lunedì 28 novembre 2016

Bana Alabed. Dopo le lesbiche di Damasco le bambine di Aleppo?


I nostri lettori ricorderanno senz'altro la vicenda di Amina e delle lesbiche di Damasco oppresse e vessate. Assad, all'epoca non ancora promosso sanguinario dittatore (ma gli mancavano pochi esami), era ancora costretto ad accontentarsi del ruolo di autocrate antipatico dotato di una bella moglie.
In capo a qualche giorno vennero fuori cose tali che si potrebbe allegramente fare il verso a Bruno Lauzi.

Ricordo una volta
di una lesbica a Damasco;
non era lesbica
non era di Damasco
non era nemmeno quella volta lì.

In questi anni avremmo potuto dileggiare un caso simile almeno una volta al mese. Invece la copertura della guerra in Siria compiuta dalla "libera informazione" è sempre stata ai limiti dello sconcio, al punto che abbiamo sinceramente preferito smettere di occuparcene, specie dopo che nel 2012 le liberissime gazzettine "occidentali" sciorinarono gioviali l'abbattimento di un elicottero governativo... ottenuto ruotando una telecamera di novanta gradi.
Nel frattempo le cose sono semplicemente peggiorate, e ci sarebbe stato da stupirsi del contrario.
A metà novembre 2016 l'Esercito Arabo Siriano ed i suoi alleati con l'aiuto di intensissimi bombardamenti russi sistematicamente diretti su ospedali pediatrici, scuole elementari e ricoveri per cagnolini abbandonati hanno ottenuto rapidi e sostanziali successi nella zona di Aleppo.
Per sapiente caso sono gli stessi giorni in cui le gazzette "occidentali" tirano fuori Bana Alabed, una Anna Frank in salsa tahina che a sette anni ha una tale padronanza dell'inglese da utilizzare in modo stringato ed efficace il Cinguettatore (con qualche -diciamo- piccolo aiuto, d'accordo), e che studia tanto assiduamente da far ben sperare in una futura Yoani Sànchez. Peccato non abbia abboccato nessuno e che i commenti che corredano l'articolo (roba da prendere con le molle, visti gli autentici prodigi di bestiale abiezione che è normale rintracciare sul web) vadano dallo scettico al dubbioso passando per l'apertamente canzonatorio. Incredibilmente, a volte ci si imbatte in un limite non oltrepassabile -in una saturazione, diciamo- persino nella diffusa arte del prendere in giro le persone. Il non poterlo ammettere -pena la fine di certe collaborazioni a sette euro al pezzo- porta gli stessi gazzettisti ad equilibrismi strepitosi e rivelatori. 
Un entusiasmante Ettore Gasparri scrive tranquillissimo che
Bana e la madre sono però state più volte, e da più parti, tacciate di aver creato un falso profilo e di aver sfruttato twitter per scopi propagandistici. Ma che il profilo sia falso o vero poca importa. La richiesta di soccorso di Bana, e di molti altri bambini, seppur non affidata ad una bottiglia lanciata nell’oceano, ma a quei 140 caratteri virtuali, va ascoltata. Prima che sia troppo tardi. Prima che quel flebile cinguettio sia messo a tacere per sempre.
Vero o falso poco importa, appunto.

domenica 27 novembre 2016

Franco Berardi - Il mio "no" sociale



Da zeroviolenza.it si riporta uno scritto che espone le ragioni per cui i sudditi dello stato che occupa la penisola italiana dovrebbero esprimersi in modo contrario alla riforma costituzionale, in una consultazione popolare prevista per il 4 dicembre 2016. Il Primo Ministro in carica sta da tempo propagandando la riforma costituzionale con metodi e parole d'ordine che nulla hanno che le distingua da quelle dei suoi sedicenti avversari, i quali tentarono a loro volta il colpo dieci anni fa, subendo una sconfitta che nessuno oggi sembra ricordare. Il cicaleccio delle "reti sociali" non si accorda affatto con la ponderazione e la memoria, e la cosa è notissima e molto sfruttata dalla propaganda.
Nel caso specifico, i governativi sostengono tra l'altro che l'adesione al parere opposto comporti l'automatica affiliazione alla marmaglia "occidentalista" schierata sulle stesse posizioni, per cui votare come i simpatizzanti di Matteo Salvini renderebbe per contaminazione dei divorziati fannulloni e in sovrappeso incapaci di laurearsi persino in dodici anni. Un'arma propagandistica identica a quella dei ben vestiti respinti dieci anni or sono in circostanze analoghe, e che a tutt'oggi, nonostante le sostanziali disconferme incassate, accusano chi non aderisce prontamente a quanto intenderebbero imporre di coltivare nostalgie inconfessabili.
Ne discende il fatto che è necessario rifiutare le proposte governative non perché si verrebbe a far parte di un certo aggregato, ma nonostante questo.

Nel testo ricorre il nome dello stato che occupa la penisola italiana; ce ne scusiamo come d'uso con i nostri lettori, specie con quanti avessero appena finito di pranzare.


All’inizio mi sono detto: perché dovrei votare come il razzista Salvini, o come D’Alema, l’uomo che ha violato l’articolo 11 della Costituzione bombardando la Serbia per ordine dei suoi compari Bill Clinton e Tony Blair e adesso si presenta come difensore della Costituzione repubblicana?
Poi vado a vedere chi mi consiglia di votare SI e trovo un signore che in gioventù fu fascista poi si convertì allo stalinismo perché lo stalinismo stava vincendo, e poi si convertì alla NATO perché lo stalinismo era venuto meno, e poi si converti all’europeismo finanziario e come presidente della Repubblica firmò disciplinatamente i decreti di Berlusconi e i diktat del sistema bancario.
Pensavo di astenermi, a quel punto per non trovarmi in un caso come nell’altro in compagnia di ipocriti mascalzoni.
Poi andai al comizio di Landini, un paio di settimane fa, e Landini mi ha convinto a votare NO. Landini fece notare che il governo Renzi, a parte le velleità di riforma costituzionale, si distingue soprattutto per le sue politiche sociali.
E’ il governo del voucher, cioè della totale distruzione dei diritti del lavoratore, anzi per la cancellazione del lavoratore stesso come persona. E’ il governo che propone ai lavoratori anziani di pagarsi un mutuo in banca (magari la Banca Etruria, vero?) per poter avere la pensione, dopo aver pagato una vita di contributi. Questo è il governo Renzi. Prima cade meglio è.
Dopo avere ascoltato Landini dissi a me stesso: il mio voto non sarà costituzionale né politico, il mio voto sarà sociale.
Sul piano costituzionale mi fido assai più di Stefano Rodotà che di Giorgio Napolitano, naturalmente. E mi pare evidente che l’efficienza della democrazia non dipende dalla abolizione del Senato né dal premio di maggioranza. Queste sono misure che riducono la democrazia, non la perfezionano. Ma per essere del tutto sincero, delle questioni costituzionali me ne importa il giusto, cioè quasi niente.
Non perché io consideri la democrazia una cosa irrilevante ma perché penso che la democrazia è morta, non per effetto di una riforma costituzionale, ma perché cancellata dal potere finanziario e non dall’eccessivo numero dei senatori. Chi dice che la decisione politica deve essere più veloce prende in giro se stesso e gli altri. La decisione politica non dovrebbe essere veloce o lenta: dovrebbe essere coerente con gli interessi della maggioranza della società.
Al contrario la decisione politica è ostaggio della dittatura finanziaria, e poco importa se va veloce o lenta, in ogni caso distrugge la vita sociale per ragioni che non dipendono dalla politica, ma dagli automatismi finanziari di cui la politica è diventata una funzione dipendente.
Dal punto di vista costituzionale la riforma di Renzi e Napolitano è anti-democratica, perché è anti-democratico accelerare i tempi della decisione e aumentare il potere dell’esecutivo. Questo è elementare. Ma io non vado a votare per questioni di tipo costituzionale.
La Costituzione della Repubblica Italiana sarà forse la più bella del mondo, ma è da tempo inoperante.
D’Alema ha violato l’articolo 11, Berlusconi ha violato l’articolo 21 e Renzi ha violato l’articolo 4, e tutti coloro che hanno promosso la riforma neoliberale hanno violato l’articolo 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7 e continuate voi.
Voterò NO perché occorre fermare la dittatura liberista, la precarizzazione del lavoro e l’impoverimento della società. Occorre fermare il governo Renzi che rappresenta l’efficientismo al servizio della devastazione neoliberista e del sistema finanziario.
Capisco che molti amici (anche amici carissimi della cui intelligenza e buona fede non dubiterò mai) propendono verso il sì per una ragione nobile. Temono il caos, temono di mescolare il loro voto con quello di gentaglia.
Li capisco. Chi ha scelto di spostare la discussione sulla questione (vuota) della democrazia e della Costituzione lo ha fatto perché su questo terreno sperava di vincere, e sbaragliare per sempre ogni resistenza contro la devastazione liberista. Renzi lo ha detto esplicitamente: se vinco il referendum la via della “riforma” è sgombra e più nessuno mi ferma. E sappiamo cosa vuol dire “riforma” nel new-speak neoliberista.
In questo modo Renzi pensava di mettere i cultori del nuovo contro i cultori del vecchio, e in qualche misura c’è riuscito. Molti dicono di votare sì perché hanno la (falsa) percezione di essere dalla parte del rinnovamento contro coloro che difendono la “vecchia” Costituzione. Sarà anche la più bella del mondo, dicono in cuor loro, ma ha settant’anni, meglio una giovinetta anche meno avvenente ma più croccante. Mi dispiace di banalizzare, ma il renzismo è questo: meglio un imbecille nuovo che un vecchio saggio, no?
L’imbecille nuovo tira la carretta con energia e corre dietro alla carota senza farsi troppe domande.
Io non scelgo tra il vecchio e il nuovo. Scelgo tra la stabilità dello sfruttamento precario e della miseria crescente e l’incertezza di un futuro in cui tutto finalmente ridivenga possibile. Scelgo il rischio, per rompere la certezza di un futuro di miseria depressione e di fascismo.

sabato 26 novembre 2016

Sull'assoluzione di Jalal el Hanaoui, con tanti saluti a Paolo Ermini del "Corriere Fiorentino"


A luglio 2015 ci occupammo brevemente di Jalal el Hanaoui, che si ritrovò insignito dello scomodo riconoscimento di Islamcattivo del Mese, caricato di accuse e scaraventato in galera tra lo scagnare delle gazzette.
Il signor Hanaoui è stato assolto in primo grado già da un pezzo, dopo aver fatto essenzialmente da cavia per tutte le nequizie repressive che il sistema giudiziario dello stato che occupa la penisola italiana e la sua gendarmeria sono in grado di escogitare quando puntano qualcuno che gli sta antipatico pescandolo di solito -e ormai da molti anni- in quella spettacolosa autoschedatura per buoni a nulla che è il Libro dei Ceffi.
In sede giudiziaria e lontano dal pontificare dei fogliettisti le sfortunate cavie vedono per lo più cadere o derubricare ogni accusa. Su casi simili esiste una letteratura ormai consistente anche dal punto di vista divulgativo, che si cura anche di trattare la "libera informazione" col disprezzo che essa merita. La racolta di atti, sentenze e casi che raccontano vicende di questo genere pubblicata da Carlo Corbucci è uscita nel 2012 in una versione ampliata che sfiora le 1800 pagine.
Comunque, anche in questo caso le gazzette se ne sono accorte con molta calma.
La "libera informazione" risaputamente non va mai oltre il più mercato / più galera; abbiamo sottolineato questo punto fino ad esasperare di chi legge. A Firenze essa schiera capogazzettieri come Paolo Ermini, che sul Corriere Fiorentino del 26 novembre 2016 statuisce che la sentenza
segna un drastico contrasto con i sentimenti di un’opinione pubblica ancora sconvolta dalla catena di stragi rivendicate dal terrorismo islamico
laddove la suddetta opinione pubblica, alluvionata ogni giorno proprio dalle quisquilie autoreferenziali dei paoloermini, ha dato invece amplissima prova di aver metabolizzato istantaneamente tutto quanto. Ancora più rivelatrici le righe con cui Ermini conclude il proprio piagnisteo:
il verdetto paventa il timore di una confusione tra i valori dell’Islam e la predicazione terroristica. È una preoccupazione che si addice più al dibattito politico che non a un processo.
Quando ci sono di mezzo dei signori nessuno anche le basi elementari dell'assetto giuridico in vigore, che poi è parte sostanziale di quella "civiltà occidentale" che i gazzettieri dicono di difendere a spada tratta, possono tranquillamente essere messe in discussione.
Una conferma spicciola dei predicati della "libera informazione", la stessa che da un anno all'altro ha pubblicato corsivi, elzeviri, ciance e contumelie in cui si tacciava di terrorista chiunque la deridesse come meritava, o dubitasse delle sue certezze, prima tra tutte quella che statuiva la pericolosità dell'arsenale atomico, batteriologico e chimico di Saddam Hussein...

domenica 20 novembre 2016

Stefano Esposito contro il centro sociale torinese Askatasuna


Questo ben vestito ha l'espressione da potenziale acquirente del Colosseo che hanno spesso i massimi esponenti della politica rappresentativa.
Si chiama Stefano Esposito, ed abbiamo già avuto occasione di deriderlo un po'.
Nel novembre 2016 ha trovato da ridire su una presentazione libraria in programma in un centro sociale torinese.
Come abbiamo già fatto in altre occasioni (in un caso in risposta ai piagnistei di un prèside fiorentino, in un altro per deridere un sovrappeso sedicente esperto di storia contemporanea), ci impegniamo ad acquistare immediatamente il volume oggetto dell'iniziativa che ha tanto irritato costui e a redarne quanto prima una recensione: si tratta di "L'egemonia digitale. L'impatto delle nuove tecnologie nel mondo del lavoro", ed il suo autore è Renato Curcio.
A fronte degli Stefano Esposito, le persone serie non possono reagire che comportandosi in maniera esattamente opposta a quella da loro auspicata.

sabato 19 novembre 2016

Referendum del 4 dicembre 2016. Matteo Renzi invia una lettera ai residenti all'estero



Nel novembre 2016 molti sudditi dello stato che occupa la penisola italiana dimoranti all'estero avrebbero ricevuto una lettera "personale" da parte del Primo Ministro in carica.
Il 4 dicembre si tiene infatti una consultazione referendaria in cui si chiede all'elettorato di approvare modifiche costituzionali di una certa portata.
Come operazione di propaganda appare meno che mediocre, sia nel merito che nei toni, come andremo a vedere confutando riga per riga le asserzioni del Primo Ministro. Nel testo ricorre per forza di cose più volte il nome dello stato che occupa la penisola italiana; ce ne scusiamo come d'uso con i nostri lettori, specie con quanti avessero appena finito di pranzare.


Cara italiana, caro italiano.
Incipit promettente: unisce la correttezza politica ad un appellativo che è uno stigma.
nessuno meglio di voi, che vivete all’estero, sa quanto sia importante che il nostro Paese sia rispettato fuori dai confini nazionali. Nessuno meglio di voi sa quanto sia importante che si parli di noi per la nostra capacità di lavorare, per la nostra creatività, per la nostra intelligenza.
Chi vive fuori dai confini "nazionali" ha ovviamente tutt'altre preoccupazioni, se è dovuto emigrare. E spesso non ha nessuna voglia di curarsi delle sorti di una realtà cui ha voltato le spalle. Temi come quelli qui accennati possono toccare solo i sedicenti expat, un aggregato di fanciulle in fiore e giovinastri dalle tasche piene andati a far danni lontano dall'ambiente di ogni giorno. Dove spesso non trovavano collocazione esclusivamente per proprio demerito.
Ma nello stesso tempo, nessuno meglio di voi ha provato sulla propria pelle il fastidio, o addirittura la mortificazione di sentire, sull’Italia, risolini di scherno, accompagnati dai soliti, umilianti luoghi comuni.
Tra tutti, uno, durissimo a morire. Quello per cui siamo un Paese dalla politica debole, che si perde in un mare di polemiche. Un Paese instabile, che cambia il presidente del Consiglio più spesso di un allenatore della Nazionale. E tra noi, ahimè, possiamo dircelo: questo luogo comune non è così distante dalla realtà.
Lo stato che occupa la penisola italiana ed i suoi sudditi rappresentano l'unico caso unico al mondo in cui i luoghi comuni corrispondono perfettamente alla realtà; quando si è i primissimi responsabili della propria sorte c'è poco da sentirsi infastiditi, mortificati o umiliati. A dimostrare la pefetta correlazione tra luogo comune e realtà è lo stesso Primo Ministro, che smentisce immediatamente se stesso ricorrendo a metafore pallonare, pallonesche e palloneggianti. Che i sudditi del "paese" dove mangiano spaghetti riducano al pallone ogni aspetto del vivere è cosa troppo nota perché ci sia bisogno di insistere. Logico, quasi genetico, che anche il Primo Ministro non riesca a spingersi oltre.
In questi due anni e mezzo di Governo ho visitato moltissimi stati e ho provato ogni volta, con tutte le mie forze, a dare dell’Italia un’immagine diversa.
A raccontare dei successi degli italiani del mondo, a promuovere le nostre bellezze, a sponsorizzare la capacità di innovazione dei nostri giovani.
Del pallone si è già detto. Ora tocca all'immagine. Tra una pallonata e l'altra, si gira per il mondo puntellando un'immagine che si vorrebbe, e soprattutto che si vorrebbe presentare, come identica alla realtà. I sedicenti avversari del boiscàut di Rignano si sarebbero espressi in modo identico.
La capacità di innovazione dei giovani? La propaganda mediatica e le gazzettine governative non mostrano altro che startup, cioè gente alla disperata ricerca di quattrini, e mangioteche di ogni genere.
E si tratta appunto di propaganda mediatica e di gazzettine governative, il che rende la cosa ancora più grave.
Ma soprattutto, in ogni viaggio all’estero, ogni volta che ho sentito risuonare l'inno di Mameli con voi, ogni volta che ho incrociato i vostri sguardi orgogliosi, ogni volta che sono riuscito a stringervi le mani, ho sentito fortissimi l’onore e l’emozione di rappresentare il Paese che noi tutti amiamo.
Qualcosa non torna: il Primo Ministro fa finta di non sapere che quella marcetta dal testo incomprensibile è sempre stata parte dei problemi, e fa anche finta di non sapere che le persone serie sono di solito allergiche a mani sul cuore e drappi sventolanti, buoni al massimo per qualche filmetto statunitense.
Dalla prima volta, a Tunisi, nel marzo di due anni fa, fino all’ultima, alla Casa Bianca, dove il Presidente Obama scegliendo di dedicare all’Italia la sua ultima cena di stato, ha compiuto un gesto di straordinaria attenzione. E lo ha rivolto non al nostro governo, ma al nostro Paese.
L’Italia, dicevamo, ha un enorme bisogno di essere rispettata all’estero. E in questi anni qualcosa è finalmente cambiato. Ne sono fiero e felice.
A tenere insieme tutta questa lettera di propaganda è proprio il ripercorrere quei luoghi comuni che il Primo Ministro dice di voler combattere. Difficile soprattutto pensare che Matteo Renzi abbia attraversato in maniera morigerata tutti questi impegni istituzionali. Un'occhiata alla sua stazza è conferma più che sufficiente.
Tra i predecessori di costui si conta uno straricco che ha fondato un partito politico per non essere scaraventato in galera come un biscazziere qualsiasi, la cui vicinanza era considerata imbarazzante persino dai suoi commensali "occidentali". Logico che per ottenere un miglioramento percettibile bastasse toglierlo di mezzo in qualsiasi modo... salvo adottare una linea politica sostanzialmente identica.
Ma non sono soddisfatto. Dobbiamo fare di più, tutti insieme.
Un professore delle medie che rampogna uno di quegli allievi "che ha i mezzi ma non fa quanto potrebbe" non userebbe vocaboli diversi, ad eccezione del plurale nel secondo periodo.
Cosa dovrebbero fare, tutti insieme? Forse andare a cena al ristorante, una delle poche iniziative che le gazzette governative non considerino ancora in odor di sovversione?
È vero, l’Italia non è più considerata il problema dell’Europa e il prossimo appuntamento del G7 nella magnifica Taormina, ci darà un’occasione per condividere i nostri valori umani, civili e solidali. 
Per non parlare del catering.
Ma dobbiamo continuare a migliorarci, come le vostre storie ci insegnano.
Il Primo Ministro conosce uno per uno tutti i sudditi che vivono al di là dei confini. Tutte storie encomiabili, prive di qualunque macchia ed all'insegna di una capacità di iniziativa e di un coraggio a tutta prova.
Non uno che se ne sia tornato a casa alla svelta, e con le pive nel sacco.
E allora la riforma costituzionale su cui siete chiamati a votare, è un altro tassello per rendere più forte l'Italia.
Certamente: le migliaia di sudditi che mettono insieme il pranzo con la cena addannandosi chissà come e chissà dove ne saranno senza dubbio toccati in prima persona.
Qualcuno dice che si tratta di tecnicismi, che non incidono realmente sulla vita del Paese. Tutt'altro. Con questa riforma, superiamo finalmente il bicameralismo paritario, un sistema legislativo che esiste solo in Italia, e costringe ogni legge ad un estenuante ping-pong tra Camera e Senato. Anni per approvare una legge, quando il mondo, fuori, corre veloce. Con questa riforma superiamo il doppio voto di fiducia al governo, da parte di Camera e Senato, che ha dato al nostro Paese il record mondiale di instabilità (63 governi in 70 anni).
Non si tratta affatto di tecnicismi, ma di una riforma che incide realmente sulla vita del "paese" riducendo sostanzialmente una rappresentatività politica già di molto ridotta a furia di sorridenti "asticelle" e "sistemi maggioritari". Il sistema politico dello stato che occupa la penisola italiana è nato da una guerra di liberazione, ad opera di individui adusi a ristrettezze, studi assidui, morigeratezza e senso di responsabilità che la politica di rappresentanza "occidentale" non conosce più nemmeno per sentito dire. Il mondo fuori corre veloce? Lo si lasci correre: la fretta è sempre una pessima consigliera. Ping pong, record mondiale... Stiamo parlando di riforme costituzionali o di roba vista alla televisione in un sabato pomeriggio qualsiasi?
Questa riforma, definendo le competenze tra Stato e Regioni, mette fine all’assurda guerra tra enti pubblici che ogni anno si consuma in centinaia di ricorsi alla Corte Costituzionale.
La Corte Costituzionale è lì apposta. Se le tocca lavorare, pazienza; i sudditi se ne faranno una ragione.
Questa riforma riduce finalmente poltrone e costi della politica (315 stipendi in meno in Parlamento, stipendi abbassati ai consiglieri regionali, abolizione dei rimborsi pubblid per i gruppi regionali), elimina enti inutili come il CNEL (1 miliardo di spesa per zero leggi approvate), aumenta la maggioranza necessaria per eleggere il Presidente della Repubblica, garantisce più poteri alle opposizioni. E tutto questo senza toccare i poteri del Presidente del Consiglio, né alcuno dei «pesi e contrappesi» che garantiscono l’equilibrio tra i poteri dello Stato.
Matteo Renzi scrive nero su bianco che la "riforma" riduce persino il residuale democratismo ad un simulacro di quello che è, e promette nomi ulteriormente grigi e ancor più insignificanti per la carica di Capo dello Stato. Tutto per inseguire il mondo che va veloce, si presume.
Deve fare molto affidamento sulla cortina fumogena dello stile retorico dello scritto, mutuato senza alcun cambio di registro dagli avversari del giorno prima. Quelli dell'Inglese, Internet e Impresa, tanto per dirne una.
Per decenni tutti hanno promesso questa riforma, ne hanno discusso in tv e sui banchi del Parlamento, hanno riempito i giornali e più recentemente i social network. Ma si sono dimenticati di realizzarla. Adesso la riforma c’è, ha superato sei letture parlamentari e ora dipende dal voto dei cittadini. Sì, anche dal vostro.
Sarete voi a decidere se questa Italia deve continuare ad andare avanti oppure deve tornare indietro. Sarete voi a decidere se dire sì al futuro oppure se rifugiarsi nell’attuale sistema, talmente burocratico da non avere nessun paragone in Europa.
Matteo Renzi omette di ricordare il fatto che nel 2006, l'ultima volta che i sudditi sono stati graziosamente chiamati ad esprimersi su questioni del genere, si sono espressi negativamente e senza mezzi termini. Senza che questo influisse sulle successive sorti delle formazioni politiche "occidentaliste" che avevano avuto l'idea di modificare l'assetto costituzionale del "paese" e cui i sudditi riconoscevano la legittimità necessaria per accanirsi contro i bersagli via via designati dalla propaganda (proprio come oggi) ma non quella di prendersi certe libertà.
Non ci fu alcuna dimenticanza, detto in poche parole. I tentativi di "riforma" seguirono l'iter che dovevano seguire, e vennero stroncati dall'elettorato.
Il tutto, con buona pace delle "letture parlamentari".
Tra dominatori e dominati esisteva, ed esiste a tutt'oggi, un abisso.
Persino i sudditi dell'epoca, che avevano assegnato agli "occidentalisti" maggioranze rilevanti, percepirono l'importanza di mettere dei limiti perentori a manovratori che si presentano come parte delle soluzioni quando sono, nel migliore dei casi, parte dei problemi.
In queste circostanze anche il burocratismo che li intralcia acquista aspetti virtuosi. La partecipazione alla vita politica rappresentativa non può in efffetti che consistere nel consentire a sedicenti statisti ed altrettanto sedicenti "sostenitori del cambiamento" di fare meno danni possibile.
Oggi possiamo dimostrare all’Italia e al mondo che noi ci crediamo davvero. Che la storia dell’Italia è meravigliosa e noi possiamo rendere migliore anche il suo futuro.
Oggi siamo a un bivio. Possiamo tornare ad essere quelli di cui all’estero si sghignazza, quelli che non cambiano mai, quelli famosi per l’attaccamento alle poltrone e le azzuffate in Parlamento. Oppure possiamo dimostrare con i fatti chefinalmentc qualcosa cambia, e che stiamo diventando un Paese credibile e prestigioso.
Ci date una mano? Basta un sì.
Pare di capire che dopo aver fatto appello alle migliori energie disponibili con appelli ai ggggiovani e quant'altro, in fin dei conti Matteo Renzi si accontenterebbe, come si sono accontentati tutti quanti, di una crocetta su una scheda elettorale. Una crocetta che taumaturgicamente dovrebbe sancire la meraviglia della storia "nazionale" e portare ad un ancor più meraviglioso futuro.
Chissà cosa ne penserebbero coloro che di queste meraviglie hanno fatto le spese, a cominciare da chi ha sperimentato le gioie delle prime coscrizioni obbligatorie per finire alle vittime delle maramaldesche "esportazioni di democrazia" cui i politici del "paese" dove mangiano maccheroni si sono uniti con tanto entusiasmo.
Non siamo affatto ad un bivio: nelle realtà normali si continuerà a sghignazzare, nella penisola italiana si continuerà a non cambiare -specie in nome di cambiamenti in peggio- e lorsignori continueranno a rimanere attaccati alle poltrone e ad azzuffarsi in parlamento, perché riforme nonostante esso è rimasto un'ottima e fedele rappresentanza dei sudditi e dei loro "valori", dal momento che chiunque abbia un minimo di rispetto per se stesso evita ormai da decenni di avere a che fare con la politica rappresentativa.
Incredibile che con simile materiale umano e con una simile storia alle spalle, che imporrebbero un contegno sobrio e defilato in ogni "contesto internazionale" a cominciare dalla bocciofila di San Marino, qualcuno venga ancora a raccontare cose che tirano in mezzo credibilità e prestigio.
No.

domenica 13 novembre 2016

12 novembre 2016: Matteo Salvini a Firenze


Un gruppo piuttosto nutrito di persone serie ha percorso le vie del quartiere di Santa Croce nelle stesse ore in cui Matteo Salvini (un divorziato in sovrappeso che non è riuscito a laurearsi neppure in dodici anni) concionava a beneficio di una piazza gremita di ultrasettantenni rastrellati da tutta la penisola e sottratti a probabilissime e meritate attestazioni di disprezzo da un doppio cordone di gendarmi.
Non è cosa nuova che gli "occidentalisti" possano uscire dalle mangioteche, dai salotti e dai fondi commerciali in cui sono tollerati in città solo grazie alla gendarmeria, ma va ricordato che in quest'occasione è stato un "partito" apertamente secessionista da oltre trent'anni a far tutelare l'incolumità dei suoi ben nutriti esponenti e dei suoi rancorosi sostenitori dalle stesse forze armate del "paese" che giura di voler smembrare. Agli occhi di chi proviene da realtà normali si tratta di uno dei moltissimi dati di fatto che rendono la vita politica del "paese" dove mangiano spaghetti una cosa difficile da comprendere e ancor più difficile da prendere sul serio.
Secondo un certo numero di osservatori discretamente infiltrati in piazza Santa Croce i fiorentini presenti erano l'infima minoranza e per lo più riconducibili alle greppie "occidentaliste" più involute, all'angolo da decenni e solitamente oggetto di aperto disprezzo da parte dei concittadini, non fosse che per il fatto che a Firenze chi vuol far politica "occidentalista" si iscrive da sempre al Partito Democratico.
Le elezioni presidenziali statunitensi vinte da uno straricco caricaturale -anch'egli perfettamente rappresentativo- hanno dato fiato alla marmaglia "occidentalista" venuta a sporcare Firenze per un mezzo pomeriggio e più che propensa a far propri slogan e propaganda di derivazione yankee; qualcuno ha osato sventolare addirittura bandiere a stelle e strisce, cosa che a Firenze pone automaticamente dalla parte del torto a prescindere dalle consegne della manifestazione.


domenica 6 novembre 2016

5 novembre 2016: a Firenze centinaia di persone in piazza contro la propaganda governativa


All'inizio di novembre 2016 a Firenze si tiene un'assemblea filogovernativa; su eventi del genere, ripetuti nella stessa sede nel corso degli anni, il boiscàut di Rignano sull'Arno ha basato molto del suo operato propagandistico.
Il problema è che il "partito" di Matteo Renzi non è più distinguibile da nessun punto di vista ed in nessun punto programmatico da quello dei suoi sedicenti avversari. Non pochi di costoro -ivi compreso lo strepitoso Denis Verdini che i nostri lettori ricorderanno come ideatore de "Il Giornale della Toscana"- hanno cambiato casacca appena le cose si sono messe male, secondo lo stile che rende i sudditi dello stato che occupa la penisola italiana oggetto di logico ed abituale scherno da parte dei politici e dei privati cittadini che fanno capo a compagini più serie.
Per garantire la riuscita dell'iniziativa propagandistica dei governativi la gendarmeria ha vietato un corteo di protesta. Una prassi poco consueta a Firenze dove centinaia di cortei hanno percorso il centro storico per decine di anni e dove ancora si ricorda sghignazzando lo scagnare orgiastico che la stessa feccia "occidentalista" oggi salita sul carro di Matteo Renzi pur di continuare a frequentare ristoranti levò all'epoca del Social Forum del 2002.
I risultati non potevano essere che quelli desiderati dai governativi: manifestanti contro gendarmeria antisommossa, in uno spettacolo ottimo per le televisioncine. L'identità assoluta con i partiti "occidentalisti" ha finalmente messo anche i simpatizzanti -e soprattutto le simpatizzanti- del Partito Democratico in condizioni di poter legittimamente esprimere preoccupazioni per le vetrine del centro. L'atteggiamento è sempre lo stesso: le manifestazioni, i cortei e soprattutto gli scontri con la gendarmeria vanno bene, anzi, benissimo... purché avvengano a Tehran.
I filogovernativi hanno passato la giornata a picchiettare sui ciarlòfoni e a cinguettare e a pubblicare ciance sul Libro dei Ceffi intanto che facevano finta di ascoltare una successione di oratori; l'argomento principale delle discussioni era un corpus di modifiche costituzionali volto a rendere il residuale democratismo meno fastidioso possibile per il manovratore, presentato con i pretesti del risparmio e della semplificazione. In sostanza si pretende che una costituzione nata da una guerra di liberazione e da una generazione adusa agli allarmi aerei, alle tessere annonarie ed allo studio assiduo e diligente venga modificata ed emendata da esponenti di una generazione e di un gruppo sociale che non ha mai saltato un pasto in vita propria e che ha frequentato più discoteche che librerie. Un'iniziativa sul cui merito, sulle cui modalità e sulla cui liceità qualunque persona seria può esprimere fondati dubbi.
La foto in alto correda articoli di gazzetta dell'estate 2015: Matteo Renzi garantiva "pieno sostegno" a Recep Tayyip Erdogan, un signore che in materia di modifiche costituzionali può senza dubbio costituire un ottimo modello. Si noti che nonostante si viva nell'epoca del fotoritocco indiscriminato le redazioni continuano a scegliere con estrema cura gli scatti che ritraggono Renzi, mettendone ogni volta in luce l'espressione acuta e determinata.