martedì 24 febbraio 2015

I Loro Ragazzi (e le loro ragazze)


Lo stato che occupa la penisola italiana ha abbandonato da molti anni la coscrizione obbligatoria; dal punto di vista propagandistico e politico le forze armate sono diventate così una lobby come un'altra, postulato feudo "occidentalista" e sostanzialmente privo di interesse per il rimanente dei sudditi.
Dei prestigiosi risultati conseguiti da esperti in discoteche promossi a ministri della guerra e dal sottobosco di elegantoni che vive come una tigna abbarbata a questi truogoli abbiamo trattato varie volte.
Invece di being cool and joining the navy come vorrebbe un'operazione di propaganda che dicono non sia piaciuta troppo nemmeno alla committenza, Riccardo Venturi di Ekbloggethi kept calm and gave a fuck.
Su Ekbloggethi si trova la sua descrizione di un incontro con un Loro Ragazzo avvenuto nel corso di un viaggio in treno.
I nostri lettori sanno che nulla terrorizza gli "occidentalisti" come la realtà, quindi pensiamo che apprezzeranno come merita questa serena umanizzazione.

giovedì 19 febbraio 2015

Alastair Crooke - La Giordania sta facilitando la strategia dello Stato Islamico?


Traduzione da Huffington Post.


Lo scorso settembre ho scritto che "lo Stato Islamico non ha fatto nulla per caso: le sue azioni riflettono una seria e deliberata pianificazione. Esiste una mappa delle pronosticate conquiste su cui sono segnati con cura tutti i pozzi di petrolio e che risale al 2006. La strategia che ha portato alla presa di Mossul è costata due anni di lavoro". Anche la terrificante immolazione in gabbia del tenente Muath al Kaseasbeh è stata condotta tenendo presente l'impatto emotivo che una morte di quel genere avrebbe avuto sui giordani e sull'Occidente. Si è trattato di qualcosa di molto deliberato, non di un atto di barbarie compiuto al momento. E' importante capire quello che si trova dietro ed al di là del fatto in se stesso.
Lo scorso anno citai un articolo dal libanese Al Akhbar e scrissi dell'esistenza di uno hadith (un detto attribuito al Profeta Muhammad) che afferma che "l'ora della resurrezione, lungamente attesa" non arriverà per i credenti se non dopo l'arrivo dei Bizantini ad al Amaq (la Turchia meridionale) o a Dabiq (una cittadina siriana a nord di Aleppo). Inoltre, presso vari gruppi religiosi mediorientali, cristiani compresi, è oggi diffusa la convinzione che questi segni che prefigurano l'arrivo dell'ora suprema siano evidenti in quanto accade oggi nel mondo. I seguaci dello Stato Islamico pensano che la citazione di Dabiq da parte del Profeta significhi che un grande scontro avverrà tra l'"Occidente crociato" e l'Islam, e che la dichiarazione del califfato da parte dello Stato Islamico abbia reso imminente la battaglia.
Secondo lo Stato Islamico i "Bizantini" indicano l'"Occidente crociato" di oggi ed i suoi accoliti. I combattenti dello Stato Islamico sostengono che questa epica "Guerra della Croce" inizierà con un attacco dei "crociati" contro lo Stato Islamico in Siria e che, alla fine, saranno le forze dell'Islam a prevalere come affermato dalla profezia; il redentore arriverà di conseguenza.

Lo Stato Islamico agisce sempre in maniera intenzionale

Lo Stato Islamico prende lo hadith alla lettera, come una profezia biblica di cui si spera la realizzazione letterale. Se questo accadrà, significherà per il mondo che lo Stato Islamico è davvero il califfato della fine dei tempi e che la redenzione del mondo, tanto a lungo attesa, è al suo inizio. Perché la profezia si realizzi, lo Stato Islamico ha bisogno che le forze crociate, ovvero gli ameriKKKani o comunque truppe della coalizione, si presentino sul terreno e che subiscano una sconfitta evidente, che costituirebbe la "prova" del fatto che lo Stato Islamico ha una guida divina. Lo Stato Islamico deve subire gli attacchi aerei della coalizione rimanendo in condizioni sufficientemente buone, in primo luogo per denunciare l'inefficacia degli attacchi, e poi per non lasciare all'Occidente altra scelta che quella di intervenire sul terreno. Nel 2006 Hezbollah si trincerò in modo analogo, scavando fino a quaranta metri sotto il livello del suolo, durante i bombardamenti sionisti nel Libano meridionale: usciva dalle trincee per continuare a lanciare missili contro lo stato sionista, fino a quando lo stato sionista non pensò che non esistesse alternativa all'impegnare l'esecito in un'invasione del Libano del sud per mettere fine agli attacchi. Allo stato sionista, l'invio di truppe di terra costò perdite pesanti ed inevitabili.
La recente richiesta dal Presidente Obama al Congresso di consentire un utilizzo limitato di forze di terra in Iraq o in Siria indica che la strategia dello Stato Islamico ha conseguito un almeno parziale successo. L'aver fatto della morte del pilota giordano una accurata messa in scena da film dell'orrore aveva esattamente lo scopo di suscitare questa reazione.
Fin dal momento in cui ha iniziato con queste provocazioni deliberate, lo Stato Islamico si è mostrato sicuro del fatto che gli attacchi aerei statunitensi non avrebbero portato alla sua sconfitta, anzi. Fino ad oggi gli eventi gli hanno dato ragione. Intervistate da Al Akhbar, alcune fonti dello Stato Islamico "parlano di una strategia di resistenza che i Crociati non hanno la capacità di mettere in atto [e sostengono che] il fatto che lo Stato Islamico continui ad esistere e che regga agli attacchi [aerei] sono sicure attestazioni della sua vittoria". Secondo Al Akhbar "la maggior parte degli appartenenti allo Stato Islamico" condivide questa opinione. Al Akhbar scrive che "Tutti pensano che resistere ad un'alleanza di quaranta paesi senza venirne schiacciati, resistere al resto del mondo, significa che una potenza divina si trova a loro fianco".

Perché colpire la Giordania?

Lo Stato Islamico non soltanto è riuscito a spingere il Presidente Obama ad inviare truppe di terra, ma uccidendo il pilota giordano ha provocato la Giordania, che lo ha attaccato confermando la concezione che lo Stato Islamico ne ha: la Giordania come poco più che la prima linea dell'areale dei Crociati, e di fatto stato crociato anch'essa. Inoltre, influenti editorialisti della stampa saudita stanno facendo pressione perché si arrivi "a quanto si è deciso [probabilmente] lontano dal pubblico: un'operazione militare giordana [di terra] contro lo Stato Islamico in territorio siriano". Se si arrivasse a questo, molti musulmani vedrebbero ai loro occhi confermata la profezia di Dabiq. Esiste anche un'altra ragione per provocare la Giordania: il suo essere esposta alla polarizzazione dell'opinione pubblica e ai disordini. Lo Stato Islamico fin dal suo nome vero di "Stato Islamico in As Sham", o "Grande Siria", indica di considerare la Giordania come un territorio che fa parte del califfato. Originariamente, la Giordania era parte dello As Sham.
Nello Stato Islamico i cittadini giordani sono terzi per numerosità, probabilmente superano i tremila combattenti. Le radici dello Stato Islamico sono piantate nei disastrati sobborghi industriali di Amman da molto prima che scoppiasse la guerra in Iraq; da quegli stessi sobborghi proveniva Abu Musab al Zarqawi, il cui cognome viene dalla zona più povera di Amman, la Zarqa in cui sono stati ammassati i diseredati provenienti dalle campagne. E' cosa nota che i giordani sono la maggioranza nel Fronte al Nusra. Nel primo numero di Dabiq, la rivista dello Stato Islamico, si legge che proprio al Zarqawi ha preparato la strada allo Stato Islamico. L'attuale "califfo", Abu Bakr al Baghdadi, ha ripreso le sue idee sulla costruzione dello "Stato Islamico" proprio da al Zarqawi, oltre che da quell'Abu Omar al Baghdadi che è stato suo predecessore.
La granguignolesca morte di al Kaseasbeh fa parte della nota strategia rivoluzionaria della polarizzazione: si oltraggia il potere costituito e lo si costringe ad una reazione smodata contro i simpatizzanti dello Stato Islamico, che in Giordania non mancano. A quel punto, quelli che erano solo dei simpatizzanti cambiano volto, e diventano degli insorti veri e propri. In altre parole, in Giordania lo Stato Islamico ha appena acceso il fronte interno.
Esiste anche un'altra dimensione fondamentale, al di là dell'incendiare la Giordania e del considerarla estensione del proprio teatro di guerra; una dimensione che ha sempre fatto parte della strategia dello Stato Islamico.
Ci sono molte differenze tra lo Stato Islamico ed al Qaeda, soprattutto per quanto riguarda le priorità nel conflitto. Il principio seguito dai combattenti dello Stato Islamico afferma che "combattere gli apostati vicini è più importante che combattere gli infedeli lontani [come lo stato sionista o l'Occidente]". Di conseguenza, sconfiggere gli "apostati" in Giordania avvicina lo Stato Islamico al momento in cui potrà confrontarsi con gli "infedeli lontani".
Al Qaeda si comportava invece in modo opposto. Per giustificare il proprio comportamento, i capi dello Stato Islamico invocano la "guerra all'apostasia" del 632-633, intrapresa dal califfo Abu Bekr contro quei musulmani che avevano abiurato il proprio credo dopo la morte del Profeta Muhammad, ed anche contro chi criticava il califfato o vi si opponeva.
Detto altrimenti, molti wahabiti, compresi quelli dello Stato Islamico, "credono che gli sciiti siano più pericolosi degli ebrei". E questo spiega come mai alcuni jihadisti sarebbero propensi a cooperare con lo stato sionista, anche se la cosa non uscirebbe dai ranghi dell'espediente temporaneo, e perché lo stato sionista sarebbe propenso a cooperare con certi jihadisti.
E nella visione dello Stato Islamico proprio di espediente temporaneo si tratta. Secondo Radwan Mortada di Al Akhbar, "sostanzialmente essi credono che liberare la Palestina senza prima aver stabilito il califfato nei paesi confinanti non abbia importanza. Fonti collegate allo Stato Islamico hanno riferito ad Al Akhbar che "la guerra finale che porterà alla liberazione della Palestina sarà condotta dal califfato e preceduta dalla sua instaurazione in [as Sham]", sulla base delle affermazioni che esse attribuiscono al Profeta Muhammad. Le stesse fonti hanno aggiunto che "solo Allah sa quanto i soldati del califfato siano impazienti di bruciare le tappe necessarie e di arrivare a combattere gli ebrei in Palestina, ma colui che commette qualche azzardo prima che il tempo sia venuto, viene punito vedendosi negato l'obiettivo".
Nello stesso articolo, Mortada sottolinea quello che un altro jihadista afferma:
"Nessuno può muovere guerra allo stato sionista, tranne coloro che vi confinano [direttamente]". Lo jihadista aggiunge poi, sarcastico: "Certo, i mujaheddin non saranno in grado di bombardare lo stato sionista dal cielo.... lo Stato Islamico è ancora lontano dai confini sionisti, ma se arriva in Giordania e nella Siria meridionale (il Golan e Quneitra) le cose cambieranno".
Lo stato sionista, le implicazioni regionali su più vasta scala

Ed ecco il secondo piano che occorre considerare per l'immolazione del pilota giordano: la strategia mira ad includere la Giordania nel califfato.
Su un primo livello, con l'atto in sé è iniziata la destabilizzazione della Giordania. A livello politico, con questa azione lo Stato Islamico inasprisce ed aggrava le contraddizioni politiche implicite nella linea adottata dalla Giordania.
Da una parte -ed è la cosa più ovvia, almeno a prima vista- la Giordania va dicendo di aver fatto il possibile per tenersi fuori dal conflitto in corso in Siria. La Siria è un vicino ingombrante e la sua lunga memoria non perdonerà e non dimenticherà eventuali azioni ostili compiute nel corso della guerra; inoltre, gli stessi vertici dello stato giordano in passato hanno potuto constatare che il loro paese è tutt'altro che invulnerabile nei confronti del radicalismo islamico acceso.
Dall'altra parte invece la Giordania è stata, ed è a tutt'oggi, precaria dal punto di vista finanziario; ha dovuto cercare assistenza in Arabia Saudita e negli Stati Uniti; sotto il peso della necessità la Giordania è rimasta coinvolta nell'alleanza tra Stati Uniti, Arabia Saudita e stato sionista; ha partecipato ad un comando congiunto controllando, per esempio, la pressione esercitata dal fronte dell'opposizione jihadista nel sud della siria, dove ufficialmente opera Jaish al Islam, un gruppo jihadista salafita legato all'Arabia Saudita, che si suppone "moderato" e che agisce di concerto con Jabhat an Nusra, il braccio ufficiale di al Qaeda in Siria agevolato dallo stato sionista. Non ci sono moltre prove del fatto che re Abdullah abbia opposto resistenza a queste pressioni; piuttosto, ce ne sono del contrario. Dopo l'orribile uccisione di al Kaseasbeh, come nota Joshua Keating dello Slate's, "gli USA desiderano davvero che i giordani si vendichino per l'assassinio del loro pilota" nei confronti dello Stato Islamico in Iraq e in Siria, ed offrono un "nuovo piano di aiuti da un miliardo di dollari" come "ulteriore incentivo".
Questa linea presenta delle contraddizioni evidenti: la Giordania non può permettersi di inimicarsi a morte il governo siriano, ma nonostante questo è rimasta sempre più impelagata a fianco di sauditi e sionisti, cosa che ha compreso anche l'aiutare an Nusra. Stato sionista e Giordania, nel triangolo formato nel punto in cui si incontrano le loro frontiere, hanno fornito aiuto ad an Nusra ed ai combattenti di Jaish al Islam, coprendoli anche con razzi e artiglieria. Arabia Saudita e stato sionista stanno ancora cercando di assestare a Damasco qualche brutto colpo: per lo stato sionista, l'alleanza strategica con l'Arabia Saudita passa sopra qualsiasi altra considerazione.
In effetti, ora la Giordania è in guerra contro lo Stato Islamico, mentre continua ad aiutare migliaia di jihadisti salafiti, compresi quelli di al Qaeda che militano in an Nusra. Per qualcuno, l'entrata in guerra della Giordania potrebbe fare da catalizzatore e convincere altri paesi arabi a fare lo stesso; è invece probabile che lo Stato Islamico sia davvero riuscito a far detonare le contraddizioni interne al paese, e ad accendere la miccia della polarizzazione. La coalizione potrebbe trovarsi ad incoraggiare la Giordania ad intraprendere un cammino che potrebbe portare alla mobilitazione di un'insurrezione jihadista contro la monarchia, e portare lo Stato Islamico a ridosso delle frontiere sioniste.
Un sistema per farsi un'idea più generale è vedere in che modo la combinazione di due fenomeni piuttosto diversi e tra loro separati ha gettato tutta la regione dal sud del fiume Litani nel Libano meridionale fino al Golan e a Quneitra e poi fino alla Giordania e al Mar Rosso in condizioni di potenziali disordini e scontri. L'uccisione di un generale iraniano e di vari esponenti di Hezbollah da parte dello stato sionista ha cambiato la situazione nel nord: Hezbollah ha affermato che le "regole di ingaggio" con lo stato sionista, che fino ad oggi avevano limitato l'aspetto militare del loro attrito a ben determinate risposte entro i limiti del Libano meridionale, non sono più valide. Con l'assassinio commesso in Siria, lo stato sionista ha di fatto aperto un nuovo fronte che va dal Libano del sud fino al Golan occupato. Il segretario generale di Hezbollah Seyyed Hassan Nasrallah lo ha annunciato in un discorso in cui ha detto che il lungo intervallo in cui i problemi della regione erano tanto gravi da non lasciare tempo per pensare allo stato sionista è finito, e che lo stato sionista è di nuovo tra gli obiettivi.
Arabia Saudita e stato sionista portano gran parte della responsabilità di aver spinto la Giordania in guerra contro lo Stato Islamico; colpa delle loro pressioni, e dell'aver sempre più invischiato il regno ai loro tentativi di rovesciare il governo del suo vicino siriano. Il risultato ottenuto è dato dalle conseguenze impreviste di tutte queste iniziative: una vasta area del Medio Oriente, un'area che confina con lo stato sionista, viene considerata utile sia a consolidare il califfato in as Sham sia come base di partenza per un successivo attacco allo stato sionista. Proprio quello che i leader dello Stato Islamico volevano.

sabato 14 febbraio 2015

Una scheda telefonica per Giovanni Donzelli



Firenze, febbraio 2015.
Tra qualche mese in Toscana dovrebbe tenersi una consultazione elettorale e qualche politico "occidentalista" ha cominciato a temere per il proprio reddito. Il territorio è ostile da sempre, i sondaggi sono roba che è bene non divulgare e i sedicenti avversari hanno letteralmente saccheggiato l'armeria, con tutti i degradi, tutte le 'nsihurézze, i più galera per tutti e i non ci sono alternative che c'erano dentro.
Non resta che insistere con le solite menzogne: l'elettorato potenziale è costituito da individui che da una vita intera si bevono di tutto, l'unica speranza è che il suo numero non sia scemato al punto da far fallire una extrema ratio che metterebbe un certo numero di ben vestiti davanti alla sgradevole prospettiva di dover trovare altri cespiti.
L'occidentalame ha saturato le gazzette per anni, aiutato da un collaudato approccio ad ogni aspetto della vita associata -in cui si mescolano malafede, disprezzo, incompetenza ed impermeabilità alla logica- che in un tessuto sociale colliquato gli ha permesso splendide carriere.
Poi le gazzette hanno cominciato a chiudere e il principio di realtà a fare malevolmente capolino anche nei settori meno sospettabili. Il problema è che correzioni di tiro, dubbi, incertezze e soprattutto la competenza non fanno parte della visione del mondo condivisa dagli "occidentalisti", in cui si riscontrano ovviamente versioni parodistiche degli stessi concetti.
All'atto pratico, i politici "occidentalisti" sono oggi limitati alla risibile libertà di salire e scendere la scala mozza della loro sclerotizzata propaganda, aggrappati alla variabile rappresentata dalla composizione del target. Baluardo contro la morte di ogni speranza, il fatto che soprattutto negli ultimi vent'anni l'incompetenza dei sudditi è stata coltivata incessantemente, con molti ingegnosi ed efficaci sistemi.
Ci siamo occupati spesso del diplomato Giovanni Donzelli e del suo continuo utilizzo di gazzette compiacenti. La visibilità mediatica è tutto, e non un'occasione deve andare perduta perché il mantenimento di un determinato clima non è cosa cui ci si possa permettere di rinunciare. 
Nel caso specifico, l'occasione è data dall'annunciata accoglienza di un certo numero di profughi nella città di Prato.
Lo stato che occupa la penisola italiana schiera sul territorio uffici chiamati prefetture, il cui fine sostanziale dovrebbe essere la traduzione operazionale delle direttive. Esistono precisi accordi internazionali che impongono allo stato che occupa la penisola italiana di assolvere ai doveri di accoglienza nei confronti di di eventuali profughi e nell'ordinamento in vigore la traduzione operazionale della direttiva spetta, appunto, alle prefetture.
La prefettura di Prato ha emesso un bando di gara: per 245 profughi, per otto mesi, 2290750 euro. Il che significa meno di trentanove euro al giorno per ciascuno, imposte comprese.
La cosa non è piaciuta al texano di complemento Aldo Milone e al diplomato Giovanni Donzelli:
“La città di Prato è già satura, non può certo accollarsi altri 245 profughi - dice il capogruppo regionale di Fratelli d’Italia[*] e candidato governatore -. Prato ha già una pressione migratoria sproporzionata. La Prefettura dovrebbe impegnarsi ad allontanare i troppi clandestini presenti non fare bandi per accoglierne altri. Inserire altri 245 stranieri sul territorio rischia di avere pesanti contraccolpi sugli equilibri locali, fermo restando che non condividiamo la scelta di dare agli extracomunitari vitto, alloggio, scheda telefonica e un bonus giornaliero in denaro”.
Dunque: si fa un viaggio in traghetto, si approda comodissimi in un porto sotto il sole primaverile, si prende un Eurostar e si arriva a Prato per farsi riempire le tasche a spese dichippagaletasse.
E si telefona anche a casa, certo, perché così sul prossimo traghetto ci sono anche i suoceri e i nipoti.
Poi si va in centro a spaccare tutto.
Invece di comportarci come dei mandolinisti qualsiasi prendendo per buone le ciarle di questo diplomato, possiamo ricorrere ad una fonte primaria e leggere direttamente il bando di gara.
I trentanove euro al giorno di un appalto che riguarda la "prima accoglienza dei cittadini extracomunitari e la gestione dei servizi connessi" devono comprendere una lunghissima serie di servizi non troppo diversi da quelli che sovrintendono al funzionamento di qualunque galera, dalla registrazione degli ospiti alla disinfestazione degli ambienti, dall'erogazione dei pasti al servizio lavanderia, dal materiale di casermaggio al vestiario, dai servizi di interpretariato all'assistenza sanitaria.
Devono entrare nella cifra anche i due euro e mezzo che ogni ospite riceve giornalmente per le piccole spese, in denaro oppure sottoforma di carta prepagata per l'accesso a questo o a quello.
Deve entrare nella cifra anche una tessera/ricarica da quindici euro. Chi scrive non utilizza una tessera telefonica da oltre quindici anni, ma bisogna constatare che un oggetto del genere pare sufficiente a destare livori invidiosi nell'elettorato potenziale degli "occidentalisti".
Tutto questo, si noti, in un contesto che è quello della gara al ribasso e che esclude la possibilità di subappalti.
Il denaro viene dal fondo europeo per i rifugiati cui contribuiscono tutti gli stati dell'Unione Europea. Il fondo dovrebbe aiutare lo stato che occupa la penisola italiana a rispettare gli accordi internazionali sottoscritti. Un meccanismo, quello degli accordi internazionali, che nella delega di sovranità insita nell'aderire all'Unione Europea sovrintende a tutti i livelli della vita economica ed associata in genere e che nella mentalità "occidentalista", abituata ad avere come orizzonte la spaghetteria all'angolo e il videonoleggio di cassette porno in fondo alla strada, ha una portata semplicemente inconcepibile.

Il bando di gara accenna al Nord Africa.
Vale la pena ricordare che nel 2011 lo stato che occupa la penisola italiana ha partecipato all'aggressione contro quella Grande Jamahiria Araba di Libia Popolare e Socialista con cui aveva fatto fino al giorno avanti ottimi e poco controllati affari, contribuendo in misura considerevole all'attuale stato di cose.
Il costo di un'ora di volo per uno solo dei caccia Typhoon II utilizzati nella solita guerra da maramaldi era di sessantunomila euro.
Su questo utilizzo del denaro -che non viene da fondi europei- non risultano lamentele.
Intanto che Aldo Milone e Giovanni Donzelli confrontano le proprie collezioni di schede telefoniche, lo Stato Islamico è a Sirte e a Derna.



[*]Il vocabolo è presente nel testo citato. Ce ne scusiamo come d'uso con i nostri lettori, specie con quanti avessero appena finito di pranzare.

mercoledì 11 febbraio 2015

Le foibe mettono appetito: guida ai ristoranti di Basovica e dintorni


A Firenze i quasi vent'anni di durata dell'operazione propagandistica "occidentalista" sui mariti delle foibe non hanno spostato un voto, non hanno assolutamente inciso sul gelido disinteresse della cittadinanza per l'argomento e sono serviti soltanto ad illustrare a chi disprezza gli "occidentalisti" un sistema assolutamente economico per liberarsi con poca spesa di un numero a piacere di avversari politici.
I mandolinisti del piagnisteo "occidentalista" non si sono neppure accorti di averne divulgato, insieme a dettagli granguignoleschi, anche la sequenza procedurale da adottare per un'eventuale messa in pratica all'insegna della sbrigatività e dell'efficienza.
Fin qui nulla di nuovo per i nostri lettori, che hanno tutti i diritti di sentirsi annoiati e di lasciarsi andare a manifestazioni di insofferenza. I casi in cui internet supera la nequizia delle freddure peggiori sono abbastanza frequenti: cercando indicazioni sulla "Foiba di Basovica" abbiamo trovato un sacco di raccomandazioni sui ristoranti reperibili nelle vicinanze, tra i quali non mancano davvero quelli specializzati in spaghetti.
La novità è data dall'ottimo elaborato di Lorenzo Filipaz per Wu Ming Foundation, che presentiamo in link.
Suddiviso in ventiquattro punti, lo scritto di Filipaz illustra, confuta e addita allo scherno di chi legge la propaganda "occidentalista" ed i suoi assunti; non mancano né le indicazioni bibliografiche, né la confutazione di casi in cui la propaganda ha usato con disinvoltura certi materiali fotografici fino ad arrivare alla denuncia di iniziative dalle conseguenze potenzialmente molto gravi, dettate dall'autoreferenzialità cialtrona ed incosciente che caratterizza in tutte le sue incarnazioni la politica "occidentalista".
Al momento in cui scriviamo la pagina presenta sulla destra anche una colonna in cui sono raccolti giudizi sulla stessa Wu Ming, intonati ad un registro piuttosto scomposto. Si tratta per lo più di affermazioni espresse da alcuni tra i più consapevoli esponenti dell'"occidentalismo" politico e gazzettiero, il che rende automaticamente i materiali pubblicati da Wu Ming degni della massima diffusione e di un'attenta e ponderata lettura; segnaliamo anche lo scritto di Wu Ming 1 pubblicato all'inizio del 2015, in cui si passano in rassegna i temi ricorrenti dell'"occidentalismo" peninsulare.

lunedì 9 febbraio 2015

Benjamim Isakhan - Il retaggio storico iracheno e le radici dello Stato Islamico


Traduzione dell'ultimo capitolo di The Legacy of Iraq: From the 2003 war to the ‘Islamic State’, a cura di Benjamin Isakhan. Edinburgh: Edinburgh University Press; New York: Oxford University Press. pp 223-235.
PDF reperito su Akademia.edu

Nel giugno 2014 l'organizzazione terroristica fondamentalista sunnita chiamata Stato Islamico in Iraq e in Siria (ISIS) ha rapidamente esteso il proprio controllo in regioni dell'Iraq centrale e settentrionale, conquistando città importanti come Mossul e Tikrit che sono andate ad aggiungersi alle piazzaforti già controllate in molte riottose città e cittadine a maggioranza sunnita sia in Iraq, come Ramadi e Falluja (controllate da gennaio) che in Siria, come Raqqa (controllata dallo Stato Islamico sin da marzo del 2013). Obiettivo dell'ISIS sarebbe la realizzazione di un nuovo califfato islamico in tutto il mondo arabo, abbattendo le frontiere impose al Medio Oriente circa un secolo fa da britannici e francesi, dopo il crollo dell'Impero Ottomano alla fine della prima guerra mondiale. In pochi giorni, l'ISIS ha davvero abbattuto con le ruspe sezioni importanti della frontiera tra Iraq e Siria, e dichiarato il nuovo "Stato Islamico". Dopo aver preso zone di territorio così ampie, l'ISIS ha cominciato ad imporre la propria concezione rigidamente fondamentalista: ha istituito sommari tribunali che giudicano secondo la legge sacra, in cui gli "infedeli" (i non musulmani, quanti abbiano pubblicamente rifiutato di sostenere la loro ideologia ed anche quanti siano accusati di crimini minori come l'aver bevuto alcolici) vengono giudicati e in parecchi casi passati per le armi; ci sono state donne costrette a sposarsi e poi violentate; ci sono stati cristiani crocifissi in pubblico, e lasciati ad agonizzare per giorni; c'è stato il caso di fosse comuni scavate in fretta e furia, e riempite con corpi di combattenti (per lo più sciiti) delle Forze di Sicurezza Irachene che si erano opposti all'improvvisa avanzata dell'ISIS. Vittoria dopo vittoria l'ISIS ha acquisito forza, denaro, equipaggiamento militare; vittoria dopo vittoria è aumentato il prestigio di cui gode presso gli jihadisti sunniti militanti. E' diventato anche più fiducioso nei propri mezzi. Il portavoce dell'ISIS Abu Muhammad al Adnani non soltanto ha minacciato di rovesciare il governo di al Maliki e di rimettere le cose a posto a Samarra e a Baghdad (due centri in cui ci sono significativi santuari sciiti) ma di spingersi ancora più a sud per distruggere le due città più sante per l'slam sciita, da lui citate come "Karbala al munajjasah", Karbala l'immonda, e "Najaf al ashrak", la Najaf dai molti dèi. (cit. in Aghlani, 2014).
Gli sciiti, in Siria ed in Iraq, hanno reagito rabbiosamente e non c'è da meravigliarsene. Un infelice punto di svolta si è avuto quando un portavoce del più eminente religioso sciita iracheno, il grande ayatollah Ali al Sistani -solitamente noto per gli autorevoli inviti alla moderazione ed alla calma- ha rilasciato una dichiarazione in cui al Sistani afferma che è "dovere giuridico e patriottico di chiunque sia in grado di portare le armi difendre il paese, i suoi cittadini ed i luoghi sacri" (sceicco Abdul Mahdi al Karbalei, citato da Rubin et al., 2014). Le milizie sciite hanno improvvisato una campagna di arruolamenti nel sud del paese, cui hanno risposto migliaia di uomini che sono stati armati in fretta, ammassati in camion ed autobus e spediti a nord per fermare l'avanzata dell'ISIS. Il religioso sciita Moqtada al Sadr, voce del radicalismo, ha annunciato all'improvviso la ricostituzione del suo Esercito del Mahdi, responsabile di alcune dei peggiori episodi di violenza settaria negli anni compresi tra il 2006 ed il 2008 prima di finire sconfitto e sciolto dalle Forze di Sicurezza Irachene. Altre milizie che hanno stretti legami col governo di al Maliki, come Asaib Ahl al Haq o la Brigata Badr si sono recate nel nord dove hanno combattuto con le Forze di Sicurezza in alcune importanti battaglie: si tratta di un segnale preoccupante, perché significa che i già nebulosi confini che esistono tra l'esercito nazionale e le milizie sciite stanno diventando ancora più indistinti (Al Jazeera, 2014). L'avanzata dell'ISIS ha riacceso l'aspra rivalità che esiste tra sunniti e sciiti ed è verosimile che nel migliore dei casi questo sfoci in una lotta lunga e sanguinosa. Al peggio, è possibile che essa abbia segnato l'inizio di un bagno di sangue settario che farà sembrare la guerra civile del 2006-2008 qualche cosa di ridicolo.
Nello stesso tempo ed in un veloce susseguirsi di eventi, i curdi hanno approfittato della confusione nata dall'avanzata dell'ISIS per avvicinarsi al loro obiettivo, che è quello di staccarsi dall'Iraq per giungere alla fondazione di uno stato curdo indipendente. A pochi giorni dall'attacco dell'ISIS contro Mossul Shoresh Haji, un parlamentare curdo, ha parlato di quanto stava accadendo per dire che si trattava di "un'ottima occasione perché i territori curdi, tra quelli contesi, tornassero sotto controllo curdo" (citato da Goudsouzian e Fatah, 2014). E questo è quello che hanno fatto i Peshmerga delle forze armate curde, che si sono impadroniti di alcuni tra i territori contesi, compresa la città petrolifera di Kirkuk. Controllare Kirkuk è una vecchia ambizione dei curdi, convinti che si tratti a buon diritto della capitale di un grande Kurdistan. Massoud Barzani è il presidente curdo iracheno ed è un ex leader guerrigliero; alla CNN si è probabilmente esibito al meglio della retorica che un uomo di stato curdo possa ad oggi utilizzare. Barzani ha detto che l'Iraq così come il mondo lo aveva conosciuto per quasi cento anni stava venendo meno, che al Maliki non era riuscito a cogliere l'occasione per costruirgli un futuro democraitco, e che il suo governo dominato da sciiti aveva perso il controllo del paese. Barzani ha proseguito diendo che il popolo curdo "non può restare ostaggio dell'incertezza... dopo quello che è successo ultimamente in Iraq, è chiaro che il popolo curdo deve cogliere l'opportunità che oggi si presenta: il popolo del Kurdistan, adesso, dovrebbe decidere per il proprio futuro" (citato in Krever, 2014). Anche se hanno poco altro in comune, i curdi e l'ISIS condividono il desiderio di ridefinire le frontiere imposte quasi un secolo fa dall'imperialismo occidentale e di creare stati interamente nuovi, fondati su un'omogeneità etnica e religiosa. Considerate la forza e la lealtà dei Peshmerga, e la passione del popolo curdo per avere uno stato proprio, è molto difficile pensare che i curdi lasceranno spontaneamente Kirkuk o i territori contesi che sono riusciti ad occupare, o che faranno qualche passo indietro nella loro lunga marcia verso l'indipendenza.
Con la mortifera avanzata dell'ISIS, l'improvviso rientrare in azione delle milizie sciite e lo spettro della secessione curda, l'Iraq si trova a dover affrontare una serie di problemi profondamente radicati e di impossibile soluzione. Presi tutti insieme, questi eventi fanno sollevare molte serissime questioni, non soltanto in merito all'Iraq ed al suo futuro, ma anche per il Medio Oriente nel suo complesso, per gli Stati Uniti e per i loro alleati della coalizione, e per la comunità internazionale. Sono sfide e problemi destinati ad attirare la gran parte del dibattito accademico, delle analisi politiche e delle discussioni televisive dei prossimi mesi e nei prossimi anni, ma non si tratta di un argomento essenziale per questo scritto. Commentare avvenimenti in atto comporta sempre dei rischi, anche quello di sopravvalutare la loro portata e probabilmente il loro impatto a lungo termine; tuttavia è difficile sorvolare sul fatto che i capitoli che costituiscono questo libro hanno acquistato un significato nuovo, in considerazione della rapida avanzata dell'ISIS e di quanto successo in seguito. Nel testo non si predicevano gli eventi qui enunciati, ma è bene sottolineare che gli argomenti trattati nel libro non trattavano soltanto delle conseguenze, oltremodo problematiche e tumultuose, della guerra in Iraq del 2003, ma in qualche misura prevedevano che queste conseguenze avrebbero messo in moto una serie di eventi che sarebbe servita come catalizzatore complessivo per la crisi che si è materializzata a metà del 2014. Nel tracciare uno schema degli argomenti affrontati in questo volume, e nel fornirne commento a mo' di conclusione, in queste pagine ci soffermeremo su tre delle questioni fondamentali fin qui trattate e sulle loro relazioni con gli eventi in corso in Iraq, cercando di aprire la via ad ulteriori ricerche su queste ed altre fra le conseguenze della guerra del 2003.
La prima questione fondamentale nata dalla guerra in Iraq riguarda le conseguenze, tutt'ora in essere, di svariati e gravi errori commessi dalla coalizione guidata dagli USA prima, durante ed immediatamente dopo l'aggressione del 2003: errori che  a monte avevano la grossolana ideologia neoconservatrice di importanti funzionari dell'amministrazione statunitense, convinti che sarebbe bastato rovesciare il governo baathista, imporre le istituzioni e i meccanismi della moderna democrazia rappresentativa e stare a guardare l'Iraq che da dittatura semisocialista si trasformava in una società basata sull'economia di mercato sotto gli auspici di un governo basato sull'inclusione. Questa ideologia si è nmanifestata in varie maniere interconnesse tra di loro, ciascuna delle quali si è rivelata carica di importanti conseguenze per l'Iraq. Ad esempio, il progetto di vasta portata della CPA -l'Autorità Provvisoria della Coalizione- de-baathificare il paese. Questa de-baathificazione ha comportato molte conseguenze drammatiche per l'Iraq; come vari capitoli in questo libro hanno dimostrato, tre dimensioni di importanza critica hanno avuto come effetto convergente la marginalizzazione dei sunniti, cosa su cui trova fondamento la crisi in atto. In primo luogo, nel progettare il suo processo di de-baathificazione la CPA ha fallito nell'includere gli aspetti "della sincerità e della riconciliazione" che avrebbero permesso al popolo iracheno di fare pubblica ammenda dei torti del passato; da questo può essere derivato il rapido inasprirsi delle tensioni settarie dopo il 2006, specie tra sunniti e sciiti. In secondo luogo, il processo di de-baathificazione ha privato del loro impiego molti arabi sunniti un tempo membri dell'esercito, della polizia e di altre branche dell'apparato di sicurezza. Man mano che i politici iracheni diventavano sempre più settari, vari gruppi dediti alla violenza come al Qaeda in Iraq (AQI) sfruttarono il risentimento popolare dovuto alla marginalizzazione dei sunniti per le loro campagne di proselitismo. In terzo luogo, la de-baathificazione ha comportato anche aspre conseguenze politiche. La de-baathificazione, unita al modelo di democrazia rappresentativa imposto dagli Stati Uniti (che ha privilegiato la maggioranza araba sciita) ha indebolito la posizione dei politici sunniti, o li ha del tutto esclusi dal processo politico, compresi quelli che meno erano coinvolti con il precedente governo. Di conseguenza, il programma di de-baathificazione della CPA non ha sanato le vecchie piaghe, ha messo ai margini il personale di sicurezza arabo-sunnita che era ben addestrato, ed ha finito di scavare un baratro politico, che non ha fatto che ampliarsi, tra gli interessi degli arabi sunniti ed il governo di Baghdad dominato dagli sciiti. Arrivati al 2014 le conseguenze di tutto questo non potrebbero essere più chiare. L'ISIS, che è discendente diretto di al Qaeda in Iraq (si veda sotto) è riuscito ad avvantaggiarsi dello scontento dei sunniti nei confronti del governo di al Maliki per impossessarsi di larghe fasce del paese e per minacciare la destabilizzazione del Medio Oriente.
Un altro errore fondamentale compiuto dagli occupanti guidati dagli USA è stato la pretesa che i politici iracheni mettessero rapidamente mano ad una nuova costituzione. Nonostante la costituzione sia stata ratificata da un referendum popolare nell'ottobre del 2005, come abbiamo sottolineato in vari capitoli di questo volume, ciò non vuol dire che essa sia rivolta ad un popolo iracheno coeso e desideroso di collaborare per un futuro pacifico in un paese unito. Al contrario, essa consolida aspre divisioni, non è completa per quello che riguarda varie e complicate questioni, e presenta molte ed intricate problematiche che continuano a tutt'oggi ad affliggere il paese. In particolare occorre soffermarsi su due problemi tra loro collegati, perché ad essi abbiamo dedicato interi capitoli e perché costituiscono il nucleo dei principali difetti della costituzione: il petrolio e lo status della regione curda. Dopo la presa di Baghdad gli Stati Uniti hanno esercitato forti pressioni perché si privatizzasse il settore petrolifero iracheno, da decenni sotto controllo statale. Questo ha fatto sì che la costituzione irachena riportasse nero su bianco l'intenzione di aprire il settore petrolifero del paese alle compagnie straniere, ed anche quella di distribuire in misura uguale al popolo i proventi del petrolio. In realtà, il petrolio iracheno si trovava distribuito in maniera ineguale, in un paese sempre più settario; si arrivò alla definizione di lucrosi contratti con le compagnie petrolifere internazionali mentre era in vigore una costituzione che non era affatto chiara sul come si sarebbe potuta suddividere una riparizione dei proventi, e neppure nel definire la precisa natura dei rapporti che dovevano esserci tra il governo federale e le autorità regionali. Tutto questo non ha solo aperto il settore petrolifero ad un giro di corruzione da miliardi di dollari, ma ha anche permesso ai curdi di intraprendere un'aggressiva campagna di contratti con le principali compagnie petrolifere indipendentemente da Baghdad, mettendosi in questo modo in aperta competizione con il governo centrale. Le mosse dei curdi non sono dovute soltanto alla loro sfida in nome dell'indipendenza, ma anche alla mancanza di chiarezza in merito alle relazioni tra Erbil e Baghdad in materia di risorse naturali. La costituzione del 2005 garantisce ai curdi l'autonomia, ma resta vaga sul futuro status dei cosiddetti territori in disputa, che comprendono in particolare la città petrolifera di Kirkuk. Non c'è da meravigliarsi se davanti alla mortifera avanzata dell'ISIS e all'incapacità del governo centrale di ripristinare l'ordine i curdi hanno colto l'occasione di proseguire verso i propri obiettivi.
Gli Stati Uniti hanno imposto in maniera approssimativa dei meccanismi democratici imperfetti che non hanno soltanto causato la marginalizzazione degli arabi sunniti, una profonda debolezza costituzionale e l'inasprimento delle relazioni -già labili per proprio conto- tra i curdi e Baghdad; hanno anche dato alla élite politica sciita la possibilità di dominare lo scenario politico iracheno. In tutto il libro abbiamo mostrato in maniera documentata come gli arabi sciiti abbiano cercato di utilizzare la loro condizione di maggioranza relativa per catapultarsi verso il raggiungimento di un potere mai visto prima. Questo modo di comportarsi, fondato su un cinico utilizzo del proprio peso di maggioranza, ha aperto la strada ad un modo di esercitare il potere sempre più dittatoriale da parte del Primo Ministro Nouri al Maliki e del suo governo. Giunto al potere nel 2006 sulla scia della condiscendenza che, sia a livello interno che a livello internazionale, sperava che sarebbe riuscito a costruire un Iraq democratico, pacifico e fondato sull'inclusione, Maliki ha presto mostrato il proprio vero volto. Ha usato la sua carica per creare uno stato-ombra a lui leale, ha preso in mano il potere politico e militare, ha indebolito l'autonomia di istituzioni vitali, ha perseguitato attivamente i propri oppositori politici e ha messo in piedi una rumorosa campagna populista smaccatamente settaria, soprattutto nei confronti della minoranza sunnita. Inoltre, come abbiamo documentatamente riferito in questo libro, Maliki si è rapportato bruscamente con una società civile irachena ancora in via di formazione che rappresenta e al tempo stesso comunica con un'ampia fascia trasversale del popolo iracheno. Abbiamo documentato anche l'insistente strategia di Maliki, il cui scopo era quello di stroncare il minimo accenno di coesione politica che i suoi avversari politici, interni al gruppo etnico e religioso arabo-sciita, fossero riusciti a realizzare. Questo, nel timore che essi potessero fare gruppo e riuscissero ad allontanarlo dal potere per via elettorale. Desta dunque poca sorpresa che dopo l'avanzata dell'ISIS di metà 2014 molti politici iracheni e molti leader mondiali abbiano spaziato dalla sommessa invocazione di un sistema politico maggiormente inclusivo (in pratica, una tacita richiesta di dimissioni per al Maliki) fino ad appassionati appelli affinché al Maliki venisse allontanato, in qualsiasi maniera, dalle stanze del potere. L'allontanamento di Maliki sarà anche il modo di avviare il paese verso un miglior futuro politico, ma non va certo considerato una panacea per i problemi dell'Iraq, che sono profondamente radicati e di soluzione pressoché impossibile.
Le conseguenze della guerra del 2003, tuttavia, non possono essere riassunte in termini di fallimento della de-baathificazione e della democrazia, delle dispute sul petrolio o dei pletorici dissapori tra sunniti, curdi e sciiti. L'Iraq è, ed è sempre stato, un fragile mosaico di culture con una storia ricca e complessa, in cui le varie comunità, le varie ideologie e le varie narrative si sono sovrapposte ed incrociate. La seconda fondamentale conseguenza della guerra del 2003, cui sono dedicati vari capitoli di questo libro, è il fatto che anche se questo mosaico non è stato del tutto distrutto, esso ha perso, probabilmente per sempre, molte delle sue tessere, molto del suo colore e della sua vivacità. Con tutti i suoi rumorosi proclami a base di democrazia e di libertà, la coalizione a guida statunitense ha di molto sottovalutato la complessità e la fragilità dell'Iraq contemporaneo e non è riuscita ad agevolare le località e le persone rese maggiormente vulnerabili dalla guerra e da tutto quello che essa aveva scatenato. Un esempio di questo è rappresentato dai danni subiti dai delicati siti storici iracheni, molti dei quali risalgono agli albori della civiltà umana nelle pianure dell'antica Mesopotamia per arrivare alla meravigliosa civiltà dei tempi del califfato abbaside, passando per l'ascesa e la caduta di svariati grandi imperi. Gli occupanti guidati dagli Stati Uniti non sono riusciti a proteggere il Museo Naazionale da una massiccia devastazione subito dopo la caduta del governo baathista, e questo è ben noto; meno noto è il fatto che certi siti archeologici di primaria importanza, come quello dell'antica Babilonia, sono serviti come basi militari per le truppe della Coalizione, meno noto è il perdurante saccheggio di tutti i luoghi di interesse archeologico del paese, meno nota è la distruzione deliberata di molti importanti siti storici islamici, a causa del loro orientamento settario specifico. Al di là della preoccupazione immediata per la perdita di alcuni dei più importanti siti storici dell'umanità che deriva dalla distruzione del patrimonio iracheno, nel libro abbiamo mostrato come esista anche un più profondo interrogativo su cosa possa accadere al concetto di coesione sociale quando il passato collettivo di un popolo è oggetto di una distruzione tanto sistematica (Isakhan 2011b, 2013b, 2015a).
La cultura pluriforme dell'Iraq, e la sua fragilità, non sono solo il risultato della sua ricca storia; sono una realtà vissuta, anche per gli iracheni di oggi. Come attestano vari capitoli di questo libro, i cittadini più vulnerabili come le donne e i bambini, nonché i gruppi entici e religiosi più piccoli del paese che come tali sono ultraminoritari, sono vittima di un fuoco incrociato sia metaforico che letterale, sin dallo scoppio della guerra. Affrontando l'Iraq come se fosse costituito solo da tre grandi gruppi (gli arabi sunniti e sciiti, ed i curdi) e come se essi fossero costituiti solo da maschi adulti, gli Stati Uniti hanno messo in moto una catena di eventi che avrebbe avuto grame conseguenze per tutti coloro che non rientravano in questo semplicistico schema. Fin dai tempi dell'invasione molti iracheni, donne o appartenenti a gruppi ultraminoritari che fossero, sono stati sistematicamente discrminati o angariati; nei casi peggiori sono diventati vittime di aggressioni mortali, motivate da questioni che avevano a che fare con le urgenze del settarismo e del fondamentalismo. Com'era immaginabile, date le circostanze molti tra gli abitanti più vulnerabili sono fuggiti e lo hanno fatto in un'ordine di grandezza fino ad oggi impensabile. Alcuni sono divenuti profughi in patria ed hanno abbandonato regioni del paese un tempo non omogenee in favore di altre, in cui la pace e spesso l'omogeneità prevalgono. Altri sono diventati profughi veri e propri ed hanno abbandonato i loro cari ed i loro pochi averi per ritrovarsi stipati in tendopoli improvvisate. Altri ancora sono diventati emigranti: hanno raccolto ogni cosa e sono saliti su un aereo alla volta di paesi dove sperano di rifarsi una vita lontano dalle minacce della discriminazione e della violenza. La situazione del paese è quella che è, ed un futuro fatto di stabilità e sicurezza è una prospettiva improbabile. Difficile dire se e quando l'Iraq sarà mai abbastanza sicuro da consentire il loro ritorno.
Le lacerazioni subite dal delicato tessuto socioculturale iracheno sono emerse con asprezza con la rapida avanzata dell'ISIS e con il caos che ne è seguito. Sia in Siria che in Iraq l'ISIS si è reso responsabile della rovina di alcuni dei luoghi di interesse culturale più delicati del mondo, compreso il saccheggio di siti archeologici e la distruzione di edifici e statue antiche. L'ISIS ha anche distrutto un certo numero di siti religiosi non conformi alla sua visione stringente, ivi comprersi chiese, moschee, sacrari e templi. Nel luglio 2014 ha colpito e distrutto a Mossul la tomba di Giona, il profeta biblico celebre per esser stato inghiottito da una balena. Come abbiamo già notato, l'ISIS ha minacciato di attaccare allo stesso modo anche i luoghi santi dell'Islam sciita, richiamando alla memoria gli attacchi del 2006 contro la moschea di al Askari (un sacrario di Samarra cui sono devoti gli sciiti) che scatenarono una rovinosa recrudescenza del bagno di sangue settario. A parte le minacce contro i monumenti, l'avanzata dell'ISIS in Iraq è diventata una minaccia molto concreta anche per molte persone. Molti cristiani ed altri non musulmani sono fuggiti a ondate da città come Mossul; i turkmeni sciiti di Kirkuk hanno preso le armi sia contro l'ISIS che contro i curdi; gli yazidi e gli shabak hanno blindato i loro piccoli insediamenti, temendo per la propria vita; alle donne è stato ordinato di rimanere in casa a meno di non essere accompagnate da un uomo, e non è possibile dire quante siano state costrette a sposarsi e violentate.
L'Iraq è un fragile mosaico di culture il cui sistematico e profondo sconquasso ha avuto conseguenze tanto serie che la loro portata è andata ben oltre le frontiere del paese. La terza ed ultima conseguenza fondamentale della guerra del 2003 di cui si è dato esauriente conto in questo libro è rappresentata dai ragguardevoli strascichi che la guerra ha avuto, sia a livello locale che a livello mondiale. L'insediamento di un governo dominato da arabi sciiti a Baghdad non ha soltanto messo fine a quasi un secolo di dominio sunnita, ma ha anche distrutto, probabilmente in modo irreparabile, il delicato equilibrio settario del Medio Oriente. Assieme ad altri paesi e ad attori non statali due centri di potere devotamente religiosi, la teocrazia sciita dell'Iran e la monarchia assoluta sunnita dell'Arabia Saudita, hanno combattuto guerre di interposizione sul suolo iracheno ed hanno finanziato clandestinamente, addestrato e sostenuto miliziani, reti terroristiche ed insorti. Il bagno di sangue settario che ne è stata la conseguenza e che perdura a tutt'oggi sotto altre forme ha debordato oltrefrontiera, ha velocemente intriso la retorica religiosa ed è stato causa di divisioni in tutto il Medio Oriente. L'esempio più drammatico è quello della Siria, in cui si è arrivati alla guerra civile partendo da proteste relativamente pacifiche cont, olro il governo di Bashar al Assad (in cui predominano gli alawiti, che appartengono ad una suddivisione dell'Islam sciita) fino ad arrivare a protratti e complessi scontri, che presentano una non trascurabile dimensione settaria. Proprio la dimensione settaria dei disordini in corso nella regione, unita alla totale mancanza di rispetto della legge, ha fornito all'ISIS la perfetta occasione per espandersi in modo aggressivo. Finanziato con elargizioni private da parte di cittadini sauditi, del Kuwait e del Qatar (Fisk, 2014) l'ISIS ha combattuto contro Damasco, in cui Assad guida un governo dominato dagli alawiti, e contro Baghdad, in cui al Maliki guida un governo dominato dagli sciiti. Entrambi i governi continuano a ricevere un significativo sostegnoi dal governo iraniano e da movimenti sciiti come Hezbollah. La guerra del 2003 ha scatenato un settarismo che ha cambiato in maniera drammatica il panorama mediorientale: le potenze regionali hanno investito così tanto sulla spaccatura che ne è conseguita che è difficile dire, adesso, se sia possibile metterle limite.
Tutto questo genera interrogativi sulle conseguenze della guerra decisa dagli Stati Uniti nel 2003, e su cosa dovrebbero fare gli USA, i loro partner nella Coalizione e in generale la comunità internazionale per l'Iraq di oggi. A metà del 2014, a Washington si è impegnati nella questione fondamentale di quale sia la misura dell'obbligo morale o della responsabilità politica degli Stati Uniti nella lotta all'ISIS, nel se e in che misura si debba offrire assistenza alle Forze di Sicurezza Irachene, e se si debba sostenere o no al governo di al Maliki in difficoltà. Nel tentativo di trovare una risposta a questi problemi, gli USA hanno dovuto prendere atto delle conseguenze della guerra in Iraq, che si è rivelata difficile, lunga e costosa, e tenere presente l'impegno di mettere fine alla guerra preso da Obama durante la campagna elettorale del 2008, oltre che per la generale repulsione che l'idea di un ritorno in Iraq suscita in America e nel resto del mondo. A parte tutto questo, come abbiamo illustrato nel dettaglio in vari capitoli del libro, la cautela con cui gli Stati Uniti si stanno rapportando alla minaccia dell'ISIS in Iraq nasce anche dal fatto la guerra non ha soltanto fatto emergere la costosa essenza dell'intervento militare, ma anche i limiti insiti nell'uso della forza per imporre questioni umanitarie da una parte e combattere il terrorismo dall'altra.
Dal punto di vista delle questioni umanitarie, la guerra in Iraq h preso l'ironica forma di un asserito "intervento umanitario" che ha seminato morte e distruzione a piene mani. La cosa acquista rilevanza soprattutto se si considera l'enorme costo in termine di perdite civili, e l'iconografia delle torture uscita fuori dal carcere di Abu Ghraib. Si è rifiutato di indagare in maniera approfondita e di mandare in tribunale mandanti ed esecutori di simili atti, mostrando il pretesto umanitario della guerra per la bugia che era. La cosa ha anche originato uno strascico di incertezze su come trattare le vittime civili e gli abusi nei diritti umani quando ci si trova nel contesto di un conflitto armato. A loro volta, tutti i casi come questo presi nel loro insieme hanno sollevato interrogativi ancora più ampi sullo stesso concetto di intervento umanitario; mentre il "dovere di proteggere" si è affermato come elemento abituale nel campo della sicurezza e dei diritti umani (Bellamy 2008, Evans 2008) sembra che non sia cambiato molto nela sua applicazione caso per caso, nel suo utilizzo pern rafforzare motivazioni di tutt'altro genere e nella sua utilità come mezzo per prevenire la morte di coloro che esso afferma di voler proteggere. L'elemento davvero nuovo è la repulsione degli Stati Uniti nei confronti di interventi di questo genere, come mostrato dalla loro tiepida azione in Libia (2011), dalla loro presa di distanza dall'intervento francese in Mali (2013) e dalla loro reazione impacciata ed inefficace alla situazione siriana, dal 2011 ad oggi.
La riluttanza che gli Stati Uniti hanno mostrato negli ultimi anni a farsi coinvolgere in interventi militari di grande portata comprende anche la loro ovvia repulsione per la lotta al "terrorismo". Dopo i fatti dell'11 settembre 2001 la "Guerra al terrore" ha dettato legge nella politica estera statunitense per più di dieci anni. Solo che negli ultimi tempi gli USA hanno mostrato poco entusiasmo nel contrastare la sempre crescente minaccia rappresentata dagli jihadisti militanti. Il diffondersi di gruppi del genere e la riluttanza statunitense nel reprimerli hanno entrambi origine nella guerra del 2003 in Iraq. E' oggi cosa ampiamente nota che nonostante i proclami dell'amministrazione Bush e dei suoi alleati non esisteva alcun legame tra il governo baathista di Saddam Hussein ed al Qaeda, ai tempi dell'intervento militare. Ironicamente, l'anarchia e il caos che hanno travolto l'Iraq immediatamente dopo l'intervento guidato dagli Stati Uniti hanno preparato un terreno ideale per l'emergere del gruppo terroristico chiamato al Qaeda in Iraq, guidato da Abu Musab al Zarqawi. Al Qaeda in Iraq non ha soltanto messo a segno una lunga serie di violenti attacchi contro i militari statunitensi e dei paesi della Coalizione, ma si è anche servita della violenza settaria per dare il via alla guerra civile del periodo 2006-2008. Gli Stati Uniti asswassinarono al Zarqawi nel 2006 e nel 2007 ci fu l'aumento delle truppe di terra; al Qaeda prese il nome dichiarato di Stato Islamico in Iraq (ISI). Nel 2011 l'esplosione della guerra civile in Siria ed il ritiro di tutte le truppe statunitensi dall'Iraq avvenuto qualche mese dopo misero il gruppo in condizioni di intraprendere un'ambiziosa campagna di espansione, di un'ampiezza che esso non avrebbe neanche potuto immaginare soltanto un anno prima. Dopo molte difficili vittorie e dopo intelligenti manovre militari, l'ISIS -che è quello che l'ISI è diventato- ha realizzato il suo obiettivo di instaurare uno Stato Islamico, di durata più o meno lunga. Dunque: nel 2003 al Qaeda in Iraq non c'era, e neppure in Siria. A metà del 2014 ampie fasce di territorio in entrambi i paesi sono sotto il controllo diretto dell'ISIS, che è un gruppo che affonda le proprie radici ideologiche e fisiche in al Qaeda, ma che mette in atto comportamenti tanto estremi e crudeli da indurre la leadership ufficiale di al Qaeda a disconoscerlo. Oltre a questo, quelli dell'ISIS sono oggi i modelli di una generazione tutta nuova di militanti islamisti, che si stanno diffondendo con velocità incendiaria in tutto il Medio Oriente, in Africa settentrionale, in Africa centrale terrorizzando la popolazione civile e minacciando gli interessi occidentali. E per fermare la loro spaventosa avanzata o la loro nefasta ideologia gli sforzi concertati fin qui compiuti sono stati pochi.
La repulsione degli USA nei confronti di un intervento militare e di uno scontro aperto con questo tipo di estremismo islamico viene anche da una delle conseguenze di più ampia portata della guerra in Iraq, e che è rappresentata dalla sfida alla loro egemonia planetaria. Gli artefici della guerra in Iraq pensavano ad una dimostrazione impressionante della forza militare statunitense. Come tutte le operazioni imperialiste, si basava sia sulla superiorità militare che sullo zelo ideologico. La campagna del tipo "shock and awe" poggiava sulla ribadita fiducia nei meriti insiti nella democrazia liberale e nel libero mercato. Ci si aspettava che, spazzato via il governo baathista, sconfitto ed annichilito il loro paese, gli iracheni avrebbero reagito scuotendosi la polvere di dosso e mettendosi alacremente all'opera per costruire un paese solido e democratico, fondato su un'economia capitalista del tutto nuova. Si trattava di una visione semplicistica e piena di difetti, che ha portato al crollo del prestigio degli Stati Uniti; sono emersi i limiti dell'unica superpotenza mondiale e si è aperta un'epoca nuova, dominata da una lenta e probabilmente irreversibile erosione della potenza e dell'influenza statunitensi. Gli Stati Uniti sono costretti a considerare conseguenze del genere alla luce della minaccia che l'ISIS rappresenta: sarà il caso di ricordare che una lezione importante della guerra in Iraq nel suo complesso, più volte messa in luce in questo libro, è il fatto che pace e democrazia non viaggiano sulla canna del fucile. E neppure sul volo di un drone, se è per questo. Dovrebbe essere chiaro, di conseguenza, che un ulteriore intervento armato degli USA in Iraq, soprattutto nel caso producesse molte vittime civili tra i sunniti, non farebbe altro che nutrire la campagna propagandistica dell'ISIS, che già viaggia a pieno ritmo in tutto il mondo. Persino eminenti personaggi dell'apparato militare statunitense, come l'ex comandante delle truppe della Coalizione generale David Petraeus, hanno affermato che non sarebbe saggio per gli Stati Uniti intervenire, soprattutto se prendesse campo l'idea che il loro intervento sarebbe di fatto un sostegno per il governo iracheno, dominato dagli sciiti, e per le milizie dello stesso orientamento (Lamothe, 2014).
Gli Stati Uniti non vogliono intervenire militarmente, né un intervento militare aumenterebbe le prospettive di un futuro più stabile e sicuro in Iraq. Il dibattito politico, a Washington e altrove, si è spostato sulla necessità di una "soluzione politica". Nella sua forma più semplice la soluzione politica si compendia nell'estromissione del Primo Ministro al Maliki e di tutto il suo apparato di potere, per includere gli arabi sunniti ed i curdi in un nuovo accordo che preveda la suddivisione dei poteri. Il fatto è che la politica irachena ed il futuro della democrazia nel paese devono affrontare problemi che non si possono risolvere con il semplice allontanamento di al Maliki, seguito dall'imposizione di un governo ad hoc; la crisi è molto più profonda e si fonda su due questioni essenziali. Innanzitutto l'Iraq deve affrontare la comprensibile sfiducia sulla capacità della democrazia di venire incontro alle più urgenti necessità del paese. Riforme di facciata e qualche offa distribuita qua e là difficilmente soddisferanno le pretese degli arabi sunniti o dei curdi, e la cacciata del governo di al Maliki non sarà certo una cura di per sé ai mali del paese, né infonderà energia nuova ai suoi cittadini. Il problema, dunque, è sempre quello, se sia possibile che un accordo politico democratico, di qualunque specie, faccia compiere qualche progresso all'Iraq. Ammesso che si riesca ad arrivare ad un accordo del genere tenendo conto delle istanze di tutte le parti in causa, all'Iraq resterebbe comunque un problema di portata ancora più ampia, se per tanti popoli diversi sia meglio rimanere uniti sotto un'unica bandiera o se non convenga loro dividersi in tante regioni separate e indipendenti (Isakhan, 2012b). Le questioni della sfiducia nella democrazia e la divisione del paese sono le motivazioni essenziali della crisi che l'Iraq sta oggi attraversando, e devono essere affrontate, se si vuole che il paese affronti la minaccia dell'ISIS.
Come mostrato in questo libro, non è il caso di sottovalutare le sfide che si prospettano perché il lungo periodo di violenze, di stagnazione economica e di instabilità politica che ha seguito la guerra del 2003 sembra destinato a continuare. Ecco soltanto alcuni dei problemi più gravi ancora da affrontare: le molte e complicate questioni insite nella costituzione irachena, per le quali servono calma e chiarimenti privi di partigianeria soprattutto per quelle che riguardano le autonomie regionali; la de-baathificazione, per la quale c'è bisogno di un passo indietro e di mettere in atto forti misure all'insegna della verità e della riconciliazione lasciando da parte ogni intento punitivo ed epurativo; la legislazione sul petrolio, che va rivista con urgenza in modo da arrivare ad una più equa ripartizione delle ricchezze; infine, le istituzioni burocratiche e governative del paese, dal potere giudiziario al sistema elettorale fino alla commissione d'inchiesta sulla corruzione, che devono godere di autentica autonomia e vanno incoraggiate a svolgere i loro importanti compiti. Oltre a tutto questo, e forse più di tutto questo, l'Iraq ha bisogno di un accordo politico nuovo e fondato sull'inclusione, che sia rappresentativo degli interessi di tutte le religioni, i gruppi etnici ed i popoli del paese ma al tempo stesso eviti di cristallizzare in permanenza delle quote settarie che possano facilmente essere utilizzate come punti d'appoggio per la divisione e per la stagnazione. Anche se l'Iraq dovesse risolversi ad adottare qualche genere di decentralizzazione a vantaggio di regioni autonome e separate, il paese non dovrebbe basarsi su identità settarie ma su politiche forti, su un'ideologia coerente e sulla volontà di adottare riforme sociali ed economiche. La élite politica irachena dovrebbe aspirare alla trasparenza, alla responsabilità e alla legittimazione elettorale all'interno di un sistema in cui le ambizioni personali, la corruzione, il nepotismo e le vendette violente troppo spesso sono serviti a farsi strada. Per quanto si tratti di una prospettiva ambiziosa, questo è l'unico modo praticabile per affrontare nel breve e nel lungo termine la minaccia di gruppi come l'ISIS e le loro terribili prospettive.
Per affrontare e vincere queste sfide di smisurata grandezza, l'Iraq ha bisogno dell'incoraggiamento e del sostegno della comunità internazionale e soprattutto di quello degli Stati Uniti, non di condiscendenza, modelli politici semplicistici o interventi militari. Gli Stati Uniti dovrebbero tenere fede alla promessa che fecero al popolo iracheno ai tempi dell'invasione del 2003: portare pace, democrazia e prosperità. Come hanno dimostrato le conseguenze della guerra, sarà cosa molto più difficile di quanto si pensasse. Gli Stati Uniti dovranno impegnarsi a lungo, su tutti i livelli e sulla base di accordi e non è sforzo che possano fare da soli. Gli Stati Uniti avranno bisogno di stringere con le potenze regionali nuovi accordi orientati al conseguimento di risultati specifici; a loro volta, le potenze mediorientali dovranno lasciare da parte i piccoli rancori politici e gli attriti di tipo settario, per aiutare il loro tribolato e pencolante vicino e costruire un Medio Oriente più pacifico.  Anche le altre istituzioni internazionali e multilaterali avranno un ruolo vitale, dalle Nazioni Unite al Fondo Monetario Internazionale fino alla Banca Mondiale e, soprattutto, alla Lega Araba.
La comunità internazionale ha sicuramente un ruolo importante, ma il futuro dell'Iraq è innanzitutto in mano al popolo iracheno. La catastrofica ondata di eventi portata dalla guerra del 2003 e l'aggressiva avanzata dell'ISIS hanno prodotto un cambio di atmosfera, ma in concreto la natura e gli scopi di questo cambiamento dipenderanno dagli iracheni: preferiranno altri anni di violenze religiose e la disgregazione finale del paese, o utilizzeranno il momento attuale come poco probabile catalizzatore affinché l'Iraq e la sua classe politica arrivino ad affrontare i problemi fondamentali della struttura e del sistema politico del paese, per arrivare infine a qualche progresso? E' utile ricordare che l'Iraq ha già attraversato tante e tante sofferenze.Solo negli ultimi cinquant'anni, ci sono stati trentacinque anni di repressiva predominanza baathista, un decennio di guerra con l'Iran nel corso degli anni Ottanta, oltre dieci anni di sofferenza sotto sanzioni dopo la guerra del Golfo nel 1991, e un altro decennio di occupazione militare statunitense dopo la guerra del 2003. Infine, anni di sanguinose violenze settarie e di governo autoritario sotto un'altra forma. In qualche modo l'Iraq ed il suo popolo sono riusciti a sopravvivere a tutto questo. Lo spirito del popolo iracheno, la sua capacità di reggere alle politiche più scellerate e ad ideologie mortifere sono motivo di un barlume di speranza. Molte volte, in questo libro, abbiamo visto questo spirito in azione: politici di ogni confessione si sono levati contro l'occupazione militare, contro la corruzione e contro il settarismo incuranti dell'alto prezzo che avrebbero pagato di persona; minoranze oppresse sono entrate in agitazione in nome del pluralismo politico e perché la complessa multiformità dell'Iraq avesse il suo riconoscimento: blogger si sono battute per i diritti e le libertà fondamentali delle donne; movimenti nella società civile e manifestanti pacifici, impegnati senza pregiudiziali ideologiche o etniche; lavoratori del settore culturale che stanno ripristinando la possibilità di fruire di siti particolarmente importanti per la storia irachena nella speranza che da un passato condiviso possa nascere il reciproco rispetto; la vastissima diaspora, che puo avere un ruolo essenziale nel connettere la madre patria alla comunità internazionale facendo da catalizzatore internazionale per le riforme economiche, sociali e politiche; infine le figure religiose che hanno utilizzato i principi essenziali della loro teologia per affermare che i principi al centro di ogni dottrina religiosa sono quelli della dignità umana e del rispetto reciproco. Tutto questo permette di sperare che il futuro dell'Iraq non sarà tale da costringerci a meditare su uno stato sovrano che non è riuscito ad affrontare problemi che apparivano insormontabili, ma su un popolo unito che ha mostrato al mondo che anche le sfide più difficili possono essere vinte.

Questo scritto del luglio 2014 tratta della specifica sequenza di eventi, in continuo mutamento, messa in moto dall'espansione dell'ISIS nell'Iraq occidentale e centrale. Al momento in cui il libro verrà pubblicato la situazione sarà senz'altro cambiata profondamente; ad essere rimasto identico sarà il rapporto che esiste tra questo rapido svolgersi di eventi e le conseguenze della guerra del 2003 di cui abbiamo trattato in questo libro. Questo capitolo costituisce sia l'ultima parte della nostra trattazione, in cui si prendono in considerazione gli argomenti fin qui affrontati, sia un post scriptum che documenta gli eventi verificatisi dopo che gli autori dei singoli capitoli avevano concluso il loro lavoro. Dividere tutto in due distinti elaborati significherebbe ignorare la stretta relazione su esposta. In altre parole, questo capitolo finale sostiene che la recente ascesa dell'ISIS, la fondazione del suo "Stato Islamico" e tutto quello che sta accadendo in Iraq non possono essere correttamente compresi senza tenere presenti le diverse e complesse conseguenze dell'invasione del 2003. Di conseguenza, gli scritti che lo precedono non soltanto sono diventati maggiormente significativi alla luce di quanto accaduto di recente, ma si sono dimostrati rivelatori, nel loro sostenere che i catastrofici fallimenti della guerra voluta dagli Stati Uniti e della élite politica irachena hanno messo in moto una concatenazione di eventi di cui soltanto adesso è possibile valutare appieno l'estensione.
Nell'affrontare l'ISIS, ignorare le conseguenze della guerra del 2003 significa ripetere gli errori già commessi ed ignorare insegnamenti vitali.

venerdì 6 febbraio 2015

La foiba bailey di Casaggì Firenze



Negli ultimi anni l'"occidentalismo" politico ha subìto a Firenze un arretramento tale da ridurne le rappresentanze a minimi fisiologici; il fenomeno ha avuto una tale portata da indurre a comportamenti maturi e consapevoli persino la gioventù "occidentalista" di Casaggì Firenze.
A mettere i bastoni tra le ruote ci si è messa anche l'urbanistica.
Nel Largo Mariti delle Foibe, sfondo abituale della passeggiatina propagandistica "occidentalista" che si tiene ogni anno verso febbraio, sono in corso i lavori per la seconda linea della tramvia.
La prima linea è entrata in funzione cinque anni fa ed è sempre molto affollata: pronunciarsi contro il progetto, per lo più adducendo come argomentazione un po' di propaganda cialtrona, non ha portato fortuna a nessuno e meno che mai agli "occidentalisti" che vi avevano scommesso.
Per festeggiare il quinto anniversario dell'ennesima sconfitta politica, la gioventù "occidentalista" ha dovuto per forza spostarsi altrove perché nessuno ha pensato a progettare e collocare una foiba bailey a carattere provvisorio, per assicurare all'iniziativa una abientazione adeguata.
Angariato dai piccioni, lordato di scritte, circondato da manifesti che pubblicizzano qualunque cosa sia compresa tra la sagra dell'ossobuco e il profumo francese passando per i callifughi e le automobili a rate, il cartello toponomastico di uno slargo maledetto a mezza bocca anche da chi doveva recarvisi a recuperare l'autovettura rimossa dalla gendarmeria deve adesso vedersela anche con i lavori stradali.

martedì 3 febbraio 2015

Casaggì Firenze e i morti di Piazza Brunelleschi


Casaggì è un'organizzazione politica di Firenze, oggi come oggi pressoché ridotta ad una mescita con cucina. La crisi ed il collasso del maggior partito "occidentalista" della penisola italiana ne hanno drasticamente ridotto le pretese, ma la natura dell'"occidentalismo" non cambia, rovesci, traversie e ridimensionamenti nonostante. Nella politica "occidentalista" un terreno fatto di incompetenza incosciente offre nutrimento all'abiezione, alla malafede e alle menzogne che sono segno inequivocabile del Lapidato.
All'inizio di febbraio 2015 le gazzette fiorentine si occupano per qualche ora di Piazza Brunelleschi e della Facoltà di Lettere e Filosofia: la blindatura della zona in cui sorge il suo ingresso principale, salutata come una panacea contro insihurezzeddegràdo dai ben vestiti che la vollero ad ogni costo, pare sia servita a poco o nulla, sicché si invocano ulteriori giridivitetolleranzezzèro.
Casaggì Firenze ha svolto per anni funzioni di sguattera -per tacere di altre occupazioni ancora meno riferibili- alle dipendenze dell'"occidentalismo" di Firenze. Come tale ha conosciuto tempi splendidi: le spalle più che coperte le hanno consentito di praticare quell'antagonismo filogovernativo che nella penisola italiana non ha mai rappresentato una contraddizione in termini lordando la città di scritte e manifesti, contribuendo con coerenza "occidentalista" allo stesso degrado da cui tanto si diceva infastidita.
Cambiati i tempi, esaurita la pazienza delle persone serie e stretti a tempo indeterminato i cordoni di certe borse, Casaggì Firenze non può che contare sulla memoria labile su cui contano propagandisti e gazzettieri.
Continua la vergogna di Piazza Brunelleschi lasciata nelle mani di ebrei rom delinquenti e vagabondi. A nulla sono servite le mille e più proteste dei residenti e di chi vive la piazza ogni giorno. Le istituzioni del governo cittadino e quelle della Facoltà di Lettere ricattate dall'estrema sinistra hanno abbandonato la piazza. Furti, minacce, spaccio di droga sono ormai la prassi. Non sono serviti neanche i morti per voltare pagina.

Non sono serviti neanche i morti.
Il punto è, esattamente, questo.
Gli "occidentalisti" fiorentini, di morti se ne intendono.
A suo tempo ci occupammo della costruzione del cancello su ricordato. Uno dei più insistenti nel caldeggiare l'iniziativa fu il diplomato Giovanni Donzelli, politico "occidentalista" ricordato distrattamente a Firenze perché incapace di conseguire il più insignificante dei titoli accademici nonostante la sua iscrizione letteralmente plurilustre. Tra gli "occidentalisti" è d'altronde normale fare i "responsabili giovanili" fino ai quarantasei anni, in attesa che si liberi un posto in qualche ente pubblico. Scrivevamo tra l'altro che
...Uno dei più sbandierati traguardi raggiunti dal suo "impegno" [del diplomato Giovanni Donzelli, N.d.A.] fu, all'inizio del 2007, la blindatura di Piazza Brunelleschi.
In Piazza Brunelleschi si affaccia uno degli ingressi della Facoltà di Lettere. La piazza è una specie di cul de sac in cui per almeno trent'anni consecutivi si è data appuntamento un'umanità variopinta e discutibile quanto si vuole, ma viva.
Dopo anni di bizze e di pestar di piedi da parte di Giovanni Donzelli e dei suoi commensali, lo sgombero di uno spazio bar autogestito e l'installazione di cancellate carcerarie restituirono la piazza a quell'ordine del nulla che piace tanto ai politici, ai parassiti del mercato immobiliare e ai sudditi indottrinati dalla libera informazione "occidentale".
Pochi giorni dopo la riduzione di piazza Brunelleschi ad una specie di cortile da galera, il 23 marzo 2007, un uomo sui trent'anni vi fu trovato morto. Si vada a leggere il comunicato stampa con cui Giovanni Donzelli commentava la questione, ovviamente senza perdere l'occasione per invocare altri giri di vite.
Oltre a far notare la disumanità di fondo che trasuda dallo scritto è bene aggiungere un'ulteriore considerazione. Senza l'intromissione del securitarismo d'accatto, della tolleranzazzèro per i'ddegrado e via ciarlando, quel giorno di marzo la piazza sarebbe stata ancora frequentata. Qualcuno avrebbe potuto accorgersi del malore di quel giovane e forse non gli sarebbe stata riservata la fine solitaria e burocratizzata che attende i drop out della "civiltà" contemporanea.
Ma la lotta a i'ddegrado e per la sihurezza, remunerativa com'è, può ben trascurare dettagli come questo. E per avere la consapevolezza di avere un morto sulla coscienza occorre innanzitutto avere una coscienza.

Anche un orologio fermo segna l'ora esatta due volte al giorno, sicché può succedere che a Casaggì Firenze scappi con la stessa frequenza e per motivi simili qualche considerazione condivisibile: col buonismo si è davvero esagerato.
Contro certi mandolinisti a bande verticali di uguali dimensioni sarebbe auspicabile una risposta non virtuale, improntata ad un inequivocabile cattivismo.