana invece la tempistica è precisa: da oggi fino al trenta giungno si mette a punto il piano d'azione, che a sua volta diventerà esso stesso una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Appena l'Iran darà inizio alla messa in pratica delle misure concordate, tutte le sanzioni decadranno in un dato e precisato giorno.
Sulle necessità di trasparenza per il dopo accordo, il documento statunitense prevede che venga adottato un protocollo per le nuove ispezioni della AIEA, una nuova e dettagliata catena di meccanismi per l'ispezione delle scorte che riguardi l'intero programma iraniano per il combustibile nucleare, dalle miniere di uranio fino agli impianti in cui vengono assemblate le centrifughe, più -novità anche questa- un regime di ispezioni "intensivo" che col pretesto dei già ricordati "possibili aspetti militari" permetterebbe l'ispezione di qualsiasi struttura militare o di sicurezza o di qualsiasi altro sito la AIEA possa guardare con sospetto. Di nuovo è evidente, nelle proposte del "cinque più uno", l'influenza del meccanismo di gioco al rialzo adoperato con l'Iraq; già era evidente nelle sospette prove che lo stato sionista ha fornito alla AIEA in materia dei possibili fini militari del nucleare iraniano.
L'interpretazione iraniana è piuttosto diversa: la Guida Suprema Khamenei ha ribadito il 2 aprile la posizione del suo paese: "Non è accettabile alcuna ispezione non convenuta che metta l'Iran sotto sorveglianza speciale. Non è ammessa alcuna sorveglianza straniera su questioni di sicurezza".
Un disaccordo tanto ampio tra due parti che stanno invece cercando di sottolineare l'accordo raggiunto è sorprendente. Com'è stato possibile arrivare a questo, e quali le conseguenze?
Qualche abbozzo di risposta lo si può trovare in questa lunga intervista video del Presidente Obama con Tom Friedman, che l'ha condotta tenendo smaccatamente parte per lo stato sionista, e nell'offerta ai paesi del Golfo di ritrovarsi in un meeting stile Camp David per mettere a punto una nuova politica di sicurezza. Detto altrimenti, pare che la "scheda informativa" statunitense riguardi più l'equilibrio dei poteri in Medio Oriente che non i negoziati con l'Iran di per sé. Soprattutto è probabile che non sia mai stata intesa come modo per costituire una riflessione ponderata sullo stato dei lavori. Al contrario, è stata concepita come un'arma politica di parte nella lotta a coltello in corso col Congresso, con la lobby sionista e con la lobby dei paesi del Golfo: tutti hanno le loro ragioni per tenere l'Iran in una quarantena perenne e per sempre sotto sanzioni.
Dal punto di vista dell'amministrazione statunitense sembra che questa schermaglia con chi si oppone al dialogo con l'Iran sia di importanza fondamentale. Se i colloqui con l'Iran sono minati alla base da chi è interessato ad opporvisi, il retaggio della presidenza Obama e quella che Tom Friedman ha chiamato "la dottrina Obama" -che sostiene che è possibile e preferibile arrivare a risultati negoziando anziché con una guerra che va considerata come ultima risorsa- sono destinati ad affondare assieme ai negoziati. Forse, anche la presa d'atto di Zarif secondo cui dalle dichiarazioni di massima sarebbero emerse narrative discordanti fa pensare che i negoziatori iraniani fossero stati avvertiti dalle loro controparti ameriKKKane che gli Stati Uniti avrebbero dovuto vedersela con lo stato sionista e col Congresso prima che si potesse arrivare a qualunque accordo definitivo. E' probabile che da parte iraniana si siano capite le difficoltà statunitensi, ma è altrettanto probabile sia stato detto loro senza mezzi termini che in tutti i casi avrebbero dovuto ingoiare il rospo perché così voleva l'Amministrazione e così doveva fare, per il suo stesso interesse.
Il ministro degli esteri Zarif e il Presidente Rouhani possono anche pentirsi di tutto quanto, e possono anche pensare che l'Amministrazione statunitense abbia aggiustato le cose più velocemente e con più libertà di quanto si sarebbero aspettati. Tuttavia la questione fondamentale è se la diatriba sulle "schede informative" comporterà conseguenze non volute. Ali Saleh, che rappresenta l'Iran alla AIEA, afferma che il suo paese ha preparato una scheda informativa formale dopo aver dapprima rilasciato ai mass media un "sommario di massima delle soluzioni concordate come punto comune per arrivare a definire un piano d'azione completo e condiviso".
Gli Stati Uniti troveranno difficile abbandonare i risultati che vantavano raggiunti nel corso dei colloqui e che andavano dicendo di avere praticamente già in tasca. Anche gli iraniani si sono trincerati e il Presidente Rouhani ha detto che non firmerà nessun accordo a meno che tutte le sanzioni non vengano abolite il giorno stesso in cui si arriverà all'accordo. La Guida Suprema ed il Ministro della Difesa hanno detto che mai consentiranno ad ispezioni straniere delle infrastrutture militari e di sicurezza; il Parlamento chiede che la cosa sia messa nero su bianco nei dettagli dei colloqui. La stampa conservatrice ha presentato in modo caustico i risultati che l'Iran afferma di aver ottenuto con i colloqui.
In poche parole la "scheda informativa" può esser stata un tentativo degli Stati Uniti di massimizzare l'utile derivante dal capitale politico accumulato coi collooqui, in modo da segnare un punto in anticipo contro Netanyahu e contro il Congresso; forse il prezzo finale di questa trovata sarà che essa sarà stata resa possibile a spese degli stessi negoziatori. Anche in Iran, come nota Mehdi Khalaji dello Washington Institute "il continuare di questa guerra delle interpretazioni potrebbe creare alla squadra di governo del Presidente Hassan Rouhani qualche problema serio quando si tratterà di cercare giustificazioni all'accordo raggiunto davanti al popolo iraniano, e quando dovranno difenderlo dai sostenitori della linea dura".
Il senso di delusione per l'AmeriKKKa che questo episodio ha acceso in Iran, per giunta a livello della sua massima leadership, contribuirà in modo determinante ad irrigidire le posizioni negoziali iraniane ed allungherà la durata di tutto il processo: i negoziatori insisteranno perché in futuro non vi sia alcuna ambiguità, di alcun genere. I negoziatori iraniani non possono fare nulla di meno, date le ampie critiche (si veda qui e qui) che hanno dovuto sostenere per aver permesso che venissero fuori interpretazioni tanto contrastanti: la Guida Suprema aveva avvertito in anticipo che non si verificasse una cosa del genere. Sembra che le nuove "linee rosse" iraniane, i punti non negoziabili, diventeranno la caduta di tutte le sanzioni nel momento stesso in cui verrà raggiunto un accordo, e la pretesa che la caduta delle sanzioni trovi definizione giuridica nel diritto internazionale. La "scheda informativa" dell'amministrazione statunitense prevede qualche spazio politico per questo compromesso?
Il fatto che in Iran si sia imboccata la strada dell'intransigenza ha già scatenato una prima reazione perentoria con l'attacco saudita contro lo Yemen, che a sua volta è in parte una reazione dei sauditi alla prospettiva di un imminente accordo tra "cinque più uno" ed Iran. Secondo accreditati editorialisti sauditi non esiste dubbio sul fatto che la politica saudita sia quella di "tirar via il tappeto" da sotto i piedi dell'Iran, ovunque sia possibile. In Siria è evidente un inasprimento del conflitto: i servizi segreti sauditi e turchi stanno collaborando nel rinfocolare ancora una volta lo jihadismo contro lo stato siriano. Lo stesso inasprirsi è evidente nello Yemen ed in altre regioni del Medio Oriente.
L'Ayatollah Khamenei ha reagito con veemenza: "Li avverto: che si trattengano [i sauditi] da qualsiasi mossa criminosa nello Yemen. Anche gli Stati Uniti falliranno, e perderanno la faccia in questo... I sauditi di solito si rapportavano con noi con compostezza, ma adesso al potere sono arrivati dei giovinastri inesperti, che hanno sostituito la compostezza con la barbarie".
L'imperatore si è tolto anche i guanti. Magari a Washington hanno pensato che sostenere l'Arabia Saudita nell'avventura nello Yemen significasse trovare un equilibrio dei poteri nella regione, e che fosse la cosa ovvia da fare per calmare i timori sauditi. Solo che la tendenza, in Medio Oriente, non è quella di trovare un nuovo equilibrio, un bilanciarsi in qualche modo. Al contrario, la prova di forza lungamente attesa tra Arabia Saudita ed Iran è oggi in corso. Possiamo attenderci che gli Stati Uniti non troveranno un Iran disposto a cedere, né sulla questione dello Yemen, né su quella dei colloqui per il nucleare.