mercoledì 10 febbraio 2016

Henri J. Barkey - Il disastro della politica estera di Erdogan




Traduzione da Foreign Policy.

Il disastro della politica estera di Erdogan. Pochi anni fa la Turchia era considerata una potenza regionale in ascesa. Che cosa è successo?

Non molto tempo fa la politica estera turca era al centro di ogni discussione. All'insegna dello stringato motto "zero problemi con i vicini" la Turchia cercava sia di migliorare le relazioni di vicinato sia di affermarsi un po' per volta come potenza regionale egemone. Era un caso classico di rafforzamento del proprio soft power per mezzo della introduzione di riforme economiche e di maggiore democrazia, cui corrispondeva in politica estera una intensa attività diplomatica il cui scopo era quello di fare di Ankara l'arbitro dei conflitti regionali.
Oggi come oggi di questa linea politica non resta più nulla. Ha fatto le spese dell'imprevedibile corso degli eventi che la Primavera Araba ha preso, soprattutto in Siria, oltre che dell'esagerata fiducia nei propri mezzi e degli errori di calcolo commessi sul piano della politica interna della politica estera. Fatto salvo il governo regionale curdo nel nord dell'Iraq, le relazioni della Turchia con quasi tutti i suoi vicini sono peggiorate. Al tempo stesso sono oltremodo cresciute le tensioni con gli Stati Uniti, con l'unione europea e con la Russia. In questo momento, se la Turchia ha ancora una qualche influenza, lo deve soprattutto alla sua posizione geografica, che la rende retroterra della Siria e del dramma dei suoi profughi, e alla sua determinazione nell'usare le maniere forti nelle transazioni diplomatiche.
Per quale motivo le ambizioni internazionali della Turchia sono fallite? A questa domanda non esiste una risposta soltanto. Le idee grandiose che il presidente Recep Tayyp Erdogan aveva circa il proprio ruolo nel mondo, il suo desiderio di trasformare il paese in una repubblica presidenziale, il fallimento del processo di pace curdo a sua volta vittima della crisi in Siria hanno dato ciascuno il proprio contributo ad affossare quella politica estera di Ankara che sembrava ricca di buone promesse.


La Turchia e la Primavera Araba

La politica estera turca dava segni di cedimento anche prima della Primavera Araba. Nel 2009, dopo quasi sette anni di governi a guida conservatrice, la Turchia aveva raggiunto traguardi rimarchevoli: una rapida crescita economica, la trasformazione di Istanbul in una città internazionale, la democratizzazione nella politica interna, il ritorno del potente apparato militare sotto il controllo delle istituzioni democratiche. Lo AKP, il Partito della Giustizia e dello Sviluppo di Erdogan, passava di trionfo in trionfo perché i cittadini comuni erano sedotti dai suoi successi e poco attratti da un'opposizione priva di mordente.
Dopo aver consolidato le proprie posizioni sul piano interno, soprattutto con le elezioni del 2007, Erdogan ha iniziato ad osare un po' di più. Ha intrapreso un calcolato approccio spicciativo al presidente dello stato sionista Shimon Peres al forum economico mondiale di Davos nel 2009, nel corso del quale deplorò rabbiosamente la politica dello stato sionista verso Gaza, con questo capovolgendo d'un tratto il buon andamento delle relazioni tra i due paesi. L'iniziativa si rivelò molto produttiva per i rapporti con il mondo arabo, in cui la popolarità di Erdogan e della Turchia schizzò alle stelle; dai paesi arabi in tanti si riversarono in Turchia, per turismo o in cerca di opportunità di investimento. A questo gesto seguì la decisione di una organizzazione non governativa turca vicina allo AKP di noleggiare una nave e dirigersi a sfidare il blocco sionista a Gaza, con la relativa e disastrosa reazione sionista che finì con la morte di nove cittadini turchi e con l'ulteriore peggioramento delle relazioni tra i due paesi.  
L'arrivo della Primavera Araba spinse Turchia e Stati Uniti ad una stretta collaborazione. I due paesi sembrarono agire di concerto per quanto riguarda le dichiarazioni pubbliche sul presidente egiziano Hosni Mubarak -l'intento era quello di costringerlo a farsi da parte- e poi collaborarono nel fornire armi e materiali al "Libero" Esercito Siriano. Ancora una volta la Turchia si affermava come un paese che era modello per tutto il Medio Oriente, un paese in cui Islam e democrazia si erano sposati con successo nella persona di Erdogan e del suo AKP. Nel 2010 Obama affermava che la Turchia era "una grande democrazia islamica", ed "un modello di importanza fondamentale per gli altri paesi musulmani della regione"; nel 2012 citò Erdogan tra i cinque più importanti leader politici con cui aveva intrapreso le relazioni diplomatiche più strette.
La Turchia però voleva essere ben più di un modello. L'affermarsi dei Fratelli Musulmani in Egitto, in Tunisia e in Siria -con i quali i vertici dello AKP avevano rapporti stretti- dischiuse per Ankara la possibilità di avere un ruolo attivo dal momento che era il più potente alleato regionale su cui quel movimento potesse contare. Di fatto la Primavera Araba permise ai massimi vertici della politica turca di vedersi come a capo della principale potenza della zona: lo allora ministro degli esteri Ahmed Davutoglu disse che la Turchia "sarebbe stata alla testa del vento di cambiamento che sta spazzando il Medio Oriente... non solo come paese amico, ma perché paese considerato la personificazione stessa delle idee di cambiamento e di ordine nuovo".
La Turchia aveva alla fine il suo momento. Un momento che però non sarebbe durato a lungo. L'auspicio di Davutoglu su un "nuovo ordine" subì un brutto colpo quando in Egitto il governo guidato dai Fratelli Musulmani venne rovesciato da una serie di proteste di piazza e dall'esercito, e le relazioni di Erdogan con il nuovo governo a guida militare si disintegrarono rapidamente. Tuttavia è stato in Siria che gli obiettivi in politica estera della Turchia sono stati affossati definitivamente: il governo di Bashar al Assad ha continuato ostinatamente a resistere, alla faccia del movimento insurrezionale che la Turchia aveva sostenuto.


L'importanza degli eventi siriani

Prima dell'insurrezione del 2011 la Siria costituiva l'esempio più recente dei successi della politica turca all'insegna degli "zero problemi" con i paesi vicini. Poco dopo l'arrivo al potere dello AKP, l'uomo forte del paese Bashar al Assad ed Erdogan avevano intrapreso una stretta collaborazione anche a livello personale. Si è trattato di un cambiamento considerevole se si pensa che nel 1998 la Turchia aveva minacciato militarmente la Siria a causa del sostegno che essa forniva al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), all'epoca impegnato nella promozione di un movimento insurrezionale contro lo stato turco. Erdogan si impegnò anche per dare il via a consultazioni indirette tra Siria e stato sionista e si spinse fino a sostenere il governo baathista contro un'iniziativa dell'ONU, sostenuta da Francia e Stati Uniti, diretta a far sì che l'esercito siriano lasciasse il Libano.
Quando in Siria iniziarono le proteste pacifiche, all'inizio Erdogan si adoperò perché Assad non subisse lo stesso destino dei politici tunisini ed egiziani. Erdogan fornì consigli ad Assad sulle riforme da introdurre e di fatto pare gli abbia fatto capire che non si trattava di fare qualcosa di troppo radicale, ma senza risultato. Quando Assad diede mano libera all'esercito perché reprimesse le proteste, dall'oggi al domani Erdogan si ritorse contro l'antico alleato ed amico.
Alla decisione di Erdogan contribuirono molti elementi: il rancore perché Assad non aveva seguito i suoi consigli, la diffusa sensazione che Assad non sarebbe comunque durato, l'idea di poter avere un qualche ruolo nella nuova Siria, e soprattutto il terribile crescere della violenza durante il ramadan del 2011, contro quelli che Erdogan considerava manifestanti sunniti. Erdogan esortò pubblicamente all'esautorazione di Assad e proclamò che il dittatore siriano sarebbe rimasto al potere soltanto per pochi mesi. Di lì a poco, nel 2012, Erdogan disse: "Presto andremo a Damasco, a pregare liberi con i nostri fratelli nella moschea degli Omayyadi".
Assad non sarebbe caduto tanto facilmente. La discrepanza fra il desiderio di Erdogan di vederlo osostituito da una alleanza sunnita a lui favorevole e la realtà delle cose in cui il dittatore siriano teneva ostinatamente il potere fu motivo di frustrazione per il primo ministro turco, e lo spinse in direzione di una linea politica costruita di testa propria. Con gli Stati Uniti iniziarono ad emergere profonde divergenze quando Erdogan si espresse con disappunto sul fatto che Obama non intendesse intervenire, nonostante i molti civili vittime dell'esercito governativo.
La rottura tra Erdogan e Assad segnò anche l'inizio di una politica settaria da parte dei sunniti, che diventò sempre più pronunciata man mano che il governo siriano rimaneva al suo posto. La Turchia iniziò ad incoraggiare l'ingresso di combattenti stranieri nella Siria settentrionale attraverso i suoi posti di frontiera, cosa che radicalizzò l'opposizione e al tempo stesso fece crescere gli attriti fra Ankara e i suoi alleati, gli Stati Uniti e l'Europa. Il governo turco sapeva che molti di questi combattenti si sarebbero uniti a milizie jihadiste, come il Fronte an Nusra che è affiliato ad Al Qaeda, ma ha lasciato che così fosse perché i ribelli "moderati" originari del paese non si erano mostrati in grado di arrivare alla cacciata del governo di Assad. L'idea era che i combattenti jihadisti, molti dei quali adusi al combattimento e più propensi a morire per la causa, sarebbero riusciti a fare quello che non era riuscito ai ribelli siriani di altro orientamento. 
Decine di migliaia di combattenti stranieri si diressero in Siria, e presto furono evidenti le conseguenze indesiderate di tutto questo. Molti di costoro gravitavano attorno allo Stato Islamico e lo hanno reso la potenza che è oggi. Nel maggio del 2013 durante una visita a Washington Obama chiese a Erdogan di smettere di fornire sostegno agli jihadisti, specie al Fronte an Nusra, e di impedire loro di passare dalla frontiera turca. Il fatto è che da allora in Turchia ha preso concretezza una rete jihadista che a tutt'oggi tormenta il personale di frontiera.
Il primo a trarre vantaggio dall'allentamento dei controlli fu lo Stato Islamico. La rete nata in Turchia a sostegno degli jihadisti sarebbe stata alla fine utilizzata per colpire le città turche, da Diyarbakir a Suruc fino ad Ankara, per arrivare ad Istanbul. Nei primi tre casi gli attentati hanno colpito curdi e attivisti di sinistra e hanno fatto più di centotrentacinque morti. L'ultimo ad Istanbul ha fatto undici vittime tedesche in un quartiere turistico. Lo Stato Islamico ha anche impunemente passato per le armi in territorio turco propri oppositori siriani, e richiesto riscatti a famiglie siriane e di altri paesi affinché fossero loro restituiti i loro cari, sequestrati dallo Stato Islamico in territorio turco.


La questione del Kurdistan

Il rafforzamento dei curdi siriani è stato la più importante conseguenza del caos in cui è precipitato il paese. Privati di ogni peso e repressi dai vari governi siriani, i curdi sono riusciti ad approfittare delle spaccature nel paese per avanzare pretese sui territori in cui costituivano la maggioranza della popolazione. Hanno presto trovato un alleato potente negli Stati Uniti: quando lo Stato Islamico è stato sul punto di sommergere la città curda di Kobane, nell'ottobre del 2014, l'aviazione statunitense ha iniziato a bombardare i combattenti del gruppo jihadista, gettando anche le basi per una straordinaria e fruttuosa collaborazione che si è rivelata essere il tentativo più riuscito di spodestare lo Stato Islamico da un territorio da esso conquistato.
Di questa alleanza sempre più stretta ha fatto le spese il governo turco. Il principale movimento politico dei curdi siriani è il Partito dell'Unione Democratica (PYD), che è uno stretto alleato, se non una dipendenza, del PKK che lo ha addestrato e foraggiato trasformandolo in una forza combattente formidabile. Washington ha detto chiaramente che PKK e PYD non sono la stessa cosa, a dispetto del cordone ombelicale che unisce le due organizzazioni. Dal punto di vista legale il PKK è nella lista delle organizzazioni terroristiche stilata dagli USA, mentre il PYD non c'è ed è stato il destinatario del sostegno militare statunitense nella guerra contro lo Stato Islamico. Intanto che gli Stati Uniti approfondivano i loro legami con il PYD, l'unica concessione che hanno fatto ad Ankara è stato ottemperare all'ultimatum dei turchi affinché il PYD non venisse invitato ai colloqui di pace a Ginevra.
A posteriori, la vittoria dei curdi siriani a Kobane si è rivelata il colpo di grazia per il processo di pace che la Turchia aveva intrapreso con la parte curda della propria popolazione. Erdogan fu subito aspramente critico nei confronti dell'intervento ameriKKKano a Kobane: lui e il suo partito considerano il PYD una minaccia peggiore di quella dello Stato Islamico- Nel febbraio 2015 Erdogan ha fatto carta straccia dell'accordo che i suoi subalterni avevano stretto con il Partito Democratico del Popolo, di ispirazione filocurda, e con il PKK. Ci sono documenti successivi che fanno pensare che a provocare la rottura sia stato il timore che i curdi siriani avrebbero messo su un doppione dell'esperienza dei curdi iracheni, creando una regione autonoma a ridosso delle frontiere meridionali della Turchia.
Dall'estate del 2015 la guerra tra PKK e stato turco è ripresa, all'insegna del revanscismo. Dal sette giugno, data delle elezioni, sono morti qualcosa come duecentocinquantasei militari turchi; le perdite del PKK sono più difficili da quantificare, ma sono comunque state alte. Le devastazioni in città curde come Silopi, Cizre e il quartiere di Sur a Diyarbakir, dove i carri armati turchi hanno sparato sulle abitazioni e l'ala giovanile del PKK ha deciso di resistere senza cedere, sono state tremende.
Erdogan aveva capito che l'assedio di Kobane rappresentava un possibile punto di svolta per i destini dei curdi in tutta la regione. Non poteva fare che una cosa: cooptarli al potere o reprimerli. Ha scelto la seconda alternativa.
I curdi hanno indebolito la posizione di Erdogan sia all'interno che sul piano internazionale; ancora peggio è andata dopo che su richiesta di Assad i russi sono intervenuti in siria. Agendo senza riguardi, i caccia turchi a novembre 2015 hanno abbattuto un bombardiere russo che per poco tempo aveva invaso lo spazio aereo turco, con un gesto cui il presidente russo Putin ha risposto con una serie di rappresaglie impegnative dal punto di vista economico, politico e militare. Erdogan si era sbagliato nel giudicare Putin: la decisione di abbattere l'aereo veniva dalla frustrazione causata dai fallimenti in Siria e dal fatto che sotto i suoi occhi gli iraniani e i russi erano riusciti a rafforzare l'ormai provato esercito siriano contro gli alleati dei turchi nel paese.
Sull'onda degli eventi siriani, la Turchia si è trovata ai ferri corti anche con l'Iran. Dall'inizio della guerra fino al 2015, ovvero fino a quando i russi non sono intervenuti direttamente ed il ruolo della Forza Quds iraniana non è diventato più ovvio, la Turchia e l'Iran hanno proceduto sulla questione secondo un cordiale disaccordo. I fitti legami d'affari tra il governo di Erdogan, comprese vendite di oro su larga scala, la dipendenza della Turchia dal gas iraniano e il bisogno dell'Iran di mantenere quote di mercato estero proprio con queste esportazioni hanno impedito ai due paesi di accapigliarsi in pubblico. Ma non è cosa destinata a durare, perché la collaborazione delle varie forze sul terreno ha cambiato le cose a favore di Assad.
Erdogan non ha ancora abbandonato il sogno di fare della Turchia un attore influente. Di recente Ankara ha annunciato l'apertura di una propria base navale in Qatar e di un campo di addestramento in Somalia. Erdogan è capacissimo di cambiare politica secondo gli eventi del momento, se questo torna a suo vantaggio; negli ultimi tempi lo ha fatto riallacciando cordiali relazioni con lo stato sionista. Un riavvicinamento a Gerusalemme infatti apre la lucrosa prospettiva di un gasdotto che dai giacimenti nell'est del Mediterraneo porti in Turchia passando da Cipro.


Cosa può attendersi Erdogan dal prossimo futuro

Erdogan ha davanti tre sfide tra loro collegate. Sta affannosamente portando avanti l'iniziativa di cambiamenti alla costituzione che gli permettano di riunire nella figura del presidente il potere esecutivo, così da poter controllare il paese senza l'impiccio delle sue istituzioni; l'inasprirsi del confronto con i curdi minaccia di portare alla completa rottura tra curdi e stato turco ed il deteriorarsi della situazione in Siria non soltanto può arrivare ad esacerbare il conflitto con i curdi ma anche a far peggiorare i rapporti con gli USA, in considerazione dei legami che Washington ha stretto con i curdi siriani.
Erdogan può anche essere sulla strada giusta per risolvere alcuni di questi problemi, specie per quello che riguarda l'instaurazione di un regime presidenziale, ma al prezzo di inasprire ancora di più le divisioni nella società turca e i disaccordi con i paesi alleati di vecchia data. Erdogan è sicuro che il suo atteggiamento nei confronti dei curdi finirà per pagare e si sta basando sulla disillusione di settori della comunità curda, specie quelli maggiormente inclini alla religione, per sradicare il PKK. Ora come ora però è verosimile che le sofferenze delle città a maggioranza curda abbiano un impatto incancellabile sulla comunità curda. Il mutare della situazione internazionale, con particolare riguardo all'Iraq e alla Siria, fa pensare che a questo punto una vittoria militare potrebbe rivelarsi una vittoria di Pirro.
Per quello che riguarda la Siria, è chiaro che esistono grossi disaccordi su quali siano le cose importanti tra Turchia, USA ed Europa. Gli alleati occidentali della Turchia mettono al primo posto la sconfitta dello Stato Islamico laddove ad Ankara si è preoccupati soprattutto di rovesciare il governo di Assad e di impedire che si formi una regione autonoma curda nel nord del paese. Su questo particolare tema il perdurare degli attriti con i cdurdi in patria non farà che allontanare ancora di più la Turchia dai suoi alleati.
Il punto fondamentale è questo: la politica estera della Turchia non è più funzionale agli interessi del paese ma a quelli di Erdogan. In difficoltà in patria e fuori, il presidente turco ha intrapreso sul piano interno una serie di iniziative illiberali che punta a minare quelle che sono istituzioni esplicitamente ritenute vacillanti per ricostruirle a propria misura. La sua onnipresenza e la sua posizione che non ha rivali significano che la politica estera turca altro non è che il prodotto della sua concezione del mondo, dei suoi capricci e dei suoi gusti. Nessuno può tenergli testa. L'approccio sistematico dei primi anni ha lasciato il posto all'indulgenza: più di ogni altra cosa è questo che spiega le alterne sorti della politica estera turca.

venerdì 5 febbraio 2016

Firenze, 20 febbraio 2016: iniziativa politica di quartiere in Piazza Tasso



20 febbraio 2016

Giornata informativa in Tasso!!!


H12 - Torneo di basket. Per iscrizione viadelleone@autistici.org
H13 - Pranzo condiviso. Porta piatto e posate e qualcosa da mangiare

Durante tutta la giornata interventi, mostra, e volantinaggi sui principali problemi del quartiere.

H15 - Spettacolo per bambini


Tra le cose costruttive di Firenze ci sono anche iniziative come questa, lodevoli per molti motivi.
Si prova qui a riassumerne qualcuno.
I promotori fanno capo ad una casa occupata: le occupazioni sono una delle bestie nere dell'amministrazione e vanno incentivate e sostenute ipso facto.
L'iniziativa non è patrocinata o sponsorizzata da nessuno: i presenti non vedranno gonfaloni, striscioni pubblicitari o ben vestiti a piede libero venuti a far credere che si stanno impegnando per qualche causa comune.
I redattori del manifesto/volantino hanno riso in faccia a tecnologie informatiche, computer e programmi di ritocco. La scena politica fiorentina è andata avanti benissimo per decenni con pochi o punti di quegli arnesi, e non è da oggi che in molti pensano che certi affari -"reti sociali" prime tra tutti- siano più d'ingombro che d'aiuto, per una serie di motivi che ci guardiamo bene dall'infliggere al lettore.
I problemi del quartiere di cui si prospetta la disamina? Sicuramente tutt'altro che coincidenti con quelli sciorinati da qualche gazzetta piagniucolona e dalla politica rappresentativa, sia nella natura che nelle attribuzioni causali.

Se il 20 febbraio 2016 siete a Firenze e non siete extracomunitarie nordamericane dalla condotta scandalosa, considerate l'idea di dare un'occhiata.

sabato 30 gennaio 2016

La visita a Roma del Presidente della Repubblica Islamica dell'Iran


Verso la fine di gennaio 2016 il Presidente della Repubblica Islamica dell'Iran ha compiuto un viaggio diplomatico in alcune capitali europee.
Le sanzioni economiche che hanno colpito la Repubblica Islamica sono state revocate da pochi giorni, nel quadro degli accordi dei "cinque più uno" sullo sviluppo delle tecnologie nucleari. Dal punto di vista economico la Repubblica Islamica dell'Iran fa gola a molti e per ottimi motivi, dal momento che per decenni qualunque progresso economico ed infrastrutturale vi è andato avanti col contagocce grazie all'abituale intromissione degli "occidentali" e dello stato sionista. Un esempio su tutti, il fatto che dopo poche ore dalla revoca già si discutevano enormi contratti di fornitura con la Airbus Industries.
In occasione della visita di Rohani a Roma la "libera informazione" ha fatto del suo meglio per mantenere intatto il bias negativo che connota qualunque notizia riguardi la Repubblica Islamica dell'Iran e la sua classe politica: innanzitutto ha reperito qualche gazzettiere molesto che cercasse di mettere in difficoltà l'ospite parlando a bruciapelo di "classifiche mondiali della negazione dei diritti" come se la diplomazia internazionale o la politica nel suo insieme fossero una roba di pallone. La cosa è del tutto logica dal momento che nel "paese" dove mangiano spaghetti è diventato impossibile concepire alcunché che richieda spiegazioni più complesse, e l'iniziativa è servita anche a mettere in cattiva luce il personale diplomatico della Repubblica Islamica, ritratto come prontissimo a venire alle mani.
Fino a questo punto però, purtroppo per la "libera informazione", davvero poco per tenere fede agli impegni.
Per fortuna è arrivato qualcosa d'altro.
Le riprese video della visita di Rohani a Roma hanno insistito sul fatto che le statue classiche poste sul percorso di visita erano state schermate.
La cosa ha levato un cicaleccio "occidentalista" durato qualche giorno, ed ha fatto il giro delle "reti sociali" indignando un certo numero di utenti, per lo più della categoria Mamme con Cani e Bambini, Future Mamme con Cani e senza Bambini, Cani con Bambini e Mamme, Bambini con Mamme e Cani ed altre autoschedature del genere: tutte fonti credibili in materia di diplomazia e di politica internazionale. Secondo dinamiche abituali questo cicaleccio ha a sua volta rifornito la "libera informazione" che ha tirato un sospiro di sollievo per aver potuto tener fede alle consegne ed evitare ad ogni costo di affrontare temi di una minima serietà. Il piagnisteo ha accompagnato Rohani anche nella Repubblica Francese, dove un gruppuscolo di "produttori di contenuti" ne ha approfittato per tentare di uscire dall'angolo simulando un'impiccagione fluviale stile linciaggio amriki, purtroppo conclusasi senza conseguenze rilevanti per la poco vestita protagonista.
Per tenere fede agli impegni, la "libera informazione" ha sorvolato sulle norme più elementari non soltanto della diplomazia, ma anche dei rapporti interpersonali, che impongono di fare il possibile per non mettere in imbarazzo un ospite. Ora, nonostante la "libera informazione" si impegni molto nell'asserire il contrario, Rohani non è un dittatore che può contare su un consenso monolitico e fondato sulla sanzione dei contraddittori ad opera degli organismi repressivi dello stato -cosa che non sarebbe certo un'esclusiva della Repubblica Islamica dell'Iran, visto che in "Occidente" è da molti anni sufficiente alzare un po' la voce al pallonaio per vedersela con la gendarmeria- ma un individuo che ricopre una carica elettiva e che ha un certo numero di avversari e detrattori interni che aspettano soltanto di coglierlo in fallo in atteggiamenti non consoni o vietati dalle leggi in vigore nel suo paese.
Di qui le richieste del personale diplomatico.
Le attenzioni di cui il Presidente della Repubblica Islamica dell'Iran è stato oggetto nel corso del suo viaggio diplomatico non presentano nulla di diverso da quanto accade, per esempio, a politici "occidentali" in visita nella Repubblica Popolare Cinese, cui si evita di servire carne di Cane [*].
Persino nei molti casi in cui meriterebbero trattamenti ben peggiori.


[*] Su quella di Mamma e di Bambino non abbiamo informazioni attendibili.

lunedì 25 gennaio 2016

L'Occidente schiera a Firenze un'arma in più contro l'Islam: la pescioterapia!


Nulla infonde al cuore un simile senso di calda sicurezza come l'andar per vicoli e stradette a verificare la granitica tenuta dei "valori occidentali" nell'Europa assediata. A Firenze in una strada in pieno centro c'è questo fondo commerciale. Ci si siede sui panchetti e ci si fanno mordicchiare i piedi dai pesci che stanno negli acquari. Il tutto in vetrina, sotto l'occhio di imbianchini e corrieri di passaggio. C'è anche la telecamera di sorveglianza: nel caso lo Stato Islamico decida di farsi un fritto misto di pesciolini e turisti serve a facilitare il recupero delle lische.
Questo coso ha anche un sito web (fatto coi piedi, è il caso di dire) dove si vantano i presunti benefici dell'ennesima astrusità a pagamento.

Intanto la stampa "occidentalista" -che si crede un po' più seria- ha spedito Fausto Biloslavo a curiosare tra i militari russi in Siria: Biloslavo di russi se ne intende perché in Afghanistan prima finì in galera per otto mesi filati e poi lo misero anche sotto con un camion.
Chissà a questo giro cosa gli combineranno.

sabato 23 gennaio 2016

Miguel Martinez - Firenze, Lorenzo Bargellini e la vita di ogni giorno in Oltrarno


A Firenze, Lorenzo Bargellini è uno di quei signori nessuno in feldgrau che difficilmente incrociano le vite e le strade di amministratori e governanti preoccupati innanzitutto della sorte di qualche mangioteca filogovernativa.
Lui e i suoi sono al limite gente da marginalizzare in silenzio a colpi di regolamenti e decreti, da rendergli la vita impossibile per ogni inezia, così imparano a mettersi di traverso lui e il suo Movimento di Lotta per la Casa alle magnifiche sorti e progressive della politica più o meno locale. Specialmente adesso che tutti i suoi esponenti l'hanno fatta finita una volta per tutte anche con il ricordo degli attacchinaggi nelle notti piovose, dei volantinaggi e delle scritte sui muri, e condividono fino all'ultimo iota i "valori" e gli obiettivi dei sedicenti avversari, primo tra tutti la distruzione consapevole e a fine di lucro di qualunque cosa ricordi anche da lontano il concetto stesso di vita associata.
Miguel Martinez di Kelebeklerblog riporta un episodio di tutti i giorni nel quartiere di San Frediano[1]. Un episodio in cui Lorenzo Bargellini incrocia le vite e le strade di inquilini e padroni di casa, gendarmi e televisori ad un'ora del mattino in cui la incentivata utenza gentry delle stesse vie sta cacciando di casa il drudo occasionale e decidendo da quale mescita cominciare il giro.

Babbo Natale a Firenze (23 gennaio 2016)

L’altro giorno, mi dicono che stanno per dare lo sfratto esecutivo a Renzino.
Così alle otto di mattina, con un freddo che pizzica le orecchie, ci troviamo in una decina davanti alla sua casa, nell’ultima stradina di tutte di San Frediano, dopo il tabernacolo del Maestro di Signa. Che si racconta che tanti anni fa, quando di qua passavano le greggi, le pecore sparivano misteriosamente dentro le strette casette buie, una pecora a destra e una a sinistra.

Sulla porta di casa, c’è il Renzino, baffetti bianchi, settantotto anni portati con dignità da vecchio artigiano, che ci saluta; e c’è pure  Giulio, che avrà più o meno la stessa età e che lo sfratto ce l’ha tra tre mesi.
Renzino spiega
“Io ho una pensione di 600 euro al mese, l’affitto costa 750 euro, che devo fare? Al Comune mi hanno detto che potevano trovarmi posto all’Albergo Popolare…[2]”
"Dove la notte ti rubano tutto e dalle nove di mattina alle sette di sera ti buttano fuori per strada…”
“Sì, poi mi hanno parlato di una cosa della Chiesa, che forse hanno una branda, devo andarci a parlare”.
In quel momento, arrivano insieme il padrone di casa, il suo avvocato, un poliziotto in borghese e l’ufficiale giudiziario, che riconosco subito.
E’ una ragazza dall’aria simpatica, sempre un po’ imbarazzata e che immagino, se non avesse il mutuo da pagare, preferirebbe fare qualunque altro mestiere.
Il padrone di casa comincia a inveire.
“Ho settantott’anni anch’io, ho solo la pensione e questa casa, e questo qui non paga l’affitto da sei anni! Ho un bypass e tre operazioni! Qui dentro se non ci credete ho tutti i documenti medici, sono malato! E questo figlio di puttana se ne deve andare da casa mia! Ho i miei diritti!”
E si gira verso il poliziotto: “ci voleva una carica de’ harabinieri, e invece c’è solo lei! E’ uno schifo!”
Gli dico, “capisco, ma l’inquilino dove dovrebbe andare?”
“Che c… ne so, sono c… suoi! A lui gli fa comodo, che non paga! L’appartamento è mio!”
Provo a dire, che se i due settantottenni fossero andati insieme a chiedere una sistemazione in Comune, forse avrebbero ottenuto di più, e il proprietario certamente non avrebbe dovuto pagare un avvocato; e si sarebbe risparmiato il mezzo infarto che si sta costruendo tutto da solo.
Ma il tipo non ha una gran voglia di ascoltare. Riconosco subito il personaggio, i cui cloni occupano milioni di case buie di anziani arrabbiati in tutta Italia, dove l’unico lusso è il televisore sempre acceso. Anche quando si è ricchi.
“Pezzo di m…!” grida il settantottenne proprietario e comincia a prendere a pugni il settantottenne inquilino.
L’avvocato trascina via a forza il proprio cliente.
In quel momento, arriva Lorenzo Bargellini, che se siete di Firenze lo avrete sentito nominare nelle favole.
Lorenzo Bargellini per tanti è la prova che Babbo Natale esiste: avete presente, la famiglia sotto la neve, senza un tetto, la notte, la mamma che stringe al petto il bambino che tossisce, poi passa uno sconosciuto dall’aspetto improbabile (in questo caso con i capelli lunghi e senza barba) e le regala una casa senza chiedere assolutamente nulla in cambio?
Il mestiere (non retribuito) di Lorenzo Bargellini consiste nel far incontrare domande e offerta: le migliaia e migliaia di case che a Firenze marciscono senza inquilini, e le migliaia e migliaia di persone che nella Disneyland del Rinascimento non hanno un tetto.
Secondo i suoi ammiratori, questa sua attività gli avrebbe fruttato finora 400 denunce.
Siamo a Firenze, e quindi è giusto dire che Lorenzo è il nipote di Piero, famoso sindaco democristiano di Firenze ai tempi dell’alluvione, che raccoglieva storie nei vicoli di San Frediano e raddrizzava ingiustizie.
Il poliziotto, che evidentemente è una persona intelligente, lo chiama: “Lorenzo, vieni qui un momento!”
I due si allontanano insieme, parlottano, poi il poliziotto parla con l’avvocato, l’avvocato parla con l’ufficiale giudiziario, che con evidente sollievo comunica che lo sfratto è rimandato al 10 febbraio.
Anche se tutti sappiamo che entro il 10 febbraio, nessuno sarà in grado di risolvere i guai dei due settantottenni.


[1] Nel testo citato ricorre il nome dello stato che occupa la penisola italiana. Ce ne scusiamo come sempre con i nostri lettori, specie con quanti avessero appena finito di pranzare.
[2] “L’Albergo Popolare è quello che altrove si chiama “Ospizio de’ Poveri Vergognosi” o “de’ Poveri Vecchi” e fin dalla denominazione ricorda un contesto che sta fra Dickens e De Amicis.”
E’ un luogo dove ti fanno stare in brande in una stanzetta condivisa per due o tre settimane (non mi ricordo i tempi esatti) che possono o no venire rinnovati: ho un amico – un brillante artigiano napoletano caduto in disgrazia per una storia di debiti – che quando scadevano le tre settimane, andava poi a dormire sui treni in sosta alla stazione, sfuggendo sia ai poliziotti che ai balordi.
Alle nove di mattina, tutti fuori, che splenda il sole o ci sia il temporale, rientro alle sette di sera.
Ovviamente, l’Albergo Popolare ha tutta una propria fauna, che ci si è adeguata, grazie in genere ad abbondanti dosi di alcol, e la cui filosofia di vita si riassume nel discorso di uno degli “ospiti”, che diceva che preferiva stare in carcere, perché in carcere si possono vedere tutte le partite su Sky.
Nel frattempo, ogni sera qualcuno viene derubato, per cui a chi va a finire all’Albergo Popolare, regalo quando posso un marsupio, da tenere attaccato alla cintura e sotto il maglione quando dorme la notte.
Gli italiani accusano immediatamente i marocchini, motivo per cui all’Albergo Popolare, la simpatia per Salvini è alle stelle; e i marocchini s’incavolano, perché sanno benissimo chi è che ruba, e non sono loro.
Questo è il mondo che il Comune offre al nostro artigiano pensionato con i suoi 600 euro.
Alla carica, harabinieri! (Miguel Martinez, ibid.)

mercoledì 20 gennaio 2016

Parlano i vertici di Hezbollah: "Appena sistemati questi piccoli fastidi in Siria torneremo ad occuparci di Nello Rega".


Può succedere di convivere con qualcuno. Nello Rega ha convissuto addirittura con l'Islam tutto intero e lo ha raccontato in Diversi e Divisi, diario di una convivenza con l'Islam che da anni va presentando in giro per le sale comunali  non sempre con l'auspicato successo.
I maligni sostengono che se l'Islam lo ha piantato deve esserci il suo motivo, e che per averne un'idea basti dare un'occhiata alla sua foto.
Noi non siamo così drastici e siamo sempre disponibilissimi al confronto. Quando nel 2011 Nello Rega ha annunciato che Hezbollah gli aveva dichiarato guerra abbiamo iniziato a seguire con attenzione le vicende belliche, tenendone informati per mesi e mesi i nostri lettori con bollettini puntuali, redatti grazie alla rete di informatori di cui disponiamo tra Acerenza, Maratea e Montalbano Jonico.
In guerra, si sa, occorre anche saper aspettare: i combattenti di prima linea non sempre sono al corrente di avvenimenti destinati ad influire in maniera radicale sulle sorti del conflitto.
Ci sono voluti quattro anni, ma adesso è arrivata anche, probabilmente una volta per tutte, la sentenza del potere giudiziario: simulatore protocollato e rompicollo meritevole di due diffide, Nello Rega non ha diritto ad alcuna scorta armata.
Già che c'erano gli hanno recapitato anche il conto da pagare.
Quello delle spese processuali, per ora.
Hassan Nasrallah è stato immediatamente informato dell'accaduto: in una riunione strategica di imminente convocazione i vertici di Hezbollah prenderanno senza dubbio alcuno decisioni irrevocabili sul proseguimento delle ostilità.

lunedì 18 gennaio 2016

Aron Lund - I dieci avvenimenti più importanti del 2015 in Siria



Traduzione da Syria Comment.

Ho scritto per Syria Comment lo scorso anno, passando in rassegna gli accadimenti più importanti del 2014 e facendo previsioni per il 2015. Ecco dunque un altro scritto, in verità piuttosto lungo. La redazione è stata portata avanti nel corso di alcune settimane ed è stata chiusa soltanto adesso, ad anno concluso.
Ho dovuto vedermela con la tendenza che ha portato anche gli scritti in materia di politica internazionale a ridursi ad una sorta di cicaleccio, quindi ho deciso di concentrarmi sui 10 eventi più importanti, e di elencare poche fonti utili, peraltro riportanti molte opinioni speculative. Gli eventi sono esposti in ordine crescente di influenza, partendo dal numero 10 per arrivare al più importante di tutti. Buona lettura.


10. La morte di Zahran Alloush

Nell'ottobre del 2013 lo stimato autore di Syria Comment, il professor Joshua Landis, ha pubblicato la lista dei cinque più importanti capi delle formazioni ribelli del paese, fatta eccezione per al Qaeda, lo Stato Islamico e lo YPG curdo. I nomi erano questi.
- Hassan Abboud di Ahrar al Sham
- Zahran Allous dell'Esercito dell'Islam
- Ahmed Eissa al Sheikh di Suqour al Sham
- Abdelqader Saleh delle Brigate Tawhid
- Bashar al Zoubi delle Brigate Yarmouk
Di questi cinque, in due sono ancora vivi ma sono stati tutti degradati a posizioni di secondo piano. Nel marzo 2015 Ahmed Eissa ha fuso il proprio gruppo con Ahrar al Sham, e nel nuovo assetto si è trovato a coprire una posizione meno prestigiosa. Ad ottobre Bashar al Zoubi, il massimo calibro del "Libero" Esercito Siriano è stato mandato a dirigere l'ufficio politico dell'Esercito dello Yarmuk -come viene chiamato adesso- e sostituito nel ruolo di comandante generale da Abu Kinan al Sharif.
Gli altri tre sono morti. Abdelqader Saleh è stato colpito da un missile ad Aleppo nel novembre del 2013. Poco dopo le sue forti Brigate Tawhid hanno iniziato a sgretolarsi. La maggior parte dei loro reparti adesso sono dispersi in due formazioni rivali ma che combattono dalla stessa parte, chiamate il Fronte del Levante e le Prime Formazioni, entrambe attive ad Aleppo. Hassan Abboud è stato ucciso insieme ad altri comandanti di Ahrar al Sham a settembre del 2014, nel corso di un bombardamento o di un altro episodio del genere. Zahran Alloush è incorso nel medesimo destino il giorno di Natale del 2015, quando un missile ha colpito l'edificio di Ghouta Est dove stava partecipando ad un incontro con altri capi ribelli della stessa zona.
Zahran Alloush è morto pochi giorni fa, quindi non possiamo valutare la portata dell'avvenimento. Certo Alloush era uno dei più noti comandanti ribelli del paese, quello che più di ogni alto avrebbe potuto comandare a Damasco in caso Assad fosse caduto, uno dei rari centralizzatori competenti (perché privo di scrupoli) del panorama insurrezionale, un alleato fedele del governo saudita, nonché il più potente tra i capi di orientamento islamico intenzionato ad intraprendere trattative di pace sotto l'egida dell'ONU. Queste cinque caratteristiche sembravano assicurargli un ruolo importante nel futuro della Siria, ma adesso Alloush è morto. La sua formazione pareva costruita a misura della sua persona, quindi molti temono (o sperano) adesso che inizierà a sgretolarsi come successo ad Aleppo con le Brigate Tawhid di Saleh. Staremo a vedere. Se i ribelli iniziano a perdere posizioni ad est di Damasco, Assad ne trarrà enorme giovamento.


9. Il fallimento dell'offensiva sul fronte sud

Nell'estate del 2015 la variegata coalizione di formazioni ribelli nota come Fronte Sud del "Libero" Esercito Siriano si preparava a raccogliere i frutti di un anno intero di lenti ma consistenti progressi, nel corso del quale aveva strappato ad Assad il controllo di Sheikh Miskin e di altre cittadine. Il Fronte Sud ha accerchiato Daraa, capitale provinciale, in vista dell'offensiva finale chiamata Tempesta Meridionale. La città sembrava davvero sul punto di cadere. Dopo Idlib, Jisr al Shughur, Aryha, Palmira e Sukhna, la caduta di Daraa doveva costituire un ulteriore chiodo per la bara di Assad oltre ad una prova di forza per le formazioni del "Libero" Esercito Siriano -appoggiato dagli occidentali- dislocate nel sud del paese, destinata a riguadagnar loro i consensi intercettati dai rivali di orientamento islamico.
Su quello che è successo dopo si sentono dire varie cose, fatto sta che Tempesta Meridionale è stata un fiasco. Le linee delle forze governative sono state appena intaccate, gli Allah aqbar sono diventati un mormorio confuso, e i comandanti sono stati richiamati in Giordania. Sei mesi dopo, con l'appoggio aereo dei russi, Assad ha dato il via ad un'offensiva destinata a riprendere il controllo di Sheikh Miskin nella speranza di allentare finalmente la presa dei ribelli su Daraa. Al momento in cui scriviamo gli eventi sono ancora in corso.
Cosa è successo? Non lo so con esattezza. Probabilmente sono successe molte cose. Sembra che l'operazione abbia proceduto malamente, con le forze sul terreno che perseguivano obiettivi con cui i finanziatori e comandanti stranieri, nel centro per le operazioni militari in Giordania, non erano d'accordo. Si è sentito parlare di stati sovrani che chiudevano i cordoni della borsa, di ribelli che passavano ad Assad o si dirigevano in Europa, di armi vendute agli jihadisti, di gruppi che si dividevano a causa di oscuri intrighi interni. E' possibile che alcune di queste dicerie siano false, ma di fatto l'offensiva è fallita e da allora i ribelli non hanno compiuto ulteriori progressi.
Certo, sembra strano piazzare la fallita cattura di una città al nono posto tra gli eventi più significativi dello scorso anno in Siria. Non è nemmeno una storia del tipo "cane morde uomo": è una storia del tipo "cane non morde uomo". Il fatto è che il fallimento a Daraa pare sia stato una doccia fredda per le speranze che l'Occidente e i paesi arabi riponevano nel Fronte Sud del "Libero" Esercito Siriano, che fino ad allora era stato ritratto come un modello per il resto del panorama insurrezionale siriano. E' probabile che gli eventi dell'estate del 2015 possano finire per rappresentare un punto di svolta per la guerra a sud, a meno che le formazioni ribelli non riescano a riorganizzarsi, ad unirsi e a riprendere l'offensiva.


8. Operazione Casino Assoluto

In accordo con le tradizioni locali, i principi dell'Arabia Saudita possono sposarsi con quattro crisi regionali per volta. All'inizio del 2015 guardavano imbronciati la Siria, erano esasperati dall'Egitto, li metteva in agitazione una Libia infedele e li aveva mandati fuori dai gangheri una Baghdad bisbetica. A quel punto gli ha attraversato la strada lo Yemen: un bel calderone raffazzonato e ribollente di fazioni armate, di istituzioni al collasso, di povertà a livelli africani, di jihadisti di ogni specie immaginabile, in preda all'interferenza aggressiva di governi stranieri in lotta tra loro.
E' stato amore a prima vista.
Poi, l'intervento militare nello Yemen guidato dai suditi e iniziato nel marzo 2015 è ovviamente diventato lo spaventoso ed autolesionistico disastro che chiunque non fosse membro della famiglia reale saudita aveva a suo tempo predetto.
Per farl abreve, i sauditi sono ancora nello Yemen. All'orizzonte non si vede la vittoria, e nemmeno la maniera di uscirne salvando la faccia. Questo significa che alla Siria possono dedicare molto meno tempo e molte meno risorse rispetto ad un anno fa. Sono più esposti alle punzecchiature degli iraniani e sono più dipendenti dai loro alleati nel Golfo e in Occidente, molti dei quali non condividono le loro idee sul come vedersela con Bashar al Assad. Invece di poter utilizzare il proprio intervento nello Yemen come un punto di appoggio contro l'Iran e contro Assad in Siria, i sauditi adesso rischiano che qualcun altro lo possa utilizzare come punto di appoggio contro di loro.
Grazie alla sicumera e all'incompetenza della famiglia reale saudita è dunque possibile che i ribelli siriani siano quelli che più hanno da perdere dalla guerra nello Yemen.


7. L'Europa impacciata ed uno spiraglio per Assad

Sono state molte le cause che hanno spinto verso l'Unione Europea così tanti profughi, dalla Siria e da altri paesi. Uno degli effetti, invece, è stato l'aver ridefinito la lista delle priorità della UE in Medio Oriente. I suoi primi tre punti sono ora i seguenti: stabilità, stabilità e stabilità. Al quarto punto la lotta al terrorismo, al quinto la crescita dell'economia, seguito da qualche altro dello stesso tipo. Nella lista c'è anche la promozione della democrazia, giusto dopo il "riparare il naso della Sfinge".
Nel corso dewl 2015 abbiamo assistito anche ad un lento ma continuo stillicidio di allarmi, e a qualche occasionale massacro, compresi due di vaste proporzioni a Parigi in gennaio e a novembre. Ovviamente non è colpa dei profughi, ma molti europei collegabno comunque gli episodi alla situazione in Siria, compresi alcuni tra i protagonisti degli attacchi fra cui il coglione che a dicembre si è messo ad accoltellare gente a caso nella metro londinese.
Cose del genere rientrano nelle pulsioni più oscure dell'Occidente. La reazione davanti al fenomeno dell'immigrazione, i mutamenti sociali dolorosi e il continuo pungolìo sul terrorismo possono anche rappresentare fenomeni irrazionali, e infatti sono soprattutto questo, ma hanno un peso reale e consentono di ottenere suffragi autentici. I professionisti della politica possono anche raccomandare un miscuglio di strategie pazienti, di caute riforme e di retorica sfumata, ma i populisti di destra i professionisti della politica se li mangiano per colazione.
I movimenti islamofobi di estrema destra stavano già crescendo in tutta Europa per motivi che hanno più che altro a che vedere con i malesseri interni a quel continente, ma la crisi dei profughi e gli attacchi terroristici sono stati una manna. Alcune di queste formazioni non si accontentano di odiare e di temere i ribelli siriani per il loro carattere islamico, ma hanno anche adottato posizioni filo Assad. Inoltre in Europa sia la destra che la sinistra più estremiste guardano con sempre maggior favore alla Russia di Putin; alcuni di questi movimenti sono anche finanziati dal Cremlino. Partiti del genere non hanno più un ruolo minoritario: entreranno presto in compagini di governo, o saranno tanto vicini alle forze governative da influenzarne le politiche. A questo si aggiunga il fatto che il vecchio conservatorismo nazionalista e autoritario ha cominciato a tornare a galla in Europa Orientale, in Ungheria, in Polonia e in altri posti, e che paesi come la Repubblica Ceca e l'Ungheria già rappresentano al meglio le istanze del partito Ba'ath nell'Unione Europea. Ecco il nucleo di un fronte favorevole ad Assad in via di lento consolidamento.
Di sicuro, ci sono anche molti politici europei che stanno riconsiderando il proprio atteggiamento verso la Siria per motivi che non hanno nulla di razzista o di paranoico. Il più comune tra essi è probabilmente una diffusa e profonda perdita di fiducia nei confronti dell'opposizione siriana, intesa non come mera alternativa ad Assad ma anche come strumento per esercitare pressione su Assad e per arrivare ad una composizione del conflitto. Ci sono poi altri che non hanno mai contemplato il rovesciamento di Assad nella loro agenda politica, anche se magari pensano che sia un furfante.
Il fatto è che queste tendenze si rafforzano a vicenda: agli occhi del governo siriano è qualcosa che somiglia molto ad una rivalsa. Nel 2011 Bashar al Assad aveva fatto una scommessa: innanzitutto, che l'Occidente si sarebbe un giorno pentito del proprio idillio con le rivoluzioni mediorientali e si sarebbe nuovamente rivolto alla familiare sicurezza rappresentata dall'autoritarismo laico; in secondo luogo che, quando si sarebbe giunti a tanto, il suo governo sarebbe stato ancora in piedi.
Le cose si sono messe in questo modo, ma se il governo di Assad sia o meno ancora in piedi in quanto tale è cosa che resta da definire. Il presidente siriano si è mostrato per ora poco abile nello sfruttare aperture politiche come quelle in atto. Agli occhi di molti politici europei Assad rappresenta il male minore, ma rappresenta anche un male spettacolosamente incompetente, e il suo governo troppo frammentato, troppo povero, troppo polarizzato, troppo settario, troppo inflessibile e troppo inaffidabile per poterci avere a che fare; come se fosse più una carta già giocata che un'ultima opzione alla meno peggio. La diplomazia di Assad può essere molto più elegante, ma in fin dei conti non è molto più costruttiva di quella di Gheddafi che, come si ricorderà, continuò a rifiutare qualsiasi compromesso e qualunque concessione, anche puramente tattica, fino al punto che Gheddafi finì picchiato a morte da islamisti urlanti, in un paese ormai frammentato al punto che sarà difficile possa mai riprendersi. 
Poi, per quanto riguarda Assad c'è la questione della sua sopravvivenza nel lungo periodo. Anche prima del 2011 nessuo poteva esseer sicuro che il governo baathista sarebbe rimasto integro senza un Assad al timone. In una guerra come quella in corso devono esserci decine di assassini che cercano ad ogni istante di strisciare verso il palazzo presidenziale, e per quel che ne sappiamo uno di loro potrebbe anche avere fortuna, nel 2016, nel 2017 o anche domani stesso. E che dire della sua salute? A settembre il presidente siriano ha compiuto cinquant'anni: non è l'età di un capo di stato arabo e Assad nelle interviste appare in ottima forma. Solo che se i servizi di informazione occidentali conoscono il loro mestiere, sapranno anche che suo padre Hafez fu colpito da un grave ictus o da un infarto a cinquantatré anni e che poco mancò che questo non lo cacciasse dal potere. Chissà che non sia una cosa di famiglia.
A questo punto comunque sempre più responsabili della politica europea sono così stanchi della Siria e dei suoi problemi che sperano davvero Assad sia l'autocrate allegro e pieno di salute che sembra essere. Tirerebbero un sospiro di sollievo se vedessero il padrone della Siria riemergere in forze, schiacciare la minaccia jihadista e fermare il fusso dei profughi con qualsiasi sistema, sempre che non tocchi poi a loro stringergli sotto i riflettori la mano sporca di sangue e a a condizione che gli consegni i rimasugli di una macchina statale pressappoco funzionante con cui avere contatti, in un qualche momento non meglio definito del futuro. 
Assad non diventerà certo presto uno dei migliori amici dell'Unione Europea, ma anche un relativo riavvicinamento potrebbe bastagli nel caso la politica occidentale nei confronti della Siria dovesse mostare qualche crepa rilevante. In questo caso, gli si apre un'opportunità su cui un anno fa non avrebbe potuto contare. Se il presidente siriano riesce a fare a meno di certi comportamenti negativi e inizia a ragionare in termini politicamente pragmatici anziché rifarsi agli slogan baathisti e presenta piani di stabilizzazione un po' più articolati rispetto all'ammazzare chiunque gli parli dietro le spalle, il 2016 potrebbe essere l'anno in cui inizia la rottura dell'isolamento internazionale. In caso contrario è probabile gli toccherà rimanere nel congelatore per almeno un altro anno e dal momento che il suo governo giorno per giorno continua a indebolirsi, a contare su mezzucci e a diventare sempre meno degno di uno stato sovrano sarà difficile gli venga concessa un'altra possibilità. 
Merita considerare tutto questo perché potrebbe cambiare le carte in tavola, ma non è il caso di entusiasmarsi troppo. Visto come il governo degli Assad si è comportato per gli ultimi cinquant'anni, ci vorrà ancora un bel po' di tempo perché l'uomo forte del paese intraprenda una politica di trasformazione e ricorra ad una diplomazia convincente.


6. La conferenza di Vienna, il GSIS e Ginevra III

Non è stata certo la novità più importante, ma quella sulla creazione del Gruppo di Sostegno Internazionale per la Siria (GSIS, da non confondere con ISIL o ISIS) decisa il 14 novembre è stata senz'altro la notizia migliore dell'anno.
In effetti un gruppo di discussione formato da nazioni interessate e da organismi internazionali non basterà a porre fine alla guerra, ma vuol dire che per lo meno i termini del dibattito sono stati inquadrati per il meglio. Per molto tempo si è rimandato il riconoscimento della portata internazionale del conflitto e di affrontare costruttivamente il fatto che esso è, almeno in parte, una guerra per interposti contendenti. Per come esso è oggi, il GSIS potrebbe essere troppo grande e poco pratico per lavorare efficacemente perché gli attori centrali (USA, Russia, Iran, Arabia Saudita...) sembra debbano sempre tenere degli incontri preparatori prima di riunirsi come GSIS. Ma se è così che si deve fare per costringere a mettersi a un tavolino e a ragionare come persone adulte gli adolescenti urlanti ed imbronciati che comandano a Tehran, ad Ankara e a Riyadh, ben venga.
E' una buona cosa il fatto che la costituzione di questo GSIS abbia per la prima volta riconosciuto l'Iran come formale parte in causa nei colloqui siriani, qualunque cosa possano pensarne i ribelli siriani e i loro finanziatori sauditi. L'Iran è un protagonista della contesa, sia sul terreno che nelle sedi diplomatiche: non è che si possono cambiare le cose facendo finta che non sia così, anche se in molti ci hanno provato. Certo, ora c'è da aspettare che l'Iran arrivi alle stesse conclusioni per quanto riguarda i ribelli siriani, invece che insistere bambinescamente sul fatto che Assad va lasciato negoziare con oppositori scelti da lui stesso.
Dopo le riunioni a Vienna e a New York, il GSIS ha conferito potere all'inviato dell'ONU Staffan de Mistura di indire un'altra serie di colloqui tra siriani e siriani, al momento prevista per il 25 gennaio a Ginevra. In molti hanno già specificato che è improbabile che queste consultazioni risolvano i problemi in Siria. L'obiettivo del GSIS di un processo di transizione a mezzo di libere e democratiche elezioni da tenersi entro il 2017 denota ha il realismo di un cartone animato.
Che fare, allora? Molti mezzibusti hanno reagito alla dichiarazione di Vienna e al processo di pace di Ginevra limitandosi a ridicolizzarli e a ribadire le loro preferenze. Questo non aiuta. Che i colloqui non riusciranno a raggiungere gli oltremodo ambiziosi traguardi prefissi è certo, ma è bene cominciare a darsi da fare tenendo presente questo dato di fatto anziché deriderlo.
I contendenti che prendono parte alla guerra in Siria dovrebbero prepararsi ad un fallimento ancora più che per un successo. Dovrebbero aver già coinciato a prepararsi per un quadro post Ginevra che imponga loro di assicurarsi, consolidare e rafforzare ogni minimo progresso raggiunto nei colloqui.
Sembra incredibile che si potrà raggiungere un cessate il fuoco per giugno, ma con un po' di fortuna si potrebbe arrivare ad una diminuzione degli scontri. Se saranno animati da intenzioni serie i negoziatori siriani potrebbero anche arrivare ad un qualche accordo significativo su questioni di portata più limitata e meno soggette a controversia.
Potrebbero anche decidere di continuare a dialogare. SOno in molti oggi a guardare con favore ad una qualche soluzione politica, e dei negoziati privi di successo potrebbero dare il via ad una escalation militare; sarebbe utile evitare un blocco completo che saprebbe tanto di fallimento. Se a Ginevra la faccenda prendesse una brutta piega, la si potrebbe tirare in lungo, rinviare, rimandae, e i negoziatori di entrambe le parti potrebbero rimettersi a sistemare le loro cose per un paio di mesi invece di mollare tutto definitivamente. Cambiare il processo di Ginevra in una piattaforma di negoziazione semipermanente in cui si colloquia e si combatte al tempo stesso permetterebbe di trasferire qualcuna delle istanze dei combattenti all'interno di un percorso politico. Sarebbe una buona cosa, sia per sperare di arrivare prima o poi ad un punto di svolta, sia per tenere la crisi sotto controllo giorno dopo giorno.
Più che altro gli attori internazionali dovrebbero assicurare la sopravvivenza della struttura del GSIS o di qualcosa di analogo, nel caso Ginevra si riveli un buco nell'acqua. Anche se la guerra continuasse e peggiorasse, sarà comunque utile un gruppo di contatto internazionale che facilitasse le comunicazioni e la soluzione delle questioni di parte; è uno struento che resta necessario per qualsiasi futuro tentativo di composizione del conflitto.


5. Il Donald

Le politiche statunitensi sono parte fondamentale di quelle siriane; raramente si verifica l'inverso.
Oggi come oggi sembra molto probabile che Donald Trump vincerà le primarie repubblicane, o competerà come indipendente e dividerà a spregio i voti dei repubblicani. In questo caso Hillary Clinton diventerà quasi certamente presidente degli Stati Uniti, e questo la metterà in condizione di dire l'ultima parola sulle politiche statunitensi in Siria, partendo da gennaio 2017 fino al 2020 o anche al 2024.
Ovviamente non c'è nulla di sicuro: un qualche scandalo fuori dal normale potrebbe cacciarla dalla corsa, Trump potrebbe perdere consensi o essere fatto fuori dopo aver perso le primarie. Staremo a vedere ma ora come ora è giudizioso scommettere sulla Clinton.
Per quanto è dato concludere in base al comportamento tenuto dalla Clinton in qualità di Segretario di Stato sotto Obama nel corso dei primi tre anni di guerra in Siria, è probabile che una sua presidenza sarà caratterizzato da un approccio più aggressivo nei confronti di Assad. La Clinton ad esempio continua a dirsi favorevole ad una zona a divieto di sorvolo per mettere a terra l'aviazione siriana; se la cosa sia concretamente fattibile è un altro paio di maniche con tutti gli aerei russi e tutti i sistemi di difesa aerea che ci sono in giro, per cui non è detto che le affermazioni fatte in campagna elettorale si tradurranno per forza in politiche concrete. Un atteggiamento più interventista in Siria potrebbe essere decisivo per il corso degli eventi bellici, nel bene, nel male o in tutti e due.
Il fatto che sia molto probabile che la Clinton diventi presidente significa anche che possiamo pensare di escludere quella specie di rottura radicale della linea politica ameriKKKana in Siria che sarebbe potuta seguire ad una restaurazione repubblicana. Alcuni dei candidati repubblicani sono ancor più contrari ad Assad di quanto lo sia la Clinton, e non hanno alcun interesse a conservare alcunché della linea Obama. Altri invece sembrano l'esatto opposto: sono più o meno favorevoli ad Assad e irriducibilmente contrari ai ribelli, per intercettare il voto degli islamofobi o in nome di principi isolazionistici. Solo che con Donald Trump alla ribalta sembra che simili punti di vista verranno confinati all'opposizione.


4. L'accordo iraniano

Gli effetti dell'accordo sul nucleare iraniano stipulato tra aprile e giugno 2015 stanno manifestandosi soltanto adesso e con molta gradualità. A meno che l'accordo non venga affossato dall'operare congiunto dei falchi statunitensi, iraniani, sionisti e sauditi, potrà cambiare il volto del Medio Oriente.
Lìaccordo ed il disgelo tra Iran e Stati Uniti hanno indebolito l'isolamento di Tehran. Dopo esser stato tenuto per quattro anni fuori dalle questioni diplomatiche siriane (ma non certo fuori dalla Siria) l'Iran è stato invitato al processo di negoziazione che l'ONU ha intrapreso tramite il GSIS. Anche gli Stati Uniti hanno incominciato a considerare l'Iran una potenza regionale da coinvolgere, con freddezza ma in modo costruttivo, nonostante sia un terreno ancora poco noto a tutti.
Intanto, frotte di imprese europee sono a Tehran per accaparrarsi una fetta della torta rappresentata dalla fine delle sanzioni. Prevedendo contratti miliardari e in gara per battere concorrenti russi, cinesi, ameriKKKani ed arabi, i governi dell'Unione Europea inizieranno presto ad ascoltare con molta attenzione quello che i diplomatici iraniani hanno da dire. Gli ayatollah ci guadagneranno in soft power.
Non è chiaro il motivo per cui la Russia sia stata spesso considerata un terzo incomodo nei colloqui sul nucleare; anche i russi, comunque, osservano quanto sta accadendo con moltissima attenzione. Dopo la sigla el patto sul n ucleare, Putin ha iniziato a trasformare una relazione complicata ma amichevole in un'alleanza vera e propria, considerando che l'Iran, con il suo insieme di petrolio, gas, forze armate considerevoli e scarsi legami con l'Occidente sarebbe un pefetto alleato regionale. I mass media statali russi hanno appena comunicato che Mosca inizierà il mese prossimo a spedire in Iran i potenti sistemi di difesa aerea S300.
Tutte ottime notizie per Bashar al Assad, certamente, anche se non è ancora chiaro se il suo governo riuscirà a reggersi il tempo sufficiente a trarre il massimo vantaggio dalla crescente influenza iraniana.


3. Il perdurante degrado strutturale del governo siriano

Nella primavera e nell'estate del 2015 Assad ha subìto degli autentici rovesci. Dopo un buon 2014 l'esercito siriano ha inziato a mostrare segni di cedimento sul finire dell'anno e la sua offensiva su Aleppo si è esaurita dopo un ultimo urrà nella primavera del 2015. I ribelli hanno goduto di un crescente sostegno: il governo di Assad ha iniziato a mostrare fondamenta indebolite.
In modo del tutto ovvio, Assad ha persoo molti territori nei primi sei mesi del 2015. A marzo una coalizione di ribelli di orientamento islamico ha preso Idlib a nord e Bosra a sud. Ad aprile è caduta Jisr al Shughur, seguita dal punto di confine di Nassib verso la Giordania. A Maggio è caduta Ariha, nel distretto di Idlib, ed altre formazioni ribelli hanno iniziato a fare pressione sulla piana di Ghab. Ad oriente lo Stato Islamico ha preso Sokhna e Palmira. A giugno i ribelli a sud hanno preso una base nota come Brigata 52 nello Hauran, e poi hanno iniziato la preparazione dell'offensiva contro la capitale provinciale Daraa, che si rivelerà un fallimento. Sempre a giugno, le forze di Assad sono state prese a bastonate dallo Stato Islamico ad al Hasakah e sono riuscite a reggere solo grazie ad un precario accordo con i curdi, accordo che è diventato sempre più simile ad una dipendenza. A luglio Assad era sotto grave pressione ed in un discorso ha dichiarato che l'esercito avrebbe dovuto concentrarsi nell'opera di presidio delle zone più strategiche del paese, anche se non avrebbe cessato di impegnarsi per la vittoria totale.
Dopo allora le offensive dei ribelli e dello Stato Islamico sono state per lo più respinte, grazie all'accresciuto sostegno russo ed iraniano, e non sono mai arrivate a minacciare in modo serio il governo in carica. Mentre scriviamo Assad non è ancora riuscito a riconquistare alcuno dei centri perduti nei primi sei mesi del 2015. Il fronte di Hama a nord, in particolare, continua ad essere fonte di grattacapi per il suo esecutivo.
Nel corso del 2015 Assad si è indebolito anche sotto altri punti di vista, di quelli che non possono essere rappresentati su una cartina. Oltre che sull'apparato militare, il suo potere si basava sul controllo della macchina statale e su quello di una miriade di istituzioni su cui fa conto ogni famiglia siriana: tribunali, polizia, servizi pubblici, imprese statali, banche, e tutto un sistema di prezzi calmierati per alimenti e combustibili. Questo non significa che chi vive grazie al governo ne stimi il presidente, ma ha consentito ad Assad di cooptare, controllare e mobilitare milioni di cittadini siriani in una maniera che gli insorti non si possono permettere. Controllare il governo permette ad Assad anche di profondersi in promesse a proposito del perdurare del controllo centrale, del ripristino delle istituzioni nelle province e del coordinamento nella ricostruzione: una sorta di piano di massima per il dopoguerra in Siria.
Di contro i suoi avversari possono mostrarsi abili nella distruzione delle istituzioni esistenti, ma a tutt'oggi non si sono mostrati in grado di costruirne di nuove in grado di estendere il loro controllo al di là dei confini di qualche cittadina. Questa debolezza è uno dei principali punti di forza di Assad. 
Lo Stato Islamico e i curdi del PKK fanno in parte eccezione a questa regola, perché sono sicuramente in grado di organizzare una qualche rudimentale forma di governo dopo aver distrutto, cacciato o sottomesso le élite locali connesse al governo centrale. Per una quantità di ragioni però non sono in grado di realizzare alternative credibili allo stato centrale esistente. La situazione, nelle regioni sunnite ribelli che rimangono, è molto grama. Dopo quasi cinque anni esiste una manciata di milizie che esercitano la loro attività in più di una provincia, almeno tre reti regionali di tribunali che osservano la legge sacra (la Commissione per la Sharia di Ahrar al Sham e degli altri e il Dar al Qada del Fronte an Nusra a nord, la più solida rete delv Dar al Adl a sud) un mucchio di piccoli consigli locali legati all'opposizione in esilio ed una rete di servizi assistenziali finanziati dall'estero che operano dalla Turchia e dalla Giordania, ma non molto altro di più.
Quando Idlib è caduta nelle mani degli insorti all'inizio del 2015 si trattava della seconda capitale provinciale a sfuggire al controllo di Assad, dopo Raqqa. Idlib doveva diventare un esempio di quello che l'amministrazione degli insorti poteva fare. E cosa è successo? La città si trovava in condizioni svantaggiate a causa della guerra, dei bombardamenti di rappresaglia da parte di Assad e via così. Sembra che un certo numero di impiegati pubblici sia rimasto al proprio posto ed abbia continuato a svolgere il proprio lavoro, ma sono venuti a mancare sia gli stipendi che la corrente elettrica. QUesto vuol dire che acquedotti e scuole sono diventati inutilizzabili. Le formazioni ribelli hanno fatto quello che hanno potuto per organizzare di nuovo la vita civile ed hanno messo in piedi un consiglio unitario che ha mandato avanti l'amministrazione cittadina avvalendosi di una sorta di miscuglio tra regolamenti già in vigore e legge sacra. Idlib è controllata da Jaish al Fateh, una coalizione in cui al Qaeda ha un ruolo preminente. Nonostante questo, governi stranieri hanno messo insieme una colletta per donare il cibo e i materiali sanitari che servivano ad evitare il disastro umanitario. Eppure, anche sotto una relativamente ben organizzata, solidamente fondata e localmente radicata coalizione come Jaish al Fateh i fondamenti di un nuovo ordine politico continuano a mancare. Dopo otto mesi di insicurezza, di crimine, di uomini armati che imperversavano per le strade i nuovi governanti devono ancora organizzare una forza di polizia credibile. Qualunque cosa possa dire l'opposizione, fallimenti come questo non sono soltanto il risultato dei bombardamenti a tappeto di Assad.
La manifesta incompetenza dei ribelli nelle cose di governo, insieme agli spietati attacchi aerei sui territori non controllati dal governo centrale, sono le cose che permettono ad Assad di costringere la maggior parte della popolazione a vivere sotto il suo governo. Il timore di un irreversibile collasso dello stato è d'altro canto quello che ha trattenuto i paesi stranieri da portare sostegno ai ribelli nelle circostanze critiche. In ogni caso questo fondamentale vantaggio per il governo di Assad sta anch'esso venendo meno giorno dopo giorno, assieme alle stesse istituzioni statali. I problemi che ne emergono sono quasi troppi per elencarli tutti.
La mancanza di nuove leve per l'Esercito Arabo Siriano sta diventando un problema serio. Assad ha mobilitato il proprio apparato di sicurezza per agguantare i renitenti alla leva cercandoli a casa e con posti di blocco improvvisati per rimpolpare ranghi che si assottigliano. Il principale effetto di quest'iniziativa pare sia stato il far andare un crescente flusso di dicassette-diciottenni al di là delle frontiere, spesso con le famiglie al seguito. Che simpatizzino col governo  o che simpatizzino con i ribelli non è importante. In una Siria in pace sarebbero partiti mugugnando per i loro diciotto mesi di addestramento. Ma per come stanno oggi le cose, sanno molto bene che non esistono più limiti di tempo al servizio militare: ci si congeda solo con la morte. Risultato, la maggioranza dei siriani non ha alcuna intenzione di dare la vita per Assad e la renitenza alla leva oggi è pervasiva. Le tensioni sono cresciute al punto che nella regione meridionale a maggioranza drusa di Sweida il governo ha a quanto sembra deciso di non bandire la leva del 2015 per l'Esercito Arabo Siriano, nel timore di provocare una sommossa locale. I drusi possono invece aggregarsi ad una milizia territoriale, con il sottinteso che non verranno mandati a morire in posti lontani come Hasakah o Latakia. Sembra che qualche accordo del genere sia stato messo in pratica anche ad Aleppo, e che sia in corso di applicazione anche in altre regioni.
Sulla linea del fronte, i combattenti sciiti stranieri stanno assumendo un ruolo sempre più importante. Sembra che molto del successo conseguito nell'offensiva a sud di Aleppo si debba a loro. L'Iran sta galvanizzando i combattenti iracheni e libanese con incentivi sia religiosi che economici, ma non sembra che i gruppi da esso finanziati -Hezbollah, il Badr, Asaeb al Haqq ed altri- siano in grado di mobilitare combattenti a sufficienza. Secondo certi resconti le autorità iraniane si sono risolte a fare pressioni sui giovani profughi sciiti hazara affinché partano per la Siria, minacciando altrimenti di rispedire le loro famiglie in Afghanistan. 
La Russia si è mossa in maniera anche più decisa ed ha mandato la propria forza aerea e ingenti quantitativi di materiale bellico per tenere Assad a galla.
Dando fondo a tutto questo, il presidente siriano ed i suoi alleati hanno fatto in modo da fornire all'esercito gli uomini necessari a rimediare in qualche modo, dal punto di vista strategico, ai primi difficili mesi del 2015. L'esecito adesso sembra nuovamente in grado di tenere le posizioni. Anche se l'apparato antiinsurrezionale del governo è tornato pienamente operativo, è comunque l'equivalente logistico-militare di aggiustare il motore della propria macchina con il chewing gum e le preghiere.
L'Esercito Arabo Siriano resta la forza armata singola più potente del paese, ma sembra si sia rattrappito fino allo scheletrico. Restano in servizio molte unità di élite e di specialisti, ma gli ufficiali hanno molti meno soldati regolari sotto il loro comando, e stanno reclutando in modo fortunoso in mezzo al sottobosco locale per mettere una pezza ai ranghi dei loro settori. Un considerevole numero di milizie più o meno locali è stato messo in piedi da figure della società civile favorevoli ad Assad: uomini d'affari, ras del quartiere e leader tribali; l'Iran ha aiutato Assad ad organizzare decine di migliaia di combattenti sotto l'ombrello delle Forze di Difesa Nazionale. Molte delle forz edi terra sono state così sostituite da irregolari locali, anche se a sovrintendere alla loro azione e a riferirne a Damasco sono sempre ufficiali dell'esercito e funzionari dei servizi.
La Forza Tigre del generale di brigata Soheil al Hassan è un esempio di quello che è oggi l'Esercito Arabo Siriano. "La tigre" è il soprannome del comandante e da esso ha preso nome la formazione che è una delle unità di élite governative più celebri. La Forza Tigre fa la spola su e giù per le zone settentrionali del paese, a ingaggiare scontri a fuoco e a sbloccare le situazioni di stallo. La Forza Tigre viene presentata dai mass media governativi come un esempio delle forze regolari dell'Esercito Arabo Siriano, ma di fatto Hassan è un ufficiale dell'aeronautica che si sarebbe trovato a militare nei servizi d'informazione dell'arma all'aeroporto di Hama quando sono iniziate le ostilità. Trovatosi dal 2011 in poi ad avere un ruolo sulla linea del fronte, non sembra che controlli effettivi molto ampi e che si avvalga invece di truppe locali e di un più piccolo entourage di individui a lui fedeli e dal retroterra disparato. Anche adesso che è di stanza suil fronte contro lo Stato Islamico ad Aleppo, egli è circondato da alcune delle milizie locali con cui ha operato a Hama all'inizio della guerra.
Anche il lato civile del governo è in sofferenza. L'economia dello stato ha iniziato a peggiorare sempre più velocemente fin dall'estate del 2014. La sterlina siriana ha iniziato a svalutarsi più velocemente, le riserve di idrocarburi sono scemate e il governo è stato costretto a tagli dolorosi al costoso sistema di sovvenzionamenti che sosteneva i consumi di base. Assad nel 2015 ha anche perso l'accesso alla frontiera giordana e questo ha reso complicati i traffici con l'Iran e con i mercati del Golfo, colpendo i coltivatori ed altre aziende esportatrici. Nella primavera del 2015 l'Iran ha riaperto il credito, e questo ha aiutato a rallentare il peggioramento. Il fatto che Assad abbia dato fondo alle riserve di valuta disponibili e debba affrontare tutta una serie di altri problemi ha fatto continuare la svalutazione della sterlina siriana; la mancanza di carburanti provoca problemi a cascata in tutto il sistema economico, la dissoluzione delle istituzioni peggiora, e si assiste ad un sempre più veloce esodo della classe media da Damasco e dalle altre grandi città.
Di recente ho fatto delle domande ad alcuni esperti sulle condizioni dell'economia siriana. Le loro risposte sono state concordemente intonate al pessimismo. Jihad Yazigi pubblica la newsletter economica The Syrua Report
, considerata autorevole; è giunto alla conclusione che nel 2016 i siriani saranno "più poveri, condurranno una vita più miserabile e continueranno ad emigrare sempre di più". José Ciro Martìnez è un esperto di economia alimentare nei contesti bellici, ed ha notato che il prezzo del pane nelle zone sotto controllo governativo è triplicato. Lo stesso è accaduto nelle zone controllate dallo Stato Islamico. Nelle zone sotto controllo dei ribelli invece i prezzi si sono mantenuti stabiuli, perché governi stranieri inviano trasporti di farina e di altri generi alimentari.      
Per il governo baathista che ancora oggi controlla un'ampia maggioranza del popolo siriano questo fenomeno ha iniziato ad erodere uno dei più importanti vantaggi competitivi di Assad, che è la sua capacità di fornire beni di prima necessità e salari nelle zone che controlla. Questo a sua volta attira i civili dalle zone ribelli bombardate e disastrate e le pone sotto il controllo dello stato, dell'esercito e dell'apparato di sicurezza. Nel corso degli ultimi anni i lavoratori delle organizzazioni umanitarie e i diplomatici che si sono occupati di questo fenomeno hanno iniziato a notare che i profughi interni cominciano ad allontanarsi dalle aree governative che non forniscono più garanzie di potersi occupare di loro, o dove i profughi sono considerati come una quinta colonna potenziale dell'insurrezione sunnita. Nel nord del paese le cose vanno così male che migliaia di persone si sono recate nella Raqqa controllata dallo Stato Islamico, una città in cui comandano psicopatici fondamentalisti e bersagliata da una decina di forze aeree differenti, ma pur sempre più sicura e più vivibile dei posti da cui se ne erano andate.
La decadenza del governo centrale, delle forze armate,v delle istituzioni statali e dell'economia significano più in generale che Assad sta diventando meno credibile per il ruolo di paladino della Siria postbellica, tutta quanta o in parte, anche agli occhi di chi propende a considerarlo per quel ruolo. Per anni il governo siriano ha investito considerevoli risorse per continuare a far funzionare le istituzioni governative di base anche nelle aree che non controllava più, per esempio continuando a pagare gli stipendi degli inmpiegati governativi, degli insegnanti e del personale ospedaliero in alcune delle zone tenute dai ribelli. Di conseguenza molte aree sotto il controllo degli insorti dipendono paradossalmente dai pagamenti regolari e dai servizi istituzionali dello stesso governo contro cui stanno combattendo.
In certi casi sono dei do ut des in cui il governo cerca di sfruttare la propria facoltà di interrompere l'erogazione di certi servizi per ottenere dai ribelli il libero passaggio da un posto di blocco, o per far sì che si tengano lontani da questa o quella cittadina. In altri casi invece si tratta di comuni interessi che passano sopra tutto il resto, come quando governo e ribelli islamici raggiungono accordi per mantenere Damasco e Aleppo fornite di acqua potabile. Si è dato anche il caso di infelici lavoratori statali dell'industria petrolifera spediti a far funzionare centrali termiche sotto la supervisione dello Stato Islamico perché entrambe le parti vogliono mantenere la luce elettrica e sperano di far quattrini l'uno alle spalle dell'altra. 
In molti altri casi tuttavia sembra soltanto che il governo centrale paghi per mantenere in piedi servizi in aree che non controlla. Non si tratta di una misura umanitaria e non è nemmeno mera inerzia burocratica. A volte il governo interrompe l'erogazione di servizi e blocca le consegne di derrate alimentari come forma di punizione collettiva. Pare invece frutto di una scelta strategica, quella di mantenere una presenza istituzionale ridotta all'osso in più regioni possibile. Per lo stato siriano in quanto tale è interesse imprescindibile, e lo stesso vale per Assad che spera di vincere la guerra salvaguardando le basi istituzionali del governo centrale e facendone qualcosa di contingente alla sopravvivenza del suo governo personale.
Per come si sono messe le cose sembra improbabile che il governo centrale sarà in grado di mantenere a tempo indeterminato questi livelli di spesa. Nel momento in cui i vertici governativi si troveranno costretti a fare delle scelte, è fuori di dubbio che daranno la precedenza alle zone rimaste lealiste, o che saranno la corruzione e il clientelismo a sollevarli dall'imbarazzo della scelta. Inoltre molte zone hanno già perso qualsiasi presenza statale e di pubbliche istituzioni funzionanti, che sia per la guerra, per le spoliazioni dei ribelli o per i bombardamenti terroristici dei governativi. Ricostruirle dal nulla sarà anche più costoso che limitarsi a mantenerle in funzione. Se il governo di Assad non disporrà delle risorse o delle competenze istituzionali necessarie alla ricostruzione delle zone riconquistate si troverà in condizione di governare con efficienza non maggiore di quella dei ribelli. Se poi si rivela troppo dipendente da settarismi radicali per permettere il ritorno dei profughi sunniti e di fatto non riesce a funzionare come un vero e proprio stato dotato di istituzioni e come un governo nazionale, il Presidente Assad sarà soltanto un signore della guerra munito di un titolo altisonante.
Per il governo siriano si tratta di una questione di vita o di morte. Se non riesce a tenere sotto controllo questi problemi strutturali nel corso del 2016 è probabile che la Siria debba affrontare un futuro ricco di incognite.


2. L'alleanza curdo-statunitense.

Dalla fine del 2014 e inizio del 2015 l'aeronautica degli Stati Uniti è diventata un qualche cosa che ricorda più che altro una Forza Aerea del Kurdistan Occidentale. Sotto la copertura aerea statunitense i curdi stanno costruendo la loro regione autonoma (chiamata Rojava) e nell'autunno del 2015 gli USA hanno iniziato a consegnare armamenti individuali e munizioni direttamente alle unità arabe che operano sotto l'ombrello curdo, chiamate correntemente Forze Democratiche Siriane (SDF). Siamo ancora agli inizi di quella che potrà trasformarsi in una relazione duratura, anche se certamente non di tipo monogamico.
Dal punto di vista militare è un'accoppiata meravigliosa e i risultati sono impressionanti. Nonostante la scarsezza del loro numero, i curdi hanno messo in piedi una forza combattente disciplinata e capace di utilizzare con efficacia il supporto aereo. Stanno divorandosi gli jihadisti e li hanno cacciati a calci dalla zona che va da Kobane a Hasakah. Oggi i curdi minacciano di marciare su Shehadi a ridosso della frontiera irachena, ed hanno occupato la diga Ottobre sull'Eufrate, guadagnandosi l'accesso via terra a Manbij e alla zona di Aleppo. 
Sono progressi che non figurano vistosamente su una cartina, ma che arrecano significativi e sistematici danni agli jihadisti in zone importanti. Campi petroliferi, strade, posti di frontiera, ponti: tutte cose senza le quali lo Stato Islamico non può sopravvivere. Ora, la coalizione curdo-statunitense sta agendo nel nord della Siria come un gigantesco aspirapolvere, occupando tutte le infrastrutture di cui sopra senza lasciare spazio a nessun altro. Se il 2016 si rivelerà l'anno in cui lo Stato Islamico inizierà a contrarsi e a collassare, i curdi siriani avranno avuto un ruolo importante perché si arrivi a tanto.
Dal punto di vista politico l'alleanza tra curdi e statunitensi non è un matrimonio altrettanto felice: somiglia più che altro ad un male assortito appuntamento su internet dove all'inizio ci sono un sacco di aspettative ma non ci sono molti interessi in comune e gli amici di entrambe le parti osservano levando gli occhi al cielo.
Intanto, i curdi sono una minoranza etnica che in Siria deve vedersela con problemi ed ambizioni tutti particolari, che hanno poco a che vedere con la più ampia guera interna alla maggioranza araba sunnita. Oggi come oggi i capi curdi sono ideologicamente leali alla dottrina del PKK. Hanno rapporti spaventosamente scarni con il resto dell'opposizione sostenuta dagli USA, e al contrario hanno -per come la pensa la Casa Bianca- frequentazioni con Mosca che preoccupano per quanto sono strette. Se gli USA intendono agire come attori di primo piano nella politica siriana, devono guadagnarsi alleanze solide nella maggioranza araba in odore di integralismo religioso. Invece si sono trovati ad affidarsi ad un gruppo curdo che ha legami con l'estero, è filorusso, autoritario e laico oltre a godere di una (parzialmente immeritata) nomèa di separatismo. Inutile dire che questo stride in ogni campo ideologico interno alla maggioranza popolare, che si parli di islamici, di baahtisti o di nazionalisti siriani.
In secondo luogo il PKK è contemplato nella lista delle organizzazioni terroristiche estere degli USA. Questo significa che è illegale per i cittadini ameriKKKani fornirgli qualsiasi forma di "sostegno o risorse materiali", cosa che comprende anche gli enormi carichi di munizioni e il sostegno aereo ravvicinato che costa miliardi di dollari. Le sanzioni al PKK sono certamente dovute al violento conflitto che lo oppone alla Turchia più che agli attacchi dei curdi contro gli ameriKKKani: ci si aspetterebbe a rigor di logica che negli USA si tenesse almeno un po' di dibattito sull'opportunità di togliere dalla lista nera questo alleato antijihadista, visto che la questione ha carattere di interesse immediato per la sicurezza nazionale. Invece non sta succedendo nulla del genere. L'esecutivo va diritto per la sua strada e il PKK ottiene le armi come previsto. Si tratta di uno di quei rari casi in cui un sistema politico funziona talmente male che si ritrova a funzionare troppo bene, ma non è che le cose vanno avanti all'infinito.
In terzo e per ultimo, ma non ultimo, il fatto che -si sa- c'è la NATO. Gli USa sono alleati militarmente con la Turchia, e la Turchia è un sostenitore fondamentale dell'opposizione araba sunnita in Siria oltre che acerrimo nemico del PKK. La Turchia e i curdi figurano ai primi posti delle rispettive liste di nemici da eliminare urgentemente, molto prima che Assad o lo Stato Islamico. E le cose stanno peggiorando. Il presidente turco recep Tayyip Erdogan sta spedendo bombardieri e carrarmati contro le città curde, e sta cercando di distruggere lo HDP, che è l'equivalente del Sinn Fein per il PKK e rappresenta una controparte necessaria per qualsiasi composizione pacifica del conflitto in Turchia. Se le relazioni tra Turchia e PKK erano prima improntate all'antagonismo, adesso sono diventate dichiaratamente una questione di massacri.
Contraddizioni come queste rischiano di fare a brandelli la rete di alleanze statunitensi in Siria e di mettere in discussione la loro linea politica che consiste nel tenere sotto pressione sia Assad che lo Stato Islamico. Al momento non è possibile risolverle, e non sarà molto più facile ignorarle o passarci sopra. Gli USA, oggi come oggi, si rivolgono al PKK quasi in automatico. I curdi sono un qualche cosa che sul terreno funziona bene, e in Siria Erdogan si è comportato come un alleato di nessunissima utilità. L'Ostruzionismo turco magari sta cominciando a venir meno perché pare che Ankara si stia accorgendo di quanto ha bisogno del sostegno occidentale e di quanto costi caro fare i bastoni tra le ruote. Questo potrebbe cambiare le cose. A meno che i turchi non cambino radicalmente la propria condotta,e se le altre tendenze in atto rimangono come sono, l'improbabile alleanza tra Pentagono e PKK potrebbe contro ogni previsione sopravvivere a lungo.


1. L'intervento russo

Ed ecccoci all'evento più rilevante; facile considerarlo tale. Il singolo evento più importante nella guerra in Siria in tutto il 2015 è stato sicuramente l'intervento militare russo del 30 settembre. Purtroppo è molto più difficile puntualizzare con esattezza i perché della sua importanza: è stato perché ha rafforzato Assad, o perché non lo ha rafforzato abbastanza?

Il dibattito, in Europa Occidentale e negli USA, si è chiesto se la Russia sia intevenuta contro lo Stato Islamico, come afferma, o contro gli altri ribelli sostenuti dagli USA, dalla Turchia e dall'Arabia Saudita. La risposta è semplice: la Russia non è intervenuta contro qualcuno in particolare, ma a favore di Assad. A farne le spese è chiunque si metta di mezzo. Fino a questo momento gli attacchi si sono oltremodo concentrati sui ribelli e non sullo Stato Islamico, nonostante il governo russo e i media a libro paga continuino ad affermare il contrario con una ostinazione da santarellini che non si vedeva dai tempi di Alì il Comico.
Se invece consideriamo l'intervento russo per quello che è il suo autentico anche se non dichiarato obiettivo -aiutare Assad- ad emergere è un quadro sfumato. Di per sé gli attacchi aerei sono intensi e sembrano efficaci, ma alla fin fine non conteranno molto a meno che una forza di terra competente non riesca a sfruttare le aperture che essi creano. L'esercito di Assad lascia parecchio a desiderare, come abbiamo già detto, e il suo governo dovrà lottare per riprendere il pieno controllo delle zone e dei centri abitati che potrà riconquistare.
A tutt'oggi ci sono stati limitati progressi sul terreno, più che altro in zone di poco conto a sud di Aleppo e in alcune difficili aree montagnose a nord di Latakia. L'esercito siriano sta anche cercando di riprendere il controllo di Sheikh Miskin a sud, per far sì che sia più facile tenere le posizioni a Daraa. C'è stata anche una meno evidente ma forse più importante serie di cessate il fuoco e di evacuazioni a livello locale che ha aiutato a neutralizzare piazzaforti ribelli nelle regioni di Damasco e di Homs. Pare che il tutto non costi poi molto ai russi, cosa che gli permetterà di mantenere gli impegni per molto tempo. Questo significa che Assad può permettersi di non agire di fretta e concentrarsi sul mantenimento della coesione e degli effettivi.
Il problema è che sono già passati tre mesi e Assad non è riuscito a riprendere neppure una delle città che ha perso nella primavera del 2015. Non ha ripresto Jisr al Shughur, non ha ripreso Bosra, non ha ripreso Idlib e neppure Palmira. E sul fronte di Hama a nord, obiettivo di preferenza delle forze aeree russe, Assad ha in realtà perso terreno. Poco dopo l'intervento russo ha perso Morek, una cittadina che le parti in guerra si sono aspramente contesa, e questo non è certo un segno di forza. Se i ribelli riusciranno a prendere anche qualche cittadina a sud di Morek si troveranno a portata di Hama e potranno cominciare a colpire l'aeroporto militare della città che ha un'importanza fondamentale. Che sia questo il motivo che ha spinto Assad e i russi a febbrili lavori di riattamento del vecchio aeroporto di Shaayrat, a sud est di Homs?
In altre parole, l'intervento russo ha aiutato Assad a riprendere l'iniziativa, ma non sembra che sia ancora riuscito a progredire sul terreno come hanno fatto i suoi nemici sei mesi fa. Adesso sta cominciando a venir meno anche l'iniziale effetto di panico e sorpresa. I mass media governativi russi continuano a parlare di vittorie, vittorie e vittorie, ma magari il trenta settembre la gente ci credeva anche, adesso non più. Dopo tre mesi di menzogne e di cortine fumogene i bollettini dei ministri della difesa e degli esteri della Federazione Russa non sembrano più credibili della propaganda del governo e dei ribelli siriani, alla quale abbiamo da tempo fatto l'abitudine.
Detto questo, è abbastanza probabile che per la primavera del 2016 gli attacchi russi avranno drasticamente ridimensionato le fortune dei ribelli; non si devono ignorare gli effetti cumulativi e a lungo termine di tutte queste pressioni. Per quanto tempo gli insorti di Idlib potranno continuare a reggere su tre fronti, contro forze che arrivano da Aleppo ad est, da Lattakia ad ovest e da Hama a sud? L'aviazione russa e quella siriana stanno ora colpendo depositi di munizioni, vie logistiche e colonne motorizzate nell'area compresa tra Idlib ed Aleppo. E' possibile che gli effetti a più lungo termine di questi bombardamenti restino impossibili da valutare. Anche il traffico commerciale civile, i punti di accesso per le derrate alimentari e il soccorso sanitario sono ora sotto attacco in zone in cui prima l'aeronautica siriana non poteva avventurarsi. Si tratta di un azzardo calcolato, o di parte di una strategia che punta deliberatamente a creare un disastro umanitario dal momento che i russi sanno bene che centinaia di migliaia di persone dipendono da quanto giunge loro attraverso le zone bombardate. In ogni caso, il tutto fa ribollire la situazione nel nord della Siria. In teoria i ribelli potrebbero anche iniziare a cedere sotto il profilo della tenuta strutturale, come sta succedendo su certi fronti allo Stato Islamico dopo un anno di pressione continua per lo più ad opera di curdi iracheni e statunitensi.
Ci sono inoltre segnali che mostrano come non tutto vada bene nel movimento della ribellione siriana. La coalizione chiamata Jaish al Fateh ha il suo centro ad Idlib ed è una formazione potente, nata da an Nusra e Ahrar al Sham; da pochissimo ha invocato l'aiuto di paesi esteri e di combattenti stranieri, con un appello che sapeva di disperazione. Il fatto che questa alleanza inviti apertamente gli jihadisti stranieri viola un limite che era rimasto intoccabile per molto tempo per i settori dell'opposizione islamica non appartenenti ad al Qaeda. Una delle fazioni fondatrici di Jaish al Fateh è la milizia Feilaq al Sham, vicina ai Fratelli Musulmani; questa iniziativa -e forse anche la prevedibile reazione dei suoi finanziatori- l'ha messa in tali difficoltà che ha preferito abbanbdonare Jaish al Fateh pochi giorni dopo che l'appello era stato emanato. Le fazioni preminenti in Jaish al Fateh starebbero abbandonando ogni ritegno, al punto che l'alleanza sta cominciando a sfaldarsi. Un segno della pressione cui sono sottoposte dalla fine di settembre.
Un altro indicatore che è possibile considerare è rappresentato dalla morte dei comandanti più esperti. I ribelli non conoscono assottigliamenti nei ranghi delle nuove reclute, sicché non se ne dovrebbe sovrastimare la portata, ma se a morire sono i comandanti, il minimo che si possa concluderne è che c'è qualcosa che non va. Dal 30 settembre in poi è stato tutto un susseguirsi di resoconti sulla morte o sul ferimento di personaggi che sono stati protagonisti dell'insurrezione. La più conosciuta tra le vittime degli eventi è stata sicuramente Zahran Alloush a Damasco, anche se non sappiamo se i russi abbiano avuto parte o meno a quella azione. Più a nord tra gli ultimi a cadere troviamo Abdu Abdessalam al Shami di Ahrar al Sham, che sotto Jaish al Fateh è stato governatore di Idlib, Ismail Nassif, capo militare delle brigate Noureddine Zengi, ed il suo pari grado del fronte Thuwwar al Sham Yasser Abou Said. Tutti e tre sono stati uccisi sul fronte a sud di Aleppo. Il giudice capo di Jaish al Fateh, il famoso jihadista saudita Abdullah al Moheisini, è rimasto ferito appena prima di Natale ma è sopravvissuto mentre lo sceicco Osama al Yatum che presiedeva al sistema giudiziario del Dar al Adl nello Huran è stato ucciso a metà dicembre. Si potrebbero fare molti altri nomi.
Si deve notare anche che le ripercussioni politiche fuori dalla Siria hanno avuto una portata che va ben al di là dei limitati vantaggi territoriali ottenuti nel paese. Gli avvenimenti del 30 settembre hanno scosso le abituali credenze sul conflitto ed hanno fatto crescere l'influenza di Putin, che ha nuovamente scavalcato gli occidentali e ha onorato concretamente i propri impegni nei confronti di Assad. Tutte cose che si sono tradotte per Kerry in brutte gatte da pelare, che sono andate ad aggiungersi al già crescente pessimismo degli europei su quanto sia assennato sostenere i ribelli siriani, e hanno reso meno probabile che Obama o il suo successore riusciranno ad imporre in Siria una zona a divieto di sorvolo. L'intervento russo ha spostato l'attenzione di tutti a Mosca, a Washington e altrove; ha facilitato gli incontri di Vienna, la costituzione del GSIS e di conseguenza la previsione di altri colloqui -Ginevra 3- da tenersi a gennaio. Il comunicato di Vienna del 14 novembre 2015, che Assad non apprezza, ha superato quello di Ginevra del giugno 2012 che Assad detestava. Comunque la si pensi su vicende del genere, non si tratta di questioni trascurabili.
La maggior parte delle analisi sull'intervento russo sono talmente di parte da essere quasi inutili. I sostenitori di Putin e di Assad hanno velocemente definito l'operazione un successo strepitoso, coloro che sostengono i ribelli l'hanno definita un criminoso fiasco. Come sempre, per andare sul sicuro è meglio cercare la verità nel mezzo di questi due estremi. Io penso soprattutto che Putin sia preoccupato del fatto che l'Esercito Arabo Siriano sta progredendo meno di quanto previsto e che si stia chiedendo sempre più in che situazione si è andato a cacciare. Tutto sommato, Assad è più forte oggi di quanto non fosse sei mesi fa, e può sempre sperare che il 2016 vada anche meglio. Basta considerare le alternative: senza l'intervento russo per l'esercito siriano le cose oggi andrebbero assai peggio, e questo avrebbe anche indebolito l'influenza russa
In ultimo si devono anche sottolineare i rischi che comporta un deliberato inasprimento della situazione. Se i colloqui di Ginevra 3 portano ad un nulla di fatto e Assad non riesce ad arrivare ad una svolta decisiva nel corso del 2016 cosa succederà? Difficilmente la Russia potrà tirarsi indietro adesso che Assad è diventato dipendente dal sostegno russo senza perdere la faccia e senza veder svanire gli investimenti compiuti. Dunque come la mettiamo signor Putin: vogliamo andare avanti così senza che si veda uno sbocco, o vogliamo alzare la posta? In altre parole, i russi rischiano di impantanarsi in un conflitto senza soluzioni, senza una strategia per uscirne e senza un vantaggio politico chiaro. Si troverebbero nella stessa situazione dei sauditi nello Yemen, ma su una scala assai più ampia. Se Putin finisce col mandare in Siria anche truppe di terra salirebbero considerevolmente i rischi e i costi dell'operazione senza alcuna certezza che tutto questo sia abbastanza per arrivare ad una conclusione del conflitto favorevole al Cremlino.
Alcune tra le meno responsabili tra le parti in causa schierate coi ribelli (si sa di chi stiamo parlando) potrebbero trovare nel loro interesse l'arrivare ad uno scenario del genere. A costoro Putin ha effettivamente offerto la possibilità di arrivare ad una guerra per interposti contendenti senza esclusione di colpi, esponendosi in Siria mentre continua a provocare i paesi occidentali e i paesi arabi in Ucraina, in Iran e altrove. Sembra che adesso Putin abbia legato in modo piuttosto stretto il proprio prestigio al destino di Assad: basterebbe quindi lasciar pedere qualsiasi speranza di arrivare a stabilizzare il paese, e cominciare invece a prendere a calci i pilastri che ancora reggono lo stato per trasformare la Siria nell'Afghanistan di Putin. Per i russi sarebbe una pessima notizia: per i siriani sarebbe la catastrofe.
Evitare che la situazione sia decisa dalle armi potrebbe dipendere molto dal risultato dei colloqui di Ginevra 3 previsti per gennaio, che non forniscono altra ispirazione. Il comportamento della Russia e del governo Assad sarà tenuto strettamente d'occhio dai paesi occidentali. Se Putin si comporta in modo costruttivo e dimostra di avere una concreta influenza sul suo alleato o se un accordo tra siriani si dimostra fattibile, tanto meglio. Se invece Putin rifiuta di fare la sua parte, che consiste nel presentare ad Assad un piano di transizione, o se Assad ignora semplicemente ciò che Mosca gli indica, per quale motivo arabi, ameriKKKani ed europei dovebbero vedere di buon occhio la presenza russa in Siria? La parola passerebbe nuovamente -e unicamente- al cannone. A quel punto gli ingenti investimenti dei russi sul governo Assad apparirebbero non tanto come un intervento unilaterale per influire sul bilancio dei poteri in Siria, ma più che altro come un obiettivo interessante.